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L’assalto ai servizi pubblici locali, ultima riserva di profitti facili

Mentre gli imbecilli si concentrano sulla “dittatura sanitaria” e altre corbellerie disegnate apposta per distrarre, il “governo dei migliori” ridisegna la mappa dei poteri e degli affari in questo paese.

Pubblichiamo qui di seguito due articoli scritti da personaggi diversi, sempre al limite tra “sto dentro, sto fuori” rispetto al centrosinistra, ma comunque competenti in materia economica e, al momento, abbastanza liberi nell’esprimere giudizi fondati sulle “riforme chieste dall’Europa” e in via di rapidissima – e silenziosa – applicazione da parte del governo Draghi.

Il focus è sul cosiddetto “Ddl concorrenza”, che contiene e nasconde la distruzione dei servizi pubblici locali – dalla gestione dell’acqua ai traporti pubblici – in nome della “libertà di mercato”.

Le molte considerazione fatte da Bersani (Marco) e Fassina sono tutte corrette e dunque non le ripetiamo.

Sottolineiamo il diverso trattamento riservato ad alcuni settori (taxi, stabilimenti balneari, ambulanti) che sono occupati da figure sociali in grado di paralizzare facilmente diverse aree metropolitane, oltre a costituire bacini elettorali a disposizione soprattutto del centrodestra.

Qui si procede secondo l’antica logica del rinvio, in attesa di trovare/disegnare delle “compensazioni” o costruire un isolamento politico che consenta poi la repressione pura e semplice delle scontate proteste.

Si tratta peraltro di attività molto diverse, visto che le concessioni delle spiagge pubbliche consentono la costruzioni di imprese anche di medie dimensioni, con dipendenti/collaboratori (stagionali, e dunque spesso “in nero”), profitti di discrete dimensioni e bassissima resa per i conti dello Stato (cui le spiagge appartengono).

Mentre taxi e ambulanti sono in genere imprese individuali o familiari, certamente gestite sul confine della legalità ragionieristica, che non si capisce però per quale ragione economica dovrebbero essere consentite in base a una “gara europea”, come se un ambulante o un tassista lussemburghese potesse esercitare qui il suo mestiere…

Il cuore del provvedimento di Draghi, la vera “cifra di classe” del suo agire, sono perciò i servizi pubblici. Che, in nome della “concorrenza” si vorrebbero affidare a monopoli privati.

Stiamo parlando di ambiti in cui la concorrenza effettiva è praticamente impossibile (distribuzione dell’acqua, trasporti locali, ecc), perché “monopoli naturali”.

Nessuno vuole costruire una rete idrica alternativa per portare l’acqua negli appartamenti; nessuno costruisce un’autostrada o una ferrovia alternativa per andare da Roma a Milano (o da qualsiasi altra parte); e nessuno pensa di poter guadagnare con una linea di autobus alternativa, e magari a prezzo più basso, rispetto ad una già esistente.

Nella storia reale di qualsiasi paese capitalista, infatti, questi servizi pubblici sono stati costruiti dallo Stato (l’unica eccezione sono state le ferrovie statunitensi dell’800). Al massimo è stata poi data in concessione “la gestione” di questi monopoli, con esiti sempre disastrosi.

Il crollo di Ponte Morandi, lo stato della rete idrica (quasi completamente privatizzata, nonostante un referendum contrario), le esperienze negative di ferrovie e linee metropolitane (da Trenord alla romana Tpl), stanno lì a dimostrarlo anche fisicamente. Se le decisioni politiche fossero davvero fondate sull'”efficienza” e sul “merito”, sicuramente si tornerebbe alla gestione pubblici, più centralizzata e pianificata (con amministratori più onesti di quelli passati).

Ciò nonostante si va avanti per regalare questi monopoli naturali ai privati. Sono soldi arcisicuri, per chi riuscirà ad accaparrarsi le concessioni. E quello sarà anche l’unico momento di “vera concorrenza” (la gara per ottenere la concessione).

Dopo di che inizierà la solita trafila: aumento delle tariffe (fin qui spesso calmierate proprio perché “servizi pubblici essenziali”), aumento dei disservizi e dei distacchi (se non paghi la bolletta in tempo ti stacco l’acqua, ecc), richieste di finanziamenti pubblici perché altrimenti non si può fare la manutenzione, ecc.

