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Sequestro Moro, nuovi testimoni per vecchie bugie /1

C’è una figura che da diversi anni a questa parte riaccende l’attenzione pubblica sui cosiddetti «misteri irrisolti» o sulle presunte «nuove verità» che periodicamente riemergono sul sequestro e l’uccisione del leader della Democrazia cristiana Aldo Moro, avvenuto nel lontano 1978.

Si tratta di un particolare tipo di fonte che agita da tempo il dibattito storiografico: il testimone. Non c’è qui lo spazio per introdurre la necessaria distinzione tra colui che è stato attore del fatto e il semplice spettatore, il più delle volte di un singolo momento, di una semplice frazione di quella vicenda.

Ci interessa ora solo rilevare l’inevitabile carica suggestiva che ‘la parola del testimone’ contiene, la forza emotiva che il suo racconto trasferisce sui fatti accaduti, poiché il testimone si presume sia colui che ha vissuto il fatto e raccontandolo lo fa rivivere.

Gli storici, ma anche i poliziotti come i giudici, sanno bene quanto si debba trattare questo tipo di fonte con estrema cautela, con gli strumenti più sperimentati del mestiere, tanto più se il nuovo testimone appare, come in questo caso, a decenni di distanza dai fatti o se autori di vecchie testimonianze modificano o arricchiscono di improvvisi – e soprattutto sollecitati – ricordi le loro lontane dichiarazioni.

Chi lavora con la memoria sa bene che la sincerità del ricordo non è garanzia di veridicità.

Nuovi testimoni e vecchie bugie

E’ questa una delle caratteristiche più recenti del «caso Moro». Durante i lavori della commissione parlamentare presieduta dal Giuseppe Fioroni si sono cercati in maniera spasmodica nuovi testimoni, in alcuni casi semplici replicanti di racconti fatti da persone nel frattempo scomparse.

Un caso emblematico è rappresentato dalla vicenda delle palazzine di via dei Massimi 91, ritenute secondo alcune teorie complottiste un luogo dove fecero tappa i brigatisti con l’ostaggio (addirittura prima possibile prima prigione di Moro), avvalendosi di complicità di matrice atlantica che in quel condominio avrebbero trovato una loro postazione.

In questo caso i nuovi testimoni – i figli del portiere dell’immobile, Benedetto e Antonino Macerola – hanno riferito confidenze ricevute dal padre defunto, che a sua volta le aveva riprese da un’altra persona – il generale del Genio Renato D’Ascia – condomino in una delle palazzine, anch’esso non più di questo mondo.


Voci – tecnicamente dei “de relato di secondo grado non verificabili“, in quanto le fonti originarie sono scomparse – sufficienti secondo le relazioni della commissione Moro 2 e l’ex magistrato Guido Salvini, estensore di una relazione sul sequestro Moro per conto della commissione antimafia, sezione VII, nella scorsa legislatura, per sostenere che Moro non sarebbe stato condotto via Montalcini e il commando brigatista non avrebbe raccontato la verità sui suoi reali movimenti dopo l’assalto di via Fani.

Altri neotestimoni, come l’attore Francesco Pannofino e i giornalisti Rai Diego Cimarra e Alessandro Bianchi, hanno provato a modificare la scena di via Fani, dove avvenne il rapimento del presidente della Dc e l’uccisione dei membri della sua scorta, sostenendo che il bar Olivetti, situato all’angolo della scena dell’agguato e dalla cui terrazza esterna partirono all’assalto i membri del commando brigatista, fosse aperto quella mattina.

Per Pannofino era in attività, ma chiuso quel giorno per riposo settimanale. Cimarra e Bianchi si sono abbandonati invece in dettagliatissime descrizioni dei baristi e clienti presenti all’interno del locale, tra cui uomini in divisa con l’immancabile accento tedesco nonostante l’esercizio commerciale fosse abbandonato da tempo perché fallito, avesse le serrande tirate giù, i dipendenti licenziati, i contratti della luce chiusi e i libri contabili depositati al tribunale di commercio, come hanno sempre dimostrato i rilievi documentali nonché le innumerevoli immagini riprese quella mattina.

Sostenere con tanta ostinazione che quel bar fosse aperto serviva a dimostrare che i brigatisti avevano per l’ennesima volta mentito, coperti da un “patto di omertà” con quelle autorità politiche e istituzionali anch’esse coinvolte nella eliminazione dello statista democristiano.

Altri ancora, come la signora Cristina Damiani e Luca Moschini, hanno arricchito le loro precedenti dichiarazioni aumentando il numero dei partecipanti all’agguato, aggiungendo nuovi sparatori e percorsi di fuga a piedi (cf. la relazione scritta dall’ex magistrato Guido Salvini per conto della commissione antimafia, a firma della deputata Ascari, sezione VII diciassettesima legislatura), che non trovano conferma nelle deposizioni dei numerosi altri testimoni presenti sulla scena.

«La persona informata sui fatti – ha scritto recentemente il giurista Glauco Giostra – non è una semplice res loquens». La rievocazione di un ricordo è inevitabilmente influenzato dal contesto in cui si produce. La memoria non è una sorta di reperto archeologico che giace, inerte, nello scantinato del passato e che il testimone deve soltanto ritrovare.

«Il ricordo è materia viva, deteriorabile e plasmabile [..] Un falso ricordo – conclude Giostra – viene sovente indotto da certe ricostruzioni mediatiche».

* da Insorgenze.net

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4 Commenti


  • Alfredo Ciano

    Questo Complottismo e’ diventato Insopportabile😠😠😠…


  • Alessandra Catarsi

    Fermo restando il fatto che l’industria mediatica è, appunto, un’industria e se non può sfornare nuovi modelli, deve almeno aggiornare i modelli vecchi (“nuova formula, ancora più efficace”), resta vero che è inaccettabile che un gruppetto di giovani provinciali tenga in scacco il potere nel suo centro per 55 giorni. E, lo dico per tutti coloro che ancora sono lì a pensarci, è inaccettabile che un popolo faccia una rivoluzione e ne mandi avanti i risultati per settanta anni.


  • Andrea Vannini

    “i giovani provinciali” sono stati migliaia di comunisti che, rischiando vita e libertà, hanno tentato la rivoluzione contro un potere criminale e assassino. Perdere significherà anche sbagliare tempi o modi, tattiche o strategie ma non la parte e il fine per cui si é combattuto. A chi passò dalle armi della critica alla critica delle armi: chapeau.


  • Maurizio

    Semplicemente quel genere di potere ha perso e non riesce ad accettare una sconfitta subita sul piano umano e politico.

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