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Sequestro al gruppo Gedi per truffa all’Inps

Una storia esemplare su che merda sia il potere in questo paese. Il gruppo editoriale più importante, probabilmente, quello che tutti i giorni spara titoli a 6 colonne quando viene beccato qualcuno che prendeva il reddito di cittadinanza senza averne diritto – e per chiederne dunque l’abolizione in blocco – è stato beccato in flagrante truffa contro l’Inps.

Ovviamente gli importi non sono quelli tipici del reddito di cittadinanza (581 euro, in media), ma un po’ più consistenti: 30-38 milioni. Del resto, è da manuale: se devi fare un reato, tanto vale farlo in grande, no?

Interessante anche il fatto che il gruppo Gedi sia ora della famiglia Agnelli, quella che ha fuso la Fiat con il gruppo francese Psa, preparandosi a chiusure di stabilimenti in Italia ma con la precauzione di spostare la sede fiscale in Olanda. Quindi si prepara alla maxi-truffa del secolo, visto che paga le tasse ad Amsterdam (più basse, naturalmente, se non perché spostare la sede?) e chiede sussidi, sovvenzioni, incentivi, agevolazioni qui in Italia.

Prima di passare all’incasso con centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione – come conseguenza momentanea della chiusura di stabilimenti ancora non individuati, ci sta pensando Stellantis, ossia il management francese, notoriamente alquanto nazionalista… – a Torino staranno studiando il dossier Gedi. Hai visto mai che da lì arrivino buone idee.

La presunta truffa sarebbe avvenuta però quando il gruppo Gedi apparteneva ad un altro luminare della liberal-democrazia italiana, Carlo Debenedetti, ora a cavallo del quotidiano Domani.

La tecnica non era particolarmente originale: in sostanza una settantina di dipendenti sarebbero stati appositamente demansionati e trasferiti per usufruire della pensione anticipata di cui non avrebbero altrimenti avuto diritto (tra cui anche alcuni dirigenti).

Divertente constatare che, nello stesso periodo (tra il 2011 e il 2015, a cavallo dei governi Monti, Renzi, Gentiloni), quei giornali si battessero fermamente per la “riforma Fornero”.

Senza farsi mancare neanche la beatificazione del “jobs act”, con cui decine di milioni di lavoratori dipendenti hanno perso ogni tutela contro i licenziamenti ingiustificabili.

Veramente una bella società, insomma, degna di assumere le vesti di “difesa della libera informazione”, di impugnare la bandiera della “lotta alle fake news” proprio mentre il suo attuale direttore appariva in un leaks reso pubblico dal sito fondato da Assange per aver pagato un’agenzia di “informazione” notoriamente “veste ufficiale” della Cia.

Il provvedimento della Procura fa parte di un’inchiesta di cui Il Fatto Quotidiano aveva dato conto nel 2018, quando partirono le prime indagini della Guardia di Finanza. L’impulso all’inchiesta fu dato proprio da alcune rivelazioni del Fatto Quotidiano relative ai carteggi tra un dipendente del gruppo editoriale e l’Inps.

Scrive ieri Il Fatto Quotidiano che “Il piano di prepensionamenti attuati dal gruppo tra il 2011 e il 2015 ha coinvolto in tutto 69 giornalisti e 187 poligrafici. Nel corso degli anni l’Inps avrebbe ricevuto più di una segnalazione sulle presunte irregolarità provenienti dall’interno dello stesso gruppo.

Tra i destinatari anche l’ex presidente Tito Boeri, che era anche editorialista di Repubblica e che, secondo quanto scrive la Verità, non avrebbe mostrato una particolare solerzia nella gestione della pratica.”

Un caso eclatante di quelle “porte girevoli” tra il sistema degli interessi privati e l’amministrazione pubblica che, dagli Stati Uniti alla vecchi Europa, ha portato alla luce con esempi pratici cosa significhi l’affermazione marxiana sullo Stato come «violenza concentrata e organizzata della società», al servizio della classe dominante.

Non sembra un caso che, a parte la presunta (e smentita) “distrazione” dell’ex presidente Inps Tito Boeri, in difesa del gruppo Gedi si muova la creme de la creme dell’avvocatura italiana.

A difenderla di fronte ai giudici è infatti l’avvocata ed (tra il 2011 e il 2013) ex ministra  Paola Severinoche avrebbe dato disposizioni per la creazione di un conto ad hoc in cui depositare i soldi oggetto del sequestro”.

Le notizie riportano che “tra il 2010 e il 2016 il gruppo era riuscito a collezionare 160 milioni di utili”, e dunque la presunta truffa all’Inps non poteva avere neanche la giustificazione dello “stato di necessità”

La crisi economica arriva infatti dopo. “Dal 2017 al 2020, complice la grave crisi di diffusione de La Repubblica, ma anche de La Stampa e Il Secolo, la società che era dei De Benedetti ha cumulato 450 milioni di rosso. Solo nel 2020, l’anno del passaggio da Cir alla famiglia Agnelli, le perdite sono state di ben 166 milioni. A pesare non solo il calo potente dei ricavi che nel decennio hanno perso 385 milioni, ma anche le pulizie sul valore delle testate.”

Che la carta stampata soffra per l’avanzata inarrestabile dell’informazione online – spesso gratuita o quasi, per i lettori – è certo. Che la caduta di credibilità sia però una componente fondamentale di questa crisi, altrettanto.

Essere individuati e riconosciuti come “la voce del padrone”, quando oltretutto il padrone si chiama Agnelli o Debenedetti, non è esattamente un boost per le vendite…

Qui di seguito anche la lettera con cui Tito Boeri spiega al Fatto il suo operato nella vicenda, dicendosi protagonista nella segnalazione delle irregolarità del gruppo Gedi.

Il 31 dicembre il quotidiano “La Verità” ha riportato la notizia del sequestro di oltre 30 milioni al gruppo GEDI a seguito di un’operazione della Procura di Roma sull’utilizzo improprio di ammortizzatori sociali da parte del gruppo. Non essendo un lettore di quel giornale, ho ricevuto lo stralcio di articolo dal dirigente Inps cui a suo tempo avevo chiesto di seguire la vicenda.

Le voglio dare una buona notizia”, mi scriveva, “grazie al suo intervento siamo riusciti a smascherare una truffa ai danni dell’Inps; c”è voluto del tempo, ma ci siamo riusciti”.

Leggo l’articolo, ma mi trovo di fronte ad una ricostruzione distorta e maliziosa del mio operato, volta a insinuare che io abbia voluto insabbiare la vicenda.

Come posso documentare, dopo avere ricevuto un messaggio criptico da una persona a me sconosciuta (non era un messaggio anonimo) riguardo a potenziali frodi ai danni dell’istituto, fui io stesso a sollecitare il mittente perché mi offrisse i dettagli della vicenda.

E il giorno stesso in cui ricevetti una mail più circostanziata incaricai il direttore centrale della DC ammortizzatori sociali, struttura competente in materia (e non certo un “dirigente di seconda fascia” come riportato dal vostro giornalista) di approfondire la vicenda.

Posso anche documentare che anche successivamente a questa mia prima segnalazione sollecitai la direzione ad andare a fondo, lasciando poi al direttore generale, una volta appurato che ci potevano essere gli estremi di una frode, il compito di seguirne l’evoluzione.

Se avessi voluto davvero insabbiare la vicenda, lo avrei potuto fare in un’infinita di modi, a partire dall’ignorare il messaggio di una persona a me sconosciuta tra le centinaia di mail che ricevevo ogni giorno. Mi colpisce che Il Fatto di oggi dia spazio alla tesi de “La Verità” sostenendo che non avrei mostrato “particolare solerzia” nel seguire la vicenda senza neanche preoccuparsi di interpellare la direzione competente dell’Inps e il sottoscritto. La prego dunque di pubblicare integralmente questa mia lettera.

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