Qui non ci sono al momento problemi elettorali. Né movimenti popolari abbastanza consistenti da creare preoccupazioni e blocchi delle aree metropolitane. E quindi sarà il caso di cominciare a costruirli…

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Draghi all’assalto dei servizi pubblici locali

Marco Bersani – il manifesto

Era atteso da tempo. Faceva parte delle stringenti «condizionalità» richieste dalla Commissione Europea per accedere ai fondi del Next Generation Eu. Era uno degli assi portanti per i quali Draghi è stato definito da Confindustria «l’uomo della necessità». Era fortemente voluto dalle lobby finanziarie. Ed è arrivato. Il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato. Un nuovo bastimento carico di privatizzazioni.

Mentre i media mainstream ancora una volta dirottano l’attenzione (tassisti, stabilimenti balneari etc.) nessuno mette l’accento sulla sostanza del provvedimento, concentrata nell’art. 6: la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni. Un provvedimento vergognoso che, sin nelle finalità espresse all’art. 1, sembra aver completamente accantonato quanto la pandemia ha evidenziato oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.

Senza alcun senso del ridicolo si dice che il provvedimento ha lo scopo di «promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati (…) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini».

Se dalle finalità generali passiamo allo specifico articolo sui servizi pubblici locali, va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza alcuna esclusione.

Come si evince dall’unico passaggio – paragrafo d – in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per la globalità dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questa estensione, valga il richiamo (par. o) alla normativa relativa al Terzo Settore.

Ribaltando a 360 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo. I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di ribaltamento della realtà.

Mentre all’affidatario privato viene richiesta (bontà sua) una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune che, malauguratamente, scelga di gestire in proprio un servizio pubblico locale: dovrà produrre «una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato» (par. f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (par.g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (par. i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione.

Non contento di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il Governo prevede anche (par. q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente. In questo contesto, il richiamo (par. t) alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la presa per i fondelli finale.

Un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali. Di questo si tratta. Fatto da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società.

«La zavorra dei vincoli e del debito ci impedisce qualunque movimento. Non avere alcuna agibilità sul bilancio significa impattare enormemente sulla qualità di vita dei cittadini. E’ impossibile governare la città se non possiamo mettere risorse». Così ha tuonato pochi giorni fa Gaetano Manfredi, nuovo sindaco di Napoli.

La risposta del governo Draghi è che non vi è alcun bisogno di governare i Comuni e le città: basta mettere tutto sul mercato.

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Ddl Concorrenza: il ritorno del Britannia?

Stefano Fassina – Huffington Post

Timidamente, qualche giornale (Il Manifesto con un bell’articolo di Marco Bersani e Il Fatto Quotidiano con un interessante testo di Virginia Della Sala), ha incominciato a fare luce sul testo del Disegno di Legge per il mercato e la concorrenza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 Novembre scorso, ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Conosciamo, pertanto, soltanto la bozza “in entrata”.

Ma è sufficiente a dare il senso politico dell’operazione in corso. Vero, come è stato enfatizzato, che, “per ora”, sono state opportunamente lasciate fuori concessioni per gli stabilimenti balneari e commercio ambulante, ambiti inseguiti da oltre un decennio dalla famigerata Direttiva Bolkestein, nonostante gli “scudi” approvati dal Parlamento.

Ma, come ho sottolineato nei giorni precedenti al varo del provvedimento a Palazzo Chigi, il testo approvato in CdM non è acqua fresca. Anzi. Sembra di essere tornati, in un improvviso flash back, al 2 Giugno del 1992, quando, a bordo dello yacht “Britannia”, Mario Draghi, allora “soltanto” Direttore Generale del Dipartimento del Tesoro al Ministero dell’Economia e delle Finanze, davanti ad una selezionatissima platea di investment bankers e di chief economic officers, riconosceva la necessità, l’urgenza, l’utilità della privatizzazioni delle principali aziende dello Stato.

Infatti, il DdL appena licenziato dal Governo, in molti articoli, sembra scritto trent’anni fa. Colpisce l’intensità ideologica. In particolare, risalta la totale rimozione dei risultati raggiunti nella gestione privatistica dei monopoli naturali, come le risorse idriche, il trasporto pubblico locale, il ciclo dei rifiuti, le grandi infrastrutture di rete.

Per colmare la lacuna, suggeriamo agli estensori dei testi di leggere qualche rapporto della Corte dei Conti sulle gestioni private dei monopoli naturali in Italia. Suggeriamo anche di verificare quanto avviene ad esempio nel Regno Unito in merito alla ri-nazionalizzazione della gestione delle ferrovie e delle risorse idriche.

