La principale emergenza sanitaria in Italia non riguarda la qualità delle cure, ma la possibilità stessa di accedervi. È un quadro a tinte fosche quello dipinto da Cittadinanzattiva, che un paio di settimane fa ha presentato presso il Ministero della Salute il “Rapporto civico sulla salute 2025” e il “Rapporto sulle politiche della cronicità”.
I dati, frutto dell’analisi di oltre 16.800 segnalazioni raccolte nel 2024, certificano la crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): quasi la metà delle denunce (47,8%) riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni. Tra liste d’attesa fuori controllo, carenza di personale e profonde disuguaglianze territoriali, il diritto alla salute rimane solo sulla carta.
Il nodo più critico resta quello dei tempi. Nonostante la nuova legge per il contenimento delle liste (fatta più per propaganda elettorale che per altro, come più volte denunciato su questo giornale), le attese per esami e visite vengono sistematicamente sforate, raggiungendo picchi allarmanti. Si parla di due anni per una colonscopia, un anno e mezzo per una risonanza magnetica al cervello, un anno per una tac. Tempi in cui, ci dispiace dirlo così crudamente, se ci fosse qualcosa da scoprire avrebbe già fatto in tempo ad ammazzare il paziente.
E infatti, i ritardi non riguardano solo gli accertamenti o le visite precauzionali, ma colpiscono anche le urgenze. Secondo un’elaborazione su dati Agenas 2025, per un paziente su quattro la colonscopia in fascia di priorità urgente supera i 105 giorni. Il limite previsto dalle norme è di 72 ore, per dare un’idea della ferita profonda al diritto alla salute. Anche nelle fasce differibili (entro 60 giorni), i tempi si dilatano fino a 147 giorni per una mammografia e 177 per una visita dermatologica.
Le conseguenze di questi ritardi sono drammatiche, soprattutto per i pazienti cronici e con patologie rare. L’83,6% di loro denuncia tempi eccessivi e il 55% dichiara di aver rinunciato a visite o esami nell’ultimo anno per indisponibilità del servizio pubblico. La salute diventa così un lusso: l’85,9% dei cittadini ha dovuto sostenere spese di tasca propria per farmaci, integratori e visite private. Particolarmente grave la situazione per chi soffre di malattie rare: il 43% è costretto a migrare in un’altra Regione per curarsi, mentre il 78% deve farsi carico di costi diretti per la gestione della patologia.
Il Rapporto evidenzia un netto divario Nord-Sud e una preoccupante opacità dei dati. Alla richiesta di Cittadinanzattiva sull’applicazione della legge taglia-liste, solo 8 Regioni hanno risposto in modo completo. Anche l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), pilastro del PNRR, mostra gravi lacune. Su un campione di 1.136 cittadini, solo il 35,4% di chi ne ha avuto bisogno ha ottenuto il servizio. Il 15,6% ha ricevuto un rifiuto (spesso per carenza di fondi o personale) e quasi la metà (49%) non ha nemmeno presentato domanda, scoraggiata dalla burocrazia o dalla mancanza di informazioni.
Qualcuno si ricorda cosa si sentiva dire durante la pandemia, anche dagli scranni europei che peroravano la causa del PNRR? Non torneremo a com’eravamo prima. A quanto pare, questa classe dirigente sta infatti riuscendo persino a peggiorare la situazione.
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