Sabato prossimo a Roma si terrà il Forum “Dalle piazze all’alternativa” organizzato dalla Rete dei Comunisti.
Alla discussione parteciperanno con relazioni e interventi Mauro Casadio, Sergio Cararo, Cinzia Della Porta, Michele Franco, Giorgio Cremaschi, Mauro Alboresi, Franco Russo, Paolo Ferrero, Emidia Papi, Paolo Spena, Bruno Papale, Marcella Grasso. I lavori del Forum si terranno al Cinema Aquila (via L’Aquila 66) dalle ore 10.00 in poi.
Sarà possibile seguire i lavori sul canale Youtube della Rete dei Comunisti.
Il punto di partenza della riflessione è stato il carattere prevalentemente politico rispetto a quello sociale delle mobilitazioni di massa di settembre e ottobre. La accresciuta politicizzazione delle contraddizioni pone dunque nuovi problemi alle soggettività che perseguono la lotta per una alternativa sistemica nel nostro paese.
Alcuni dei relatori ci hanno fatto pervenire i loro testi e ne anticipiamo alcuni stralci per dare un’idea dei temi in discussione sabato.
Nella sua introduzione dei lavori Mauro Casadio ricostruisce la riflessione della Rete dei Comunisti che ha portato alla convocazione del Forum del prossimo 24 gennaio a Roma.
“Naturalmente il punto di partenza della riflessione è la risposta di massa verificata sulle mobilitazioni per la Palestina tramite scioperi e manifestazioni dove è scesa in piazza una parte della società, in gran parte elettorato della sinistra nelle sue varie accezioni che fino a ieri aveva comportamenti passivi. Questa attivazione politica ha riguardato i settori più sensibili, anche dal punto di vista umanitario, ma il “corpaccione” sociale è ancora ben dentro la condizione letargica in particolare i settori più poveri e socialmente arretrati”.
Ma la riflessione e la discussione, secondo Casadio, non possono che “partire dall’alto” della contraddizione. “Dobbiamo darci una chiave di lettura partendo da una lettura di classe e marxista di questa condizione sedimentata nel tempo. Possiamo perciò dire che questo stato di cose è il prodotto della crisi sistemica in cui è oggi l’imperialismo occidentale euro-atlantico. Crisi delle classi dominanti riversata sistematicamente su quelle subalterne, fino ai cosiddetti ceti medi, che vengono condizionate, oltre l’aspetto materiale, lavoro, salari, Stato Sociale, anche da un’opera ideologica massiccia in cui l’insicurezza diviene la condizione fondante della passività”.
Tale operazione ideologico-culturale non vede una netta distinzione tra la destra e la sinistra ma ambedue usano i propri strumenti di comunicazione di massa, “intellettuali” organici e social per impedire di vedere una via d’uscita dallo stato attuale.
Ma la crisi di egemonia delle classi dominanti e la velocità con cui si vanno manifestando le contraddizioni di sistema, non producono automaticamente una politicizzazione in basso né un conflitto di classe esteso e radicale. Sul piano elettorale, ad esempio, la reazione si manifesta con l’aumento esponenziale dell’astensionismo.
In una situazione di apparente stagnazione o “letargia di classe” come viene spesso definita, c’è un crescente malessere sociale e “esistenziale” sul quale deve e può agire la soggettività dei comunisti.
“Sotto il pesante “coperchio” prodotto dalla paura della guerra e della sicurezza, rafforzato dal senso di impotenza costruito dalle forze politiche e sociali istituzionali” – afferma Casadio nella sua introduzione – bolle una pentola di malessere sociale che coinvolge settori e sempre più ampi di società (dai settori più marginali fino ai ceti medi garanti finora della stabilità del sistema politico) e che, date le tendenze generali della crisi, non potrà che crescere. (….)
Dunque la letargia comunque comincia a mostrare delle crepe sulle quali agire, queste vanno elencate e rappresentate traendo anche delle indicazioni politiche più generali:
La politicizzazione non si manifesta spontaneamente ed è invece il prodotto di un lavoro soggettivo in grado di “estrapolare” questa possibilità dal macerare delle contraddizioni. E’ un terreno che va elaborato e praticato anche perché c’è sempre chi su questo opera in competizione con chi ha una visione di classe.