In estrema sintesi, nell’ambito dei monopoli naturali, la teoria della cosiddetta “concorrenza per il mercato” non funziona: la stagione delle privatizzazioni ha portato aumenti delle tariffe per gli utenti, strutturale carenza di investimenti e conseguente peggioramento della qualità dei servizi, rendite stratosferiche per gli azionisti.

Il caso di Aspi-Atlantia in merito alla tragedia del Ponte Morandi sulla A10 non è un caso, è la regola. Risultati analoghi si possono riscontrare nei bilanci di Atlantia su Aeroporti di Roma o nei bilanci di Acea per quanto riguarda la captazione e la distribuzione dell’acqua nella Capitale o, ancora, nei servizi resi da Roma TPL, gestore privato del 20% del trasporto pubblico locale all’interno del Grande Raccordo Anulare.

Forse, sarebbe anche opportuno ricordare che, i cittadini italiani, 10 anni fa, approvarono con 27 milioni di voti un quesito referendario per abrogare la normativa di regolazione dei servizi locali operati in house dai Comuni e ribaltare la tendenza alla gestione privatistica dei beni pubblici, a cominciare dall’acqua.

Il clamoroso risultato del referendum del 2011 è stato finora sostanzialmente ignorato, ma mai così radicalmente contraddetto come negli articoli della normativa in corso di pubblicazione.

Ci permettiamo di richiamare alla memoria di Mario Draghi Presidente del Consiglio quanto disse saggiamente Mario Draghi Direttore Generare di Via XX Settembre in quel drammatico inizio estate del 1992: “la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile.

La stagione di privatizzazioni che il Presidente del Consiglio intende aprire con il DdL per la concorrenza ed il mercato ha maggiore profondità ed estensione di quella avviata nel 1992. I grandi interessi privati, nazionali e stranieri, protagonisti delle utilities sono super attivi e pronti a mietere altre cospicue rendite. Tuttavia, come noto, il Governo Draghi non ha ricevuto mandato dal voto popolare, né è stata sottoposta al giudizio degli elettori la sua agenda.

È necessario, quindi, che il governo e tanti autorevoli e illuminati commentatori prendano atto che i cittadini e le cittadine, oltre che con il voto, in una democrazia parlamentare, intervengono attraverso i partiti che, quando “piantano le bandierine” e “assediano il Premier”, li rappresentano (purtroppo con sempre maggiore difficoltà dato lo scostamento degli atti dalle promesse elettorali).

La gestione dei monopoli naturali deve tornare, per espressa volontà del popolo, oltre che per ragioni di natura economica, ad efficienti operatori pubblici. Il Parlamento deve correggere l’impianto del DdL per il mercato e la concorrenza e, non ultimo, dare maggiore specificità ai principi di delega.

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4 Commenti


  • Ginco

    Si deve essere sicuramente d’accordo su fatto che la gestione dei monopoli naturali non può essere gestita dal mercato, con le regole del mercato stesso. Questo perché i monopoli naturali non possono essere considerati come “merce” , non credo che il problema in sé sia l’eventuale gestione da parte di un privato, purché stia dentro a quelle elementari e inevitabili regole che contraddistinguono la gestione del bene pubblico. Certamente Draghi non ha questo in mente e il vero problema credo sia l’uso dello Stato, da parte dei politici o tecnici, come un’azienda; che differenza ci potrebbe essere tra un dirigente pubblico o privato, bravo o innetto che sia, se le regole di gestione dello Stato sono le stesse che contraddistinguono il libero mercato? Nessuna.


  • Marco Bersani

    Mai stato dentro il centrosinistra e neppure al limite fra “sto dentro, sto fuori “. Mai stato iscritto ad alcun partito, né candidato da alcun partito.
    La dialettica delle posizioni fa bene alla discussione, ma, car* compagn* definirmi vicino al centrosinistra perché su alcune cose non sono d’accordo con voi, non mi sembra un modo corretto di relazionarsi.
    Grazie comunque della pubblicazione dell’articolo.
    Buon tutto


  • Marco Bersani

    Non avevo notato l’ulteriore finezza di definirmi “”al momento, libero di esprimere giudizi fondati” (sic)


    • Redazione Contropiano

      Ci scusiamo della definizione. Nella solita fretta con cui siamo costretti a lavorare, le posizioni di Marco Bersani e Stefano Fassina non sono state adeguatamente differenziate. Comunque l’articolo era già stato pubblicato domenica come tale. Lunedi è stato inserito in un servizio più ampio.

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