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Violenza sulle donne: la denuncia di Marta Collot

I fatti: da più di due anni un soggetto con gravi  precedenti  di stalking  e molestie perseguita me e alcuni dei miei compagni e compagne.

Martedi 1 marzo si è tenuta l’udienza preliminare rispetto alla prima delle due denunce che ho sporto, un’udienza che si è conclusa con la decisione da parte del GUP del non luogo a procedere, nonostante le molestie siano continuate fino all’arresto cautelare di un mese fa.

Una decisione che dimostra l’abissale distanza tra i proclami e gli inviti alle donne a denunciare i casi di violenza e  la realtà contro cui le donne devono scontrarsi quotidianamente anche in ambito giudiziale.

Ancora una volta si dimostra come, aldilà della retorica, in questo Paese esistano due pesi e due misure rispetto alla giustizia nelle aule di tribunale.

Davvero dobbiamo aspettare che una donna venga ammazzata per poter dare valore alle molestie??

Davvero dobbiamo ancora subire processi in cui veniamo colpevolizzate per essercela cercata mentre l’uomo violento viene dipinto come vittima di troppo amore o in preda a una tempesta emotiva?

Mentre invece le lotte sociali e politiche vengono costantemente criminalizzate  e represse. Infatti nella stessa settimana in cui viene prosciolto uno stalker recidivo vengono invece pesantemente condannati gli antifascisti per i fatti di via erbosa e arriva la notizia dell’inizio di due processi che vedono coinvolti attivisti sindacali di USB e solidali: uno per aver portato in piazza a Bologna la rabbia dopo la morte di Abd El Salam, ammazzato durante un picchetto e l’altro per le mobilitazioni per il diritto alla casa, due processi tra l’altro in cui sono coinvolta anche io.

Una decisione, quella del giudice,  che arriva a ridosso dell’8 marzo, una data che viene fatta vivere del suo significato originale solo dalla determinazione dei movimenti  e dei sindacati conflittuali che la vivono come giornata di lotta contro ogni forma di sopruso, togliendola dalle mani di chi la vive solo come giornata in cui fare sterili e ridondanti affermazioni di circostanza.

Oggi ci troviamo nuovamente a denunciare e affrontare  collettivamente una violenza, come abbiamo fatto tre anni fa, dopo che sono stata stuprata nel parchetto di via Parri in Bolognina.

Quella vicenda si è conclusa con la sentenza di condanna al massimo della pena, nonostante la richiesta del  PM fosse molto inferiore.

Una sentenza che è arrivata dopo mobilitazioni nel quartiere, dopo presidi sotto al tribunale, dopo che grazie al mio avvocato siamo riuscite a portare la voce della “vittima” dentro alle aule del tribunale, in cui ho potuto dire in faccia al mio stupratore ciò che penso: che ha approfittato del suo vantaggio fisico ma che non mi sono mai piegata perché quello che questi uomini non sanno è che esiste qualcosa che rende più forti di qualsiasi forza fisica.

Si chiama lotta e si chiama organizzazione .

Nell’affrontare collettivamente la violenza abbiamo deciso di non fare il nome della compagna coinvolta per lanciare un messaggio chiaro, per sottrarci alla personalizzazione o alla morbosità che queste situazioni evocano: per dire chiaramente che non era importante sapere chi fosse perchè se tocca una tocca tutti noi per davvero.

Oggi però voglio prendere parola in prima persona e dire che ero io la donna a essere stata stuprata tre anni e fa, e sono io a essere stalkerata, sono io ad aver dovuto cambiare casa e abitudini. Voglio raccontare la mia storia perché è la storia di tantissime, troppe donne.

Lo faccio perché voglio lanciare un messaggio: chi si deve vergognare e nascondere è chi fa la scelta di usare la propria posizione di potere per opprimere un altro essere umano.

Per dire che  possiamo sottrarci e rifiutare la retorica che ci vede o solo come colpevoli o come vittime inoffensive.

Nessuna condanna cancellerà mai quello che è successo a me e succede a migliaia di donne ogni giorno, ma possiamo far sentire  la nostra voce a chi non vuole ascoltare o pensa di poter parlare a nome nostro.

Possiamo dimostrare che subire una violenza o una ingiustizia non ci annienta, non ci rende spettatrici passive della nostra vita e dei nostri corpi.

Aver subito una violenza o un’ingiustizia non rappresenta uno stigma, non definisce  quello che siamo. Perché siamo molto di più del ruolo inoffensivo di vittime in cui ci vogliono rinchiudere.

Possiamo prendere parola e ribaltare il tavolo. Possiamo unirci e mettere al centro la lotta e l’organizzazione come strumento concreto di riscatto e emancipazione da un mondo che calpesta tutto e tutti. Sbattergli in faccia la nostra esperienza  scomoda  fatta di carne, sensazioni e pensieri, lontana dalla narrazione fredda della ricostruzione giuridica.

Ci pensano deboli, faccio un invito a tutte le donne e a tutti quelli che subiscono la sopraffazione: uniamoci, organizziamoci perché insieme siamo una potenza.

Tenetevi la vostra commiserazione, noi vogliamo giustizia.

Tenetevi la vostra ipocrisia, noi vogliamo riscatto e emancipazione.

Ci vogliono soli, divisi e passivi, noi vogliamo far sentire invece la rabbia e la volontà di riscatto per tutti quelli che subiscono l’ingiustizia di questa società. Per questo ci uniamo tutti i giorni: per costruire un modello di società diverso basato su solidarietà, emancipazione e uguaglianza.

Contro un mondo che calpesta tutto e tutti,

LA NOSTRA SICUREZZA E’ L’ORGANIZZAZIONE.

LA NOSTRA ARMA E’ LA COSCIENZA COLLETTIVA.

LA NOSTRA DIFESA E’ L’AZIONE ORGANIZZATA.

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1 Commento


  • Manlio+Padovan

    Si tratta sempre dell'”eterno fascismo italiano” già denunciato a suo tempo da Carlo Levi…ma che a nessuno interessa.

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