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Concorso Coesione per il Sud: fallisce la riforma classista della PA

Il 6 Aprile 2021 veniva pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando per il Concorso Coesione per il Sud. Richieste 2800 unità di personale non dirigenziale nella Pubblica Amministrazione di otto regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le risorse erano state stanziate dal precedente governo nell’ultima finanziaria e rientravano nell’ambito del Pon Governance 2014-2020, con i fondi europei della coesione destinati alle regioni meno sviluppate.

I profili richiesti erano cinque (funzionario esperto tecnico, funzionario esperto in gestione, rendicontazione e controllo, funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale, funzionario esperto amministrativo giuridico, funzionario esperto analista informatico) ed era possibile presentare domanda anche per più profili.

L’unico prerequisito per potersi iscrivere era avere una laurea: qualunque tipo andava bene per iscriversi a qualunque delle cinque categorie. Pertanto, alla chiusura del bando le candidature presentate sono state 99.357 da parte di 81.150 persone. I posti disponibili erano 2800, cioè meno del 3,5% di quanti avevo presentato domanda avrebbe vinto il concorso.

II bando era stato presentato come al solito in pompa magna dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Brunetta che, dopo aver appreso i dati dei candidati, aveva annunciato con entusiasmo che tutto questo era testimonianza «della voglia di futuro dopo più di un anno di pandemia» e «della bontà della decisione di sbloccare i concorsi, digitalizzandoli e semplificandoli».

Il concorso coesione per il Sud sarebbe dovuto infatti essere il primo svolto con la formula “fast track”, ovvero con preselezione per titoli ed esperienze professionali, tutto in digitale e con un percorso che in cento giorni avrebbe dovuto portare dalla pubblicazione del bando all’assunzione (a tempo determinato, ça va sans dire).

Il tutto accompagnato dalla solita odiosa retorica del merito con i «nostri giovani e i nostri migliori talenti» che «potranno vedere nella PA un datore di lavoro attrattivo e diventare protagonisti di un ambizioso programma di cambiamento del paese».

Vediamo come hanno resistito alla prova dei fatti queste parole.

Cinquanta giorni dopo la pubblicazione del bando erano disponibili gli elenchi degli ammessi che due settimane dopo avrebbero dovuto sostenere la prova. La preselezione per titoli, atta a selezionare «i migliori talenti», aveva escluso buona parte dei candidati, riducendoli a circa 11mila.

La bassissima partecipazione alle prove, in media inferiore al 65% e in alcune regioni addirittura inferiore al 50%, costringeva il ministero a correre ai ripari pubblicando un provvedimento di modifica del bando che «considerata la necessità di garantire i principi di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa, tenuto conto dei tempi e dei costi necessari per lo svolgimento dei concorsi pubblici e dell’urgenza di attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza» riapriva il concorso e faceva accedere a sostenere la prova tutti gli esclusi in precedenza, ferme restando le prove già svolte dai selezionati del primo scaglione.

Per sicurezza, questa volta FormezPA si premurava di inviare una mail di convocazione a tutti i candidati, nel cui corpo chiedeva di confermare o meno (senza alcun vincolo) la propria partecipazione, temendo evidentemente una nuova diserzione di massa da parte chi, dopo aver sentito per mesi la storia dell’infallibile “governo dei migliori”, forse non si aspettava di essere richiamato in una così confusa e miserevole prima uscita.

Ma anche a questo giro le cose sono andate molto peggio del previsto. I candidati idonei sono risultati essere solo 821, meno di un terzo dei 2800 posti disponibili. Essendo stata fissata una soglia di punteggio minimo di idoneità ex ante, senza quindi tenere conto dell’andamento medio della prova, non sono previsti scorrimenti di graduatoria e perciò buona parte dei posti rimarrà vuota.

I proclami urlati di riforma e rilancio della PA vengono ricacciati in gola e al ministro Brunetta non resta che scaricare tutte le colpe sul precedente governo.

Contrariamente alla retorica degli ultimi mesi, i numeri degli iscritti testimoniano la voglia e la necessità diffusa di trovare un impiego, soprattutto da parte dei giovani (il 30% dei candidati aveva meno di trent’anni).

Non solo i concorsi vengono ancora banditi col contagocce, ma i criteri selettivi, tra la super-valutazione dei costosi master a scapito degli altri titoli di studio, il peso che viene dato all’esperienza lavorativa pregressa e le soglie di punteggio, rendono impossibile reclutare le unità di personale richieste che, è bene ribadirlo ancora, sarebbero comunque assunte con contratti a tempo determinato.

C’è poco da girarci intorno: questa riforma della PA, con il classismo di cui è intrisa, alla prima prova dei fatti si è rivelata subito fallimentare sotto tutti i punti di vista e difficilmente potrà migliorare.

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1 Commento


  • Teresa

    Il nanetto ha un cervello di gallina, tutto spostato a destra. È irrecuperabile. Per modificare questa scandalosa situazione bisogna che alle prossime elezioni ci coalizziamo tutti noi di sinistra per sconfiggere le destre, altrimenti la vedo dura.

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