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Nicola D’Amore, se ne va un operaio-massa

«Viciè, l’altra notte ho pensato a te che abiti vicino e cap e mort. Dove io un paio d’anni fa ci ho portato mia moglie e così abbiamo adottato per un anno na cap e mort che nun cunuscimm».

Lo voglio ricordare così, Nicola D’Amore. Con questo suo napoletano “sgrammaticato” ma necessario. Vivo, carnale!

Amico per elezione e affinità sentimentale. Per una coerenza incontaminata, che ammiro e rispetto. In lui come in altri compagni.

Ci eravamo ripromessi di conoscerci, non appena fosse venuto a Napoli.

E che saremmo andati a rivedere quel Cimitero delle Fontanelle che tanto gli piaceva e di cui, con la leggerezza e l’ironia che lo contraddistinguevano, mi parlò in uno degli ultimi messaggi in chat.

Ironia e leggerezza partenopea, lui che era nativo di Portici.

Coerenza e rabbia di un Sud emigrato in anni di ricostruzione e di boom economico. Un boom che, come sempre, hanno vissuto solo i padroni.

Il proletariato, che di quel boom fu il vero artefice – sulle catene di montaggio, nella fabbrica fordista, sui cantieri edili, o quale merce di scambio col carbone, per accordi commerciali con paesi come il Belgio – sfruttato per poche lire, non ne avvertì neanche la flebile eco. Anzi!

L’operaio massa – come Nicola – altro non fu che parte di quell’esercito di riserva da cui il Capitale poteva estrarre comodamente plusvalore, mettendo meschinamente in concorrenza pezzi della stessa classe operaia.

Schiavi, attirati da un’illusione di progresso e di benessere. Carne da macello nel mattatoio del “valore”.

Figlio di ferroviere, Nicola, emigrato con la sua famiglia al Nord, da un Mezzogiorno ancora rurale, “poco produttivo”, deprivato di investimenti e infrastrutture, preda di assistenzialismo e clientele, dovette sopportare l’onta classista e razzista dei “non si fitta ai meridionali”.

In un settentrione che si arricchiva sulla pelle dei terroni, sei mesi in stazione a Torino, dovette tollerare con i suoi. Come tanti meridionali, in quegli anni.

Come tanti immigrati anche oggi!

E poi, addirittura vivere da figlio clandestino, nascosto, perché cinque erano troppi per chi finalmente gli aveva affittato casa.

A 16 anni già in Fiat.

Ma erano altri tempi. Tempi di lotte e di conflitto. Tempi in cui gli ultimi, i dannati, gli sfruttati si organizzavano e portavano l’attacco fino al cuore del padronato e dello stato. Armi in pugno se necessario.

E allora il boom, ai capitani d’industria e ai loro tirapiedi in fabbrica, a metà dei anni ’70, lo fecero sentire loro. Brigate Rosse, Nuclei Armati Proletari, Prima Linea.

Insieme a tante altre formazioni comuniste armate.

Ma il tentativo di Rivoluzione non ebbe esito felice. Ad un paese reazionario, conservatore e genuflesso alla doppia morale pretesca, anche tra coloro che si dicono compagni, era chiedere troppo. Tutto.

E quel tutto solo in pochi potevano darlo.

Avanguardie di un “comunismo” esteriore che intanto preferiva, nelle sue prassi istituzionali, vendersi alla borghesia e al Potere, stringendo patti con i nemici di classe.

Per Nicola, come per tante compagne e tanti compagni, fu la galera. Molta. Troppa.

Vissuta però con la dignità e l’orgoglio di chi sapeva di combattere dalla parte giusta della barricata. Senza mai piegare il capo. Tra rivolte e dure repressioni.

Portando il carcere e le battaglie dei detenuti fuori dalle mura circondariali. Ottenendo addirittura la chiusura di un lager come l’Asinara.

Era la prassi rivoluzionaria che si faceva pelle, nervi, sangue dietro le sbarre.

Ricordando quell’esperienza, Nicola ha scritto: «Un mese dopo mi ritrovai di nuovo in viaggio dentro una macchina in borghese, per essere trasferito nei sotterranei del carcere di Chiavari.

Sette celle davanti ad un muro, in un corridoio cieco appositamente ristrutturato per noi: ho trascorso lì dentro più di sei mesi durante i quali ho ricevuto la visita di Caselli due volte. Veniva a ricordarmi che se non avessi collaborato, la sola prospettiva era quella dell’isolamento per il resto della mia vita: un trattamento di meschino terrorismo psicologico [… ]

I primi mesi di prigionia furono tremendi per me. Ero terrorizzato dal fatto che potessi parlare, che potessero mettermi qualcosa nel cibo per farmi parlare, proprio a me che nemmeno le mie generalità avevo voluto dire a Caselli.

Così buttavo la casanza, tutto quello che arrivava, mangiavo solo le bucce della frutta, bevevo l’acqua dello sciacquone con il terrore: starete immaginando che ero pazzo, ma io avevo il terrore di poter dire qualcosa che potesse arrecare danno ai miei compagni e all’organizzazione, non avrei mai potuto accettarlo.

La maggior parte del tempo la passavo con qualche scarafaggio che, malgrado la luce accesa h24, usciva per cercare cibo ad una certa ora. Uno lo adottai proprio: legato al filo della coperta, lo nutrivo con delle briciole e ingrassava, fortificandosi, col suo fiocchettino rosso.

La prima volta che son riuscito ad ottenere un foglio di giornale ho ricavato delle palline per giocare da solo a bocce, per mantenere attiva la testa e il corpo, vista l’impossibilità di movimento se non per una doccia a settimana, veloce.

Per non impazzire ripetevo poesie a memoria, facevo calcoli, tentavo di pensare il meno possibile e di tenere la mente occupata: questo facevo, questo era.

Non se se questo è normalità o tortura, so solo che ogni aspetto di un uomo solo nel ventre del potere è tortura e la sola forza interiore che puoi trovare per sopravvivere è il pensiero dei compagni, della collettività».

Alla fine di tutto, la sconfitta a pesare come colpa indelebile. Marchio a fuoco di uno Stato che si è erto a Giudice Supremo, pretendendo pentimenti e tradimenti intimi.

Dissociazioni in cambio di indulgenze.

Sovrapprezzo ad una pena da scontare con la censura finanche della parola e del linguaggio -coefficiente umano ancor prima che democratico- che accompagnerà quei combattenti politici fino alla bara.

Da un po’ di tempo, il suo cuore, quel suo cuore di combattente, gli stava creando non pochi problemi.

E l’altro giorno ha ceduto definitivamente. Sotto i colpi di una vita vissuta con l’eccesso della lotta.

Se n’è andato senza poterci conoscere di persona. Senza poterci salutare un’ultima volta.

Lo faccio ora, affidando queste parole alle pagine di un giornale diretto da uno di quei tuoi compagni di strada.

Ciao Nicola. Le catene sono finalmente spezzate!

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