La politicizzazione supera gli specifici, anche se parte da questi, ed ha le potenzialità per divenire riferimento generale in quanto politica. Da qui è necessario operare sulla ricomposizione dei diversi settori sia di tipo sociale ma anche politici e culturali.
“I due elementi precedenti per essere praticati e rappresentati non possono affidarsi alla spontaneità in quanto questa, nel contesto sociale attuale, spinge in tutt’altra direzione cioè verso una deriva di passività e di subalternità alle ideologie di destra. Qui si ritrova e va valorizzata la funzione dell’organizzazione contro tutta l’ideologia predominante a sinistra e nel movimento della spontaneità e del basismo” è la tesi di Casadio.
La relazione di Emidia Papi sarà incentrata sulla relazione tra politicizzazione e composizione di classe, ossia su come l’ideologia dominante abbia agito in connessione con il peggioramento delle condizioni materiali di vita delle classi puntando a depotenziarne ogni elemento di antagonismo al sistema.
Emidia Papi fa riferimento alle analisi sulla composizione sociale di chi ha manifestato nelle piazze a settembre e ottobre ma anche ai risultati dell’inchiesta di classe svolta ormai un lustro fa tra centinaia di lavoratrici e lavoratori nel nostro paese: “L’inchiesta di classe che abbiamo condotto a cavallo del cambio di secolo (2000/2001) ha prodotto risultati importanti, soprattutto perché era una inchiesta sulla soggettività e non solo sui dati oggettivi della condizione dei lavoratori italiani. Non volevamo solo sapere quanto guadagnavano, se vivevano in affitto o in casa di proprietà, ma anche cosa pensavano i lavoratori delle privatizzazioni, della flessibilità lavorativa, del Trattato di Maastricht”.

I risultati dell’inchiesta sono stati pubblicati nel libro “La coscienza di Cipputi” dato alle stampe nel 2002 e ormai esaurito. Quei risultati contenevano molte indicazioni rivelatesi decisive sul piano dell’azione sindacale ma anche alcune indicazioni politiche, ad esempio il fatto che anche in presenza di una conoscenza del peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro, i lavoratori non andassero oltre l’orizzonte riformista. Ogni idea di rottura era lontana dalla percezione di classe dei lavoratori intervistati”
In questi venticinque anni sono cambiate parecchie cose ma “Sappiamo dunque che la classe operaia non scompare affatto” – afferma Emidia Papi nella sua relazione – “la parte garantita si chiude in se stessa per paure di perdere i vantaggi conseguiti in passato mentre ‘i precari’ che di fatto fanno parte di questa classe non percepivano più se stessi come facenti parte di una comunità in termini di classe, anche per la mancanza di un referente, dispersi nei territori in miriadi di posizioni occupazionali. Esiste quindi accanto alla classe operaia garantita una galassia che comprende parte dei vecchi ceti medi, di piccola borghesia messa in crisi dall’espandersi delle multinazionali e dai processi di automazione/digitalizzazione, tutti infine accomunati dall’incertezza del futuro, dal declino sociale e privati di un’identità collettiva.
Sulla “sorpresa” delle mobilitazioni di massa di settembre e ottobre che hanno portato alla decisione di approfondirne gli aspetti nel Forum del prossimo sabato, Emidia Papi segnala “La politicizzazione che abbiamo potuto registrare come fattore principale della partecipazione agli scioperi e alle mobilitazioni del 22 settembre del 3 e 4 ottobre e del 28 e 29 novembre – non solo per la Palestina – da parte di ampi settori di dipendenti pubblici, dalla scuola con in testa gli insegnanti, ai dipendenti INPS, dai ricercatori agli informatici e ai precari della giustizia, dagli operatori del servizio sanitario, scioperi indetti principalmente da USB e dal resto del sindacalismo di base, in cui settori di lavoratori e lavoratrici che storicamente sono sempre stati più moderati nel conflitto si sono dimostrati sicuramente più avanzati, sul piano politico, degli operai”.
In modo complementare a questa analisi, il contributo di Cinzia Della Porta parte da un assunto: “La politicizzazione è un terreno conteso. Non ha un esito garantito. E il suo esito dipende dalla presenza o meno di una sponda organizzata capace di darle forma, continuità e direzione”. “La politicizzazione resta potenziale finché non incontra una sponda organizzata in grado di darle forma, continuità e direzione. Laddove questa sponda manca o è debole, la disponibilità