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Un Patto come il 1993? Quando i salari si bloccarono e il lavoro perse tutto

Mario Draghi intervenendo all’assemblea di Confindustria ha messo sul piatto il progetto di un Patto sociale tra governo, Confindustria e CgilCislUil. Il segretario del Pd, Letta, ne è entusiasta e nella foga ha declinato questo Patto sociale richiamando il famigerata accordo del 1993 che introdusse la concertazione e “la politica dei redditi” segnando il crollo dei salari e dei diritti dei lavoratori. Un po’ di storia e di esercizio di memoria può rivelarsi utile per mettersi di traverso contro questa nuova ipotesi di Patto sociale.

L’accordo del luglio ’93 firmato da sindacati, imprenditori e governo, viene siglato dopo due anni di tensioni tra sindacati e Confindustria. Il motivo era la decisione unilaterale di Confindustria di dare disdetta alla scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’inflazione.

Nel settembre 1992, nelle piazze durante i comizi sindacali, erano volati i bulloni contro i dirigenti di CgilCislUil disponibili a mettere in soffitta definitivamente la scala mobile.

A settembre i sindacati di base avevano bersagliato con le uova le sedi di Cgil e Cisl (la Uil era stata salvata dall’arrivo della polizia, ndr). Nell’Autunno del 1992 il sindacalismo di base entrava prepotentemente in scena con la sua prima manifestazione nazionale alla quale parteciparono decine di migliaia di persone. Quella manifestazione contestava apertamente gli accordi raggiunti da sindacati, governo e Confindustria.

Nel 1993 viene nominato Ciampi – ex governatore della Banca d’Italia – Presidente del Consiglio e il “lavoro sporco” cominciato l’anno prima dal governo Amato viene perfezionato.

L’accordo del 1993 sancisce il criterio della concertazione tra le parti sociali e impone nuovi criteri alla politica dei redditi. Protagonisti di quell’accordo furono Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio e Gino Giugni, ministro del Lavoro. I sindacati erano rappresentati da Bruno Trentin, Sergio D’Antoni e Piero Larizza. Luigi Abete per la Confindustria.
L’accordo del luglio ’93 fissa le regole della contrattazione definendo un modello contrattuale articolato su due livelli: il contratto nazionale e quello integrativo aziendale o territoriale.
Ecco in sintesi cosa stabilisce per la parte economica del contratto nazionale:
1) la durata del contratto, solo per la parte economica, sarà di due anni.
2) i rinnovi contrattuali dovranno tenere conto dell’inflazione programmata fissata dal governo nel Dpef. Ma l’inflazione dunque non sarà più quella reale ma quella programmata a tavolino e a priori dal governo e soprattutto non c’è più alcun meccanismo per adeguare i salari all’aumento dei prezzi.
3) in sede di rinnovo biennale ulteriori punti di riferimento del negoziato – secondo l’accordo – saranno la comparazione “tra l’inflazione programmata e quella effettiva intervenuta nel precedente biennio, da valutare anche alla luce delle eventuali variazioni delle ragioni di scambio del paese, nonchè dall’andamento delle retribuzioni”.


I risultati di quell’accordo – noto come “La Concertazione” – sono stati devastanti per i salari e i lavoratori negli anni successivi. Di fatto verrà introdotto il blocco dei salari mentre tutto intorno i governi (Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi) facevano a pezzi il lavoro e il salario sociale con le privatizzazioni, i tagli ai servizi sociali, le controriforme pensionistiche e l’introduzione dei contratti di lavoro precari.

Riproporre nel 2021 quel tipo di Patto sociale è un attacco frontale ai salari e ai lavoratori. Che abbia provocato la standing ovation dei padroni a Draghi ne è la dimostrazione più evidente. La sfida dello sciopero generale dell’11 Ottobre è veramente un inizio.

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