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Verso un presidente vicerè

Si sono un po’ incartati, diciamolo subito.

La partita per il Quirinale si svolge secondo copione, o perlomeno secondo gli obblighi che ciascun soggetto “portatore di interessi” è costretto a rispettare.

Ciò che resta della “classe politica” – ben poco – si divide tra rappresentanti di imprenditoria di corto orizzonte (la cosiddetta “borghesia italiana”) e terminali di interessi decisamente più corposi. Quanto meno “europei”, ovviamente con cointeressenza “atlantiche”, com’è arrivato a teorizzare il segretario del Pd Enrico Letta. Un partito di apparato che solo la perversione interessata dei media di regime può qualificare come “sinistra”.

Queste due destre cercano una difficile quadra intorno a un ruolo istituzionale che da tempo ha dismesso le vesti del “notaio super partes” per assumere quelle di paziente tessitore dei legami tra appartenenze internazionali (l’Unione Europea in primis) e residui di “democrazia parlamentare” occupata ormai da peones, anche quando vestono i panni di “leader”.

Il prossimo presidente dovrà infatti garantire il percorso fissato nel Recovery Fund, qualunque sia la maggioranza politica che uscirà fuori dalle prossime elezioni.

Delle 528 condizioni poste dalla Ue per l’erogazione di tuti i prestiti promessi, 51 sono state esaudite nel 2021, sotto la direzione di Mario Draghi. Altre 100 (o 122, secondo il direttore de La Stampa) dovranno essere soddisfatte in questo anno.

Ovvio che serva un governo che procede, come l’attuale, a colpi di decreto, senza discussione parlamentare, tanto sono tutti dentro “la maggioranza” (anche chi finge di essere all’opposizione quando si accendono le telecamere, come Giorgia Meloni).

Il problema è che “il garante credibile” per entrambi i ruoli è solo Mario Draghi, l’”uomo del Britannia”, il privatizzatore che ha consegnato alla speculazione finanziaria buona parte dei migliori asset pubblici (Telecom, Alitalia, le banche di “interesse nazionale”, ecc), con la complicità dei governi di centrosinistra e di centrodestra. E con risultati disastrosi.

Stando così le cose, e non potendo – ancora – sommare le due funzioni (capo dello stato e presidente del consiglio), i 1009 “grandi elettori” devono scegliere tra mandare Draghi al Colle – da dove sorveglierà i governi per i prossimi sette anni, soluzione preferita dai “mercati” – oppure lasciarlo dov’è per un altro anno. Ma a condizione di mandare al Quirinale un “re travicello” che risponda alle sue disposizioni (che sono poi quelle europee e “atlantiche”).

La destra “piccolo borghese” preferirebbe vedere lì un proprio uomo (o donna, fa lo stesso a certi livelli), per meglio trattare sulle tante “riforme” che potrebbero stravolgere il proprio “blocco sociale” fatto di interessi spesso indicibili.

Da questo punto di vista può giovarsi di un parco parlamentari eletto sotto l’ondata populista di quattro anni fa, euroscettica fino a mezzogiorno. Ma non ha ancora trovato qualcuno che possa garantire sia “i mercati” che la propria base imprenditoriale. E questo sta facendo andare fuori giri tutto il processo di nomina del nuovo presidente.

Un “re travicello” troppo “nazionalista”, agli occhi della Ue e dei “mercati”, sarebbe il perfetto casus belli per un’ondata speculativa che non troverebbe ostacoli. Né nella UE – che spinge apertamente per un altro risultato – né nelle istituzioni nazionali (a quel punto bloccate da una probabilissima crisi di governo, con annessa possibilità di elezioni anticipate e relativa rissa di tutti contro tutti sul nulla).

Questo lo sanno anche i Salvini (glielo spiega Giorgetti, off record), Meloni e soprattutto Berlusconi (ci è già passato, nel 2011).

Ma non possono non provarci. Un cedimento di schianto su questo punto significherebbe zero potere di trattativa, sulle questioni “essenziali”.

Il rischio, al momento, è quello di un lungo trascinamento di votazioni senza senso (schede bianche, voti di bandiera, voti di fantasia e goliardia), un progressivo spappolamento di ogni fronte, fin quando “i mercati” – già sotto stress per i venti di guerra ucraini – non faranno sentire la propria voce prepotente. Muovendo lo spread…

Dallo spappolamento del comando politico, di solito, emerge un “imperatore”, un “duce”, o almeno un “vicerè”. E per quel ruolo, come detto, c’è un solo nome. Al massimo, un suo avatar.

Ma non chiamatela “democrazia”…

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1 Commento


  • Norma

    Cari compagni, condivido in tutto la vs. interessante analisi. Solo la frase finale mi sembra inopportuna. La democrazia nel capitalismo é la forma ideologica di stato e mercato. In una societá postcapitalista (se é questo a cui auspichiamo) non c´é bisogno di democrazia in quanto produzione, organizzazione, cultura ecc. avvengono im modo diretto, senza mediazioni, per cui la democrazia non serve come facciata. Quella frase finale sembra voler auspicare a una democrazia, come se questa fosse l´ alternativa. Ma l´ alternativa dovrebbe essere un´ altra societá (comunismo) che organizza la sua produzione e riproduzione sociale in tutt´ altra maniera e quindi non ha bisogno né di stato né di mercato e tanto meno delle loro forme ideologiche. Saluti comunisti, Norma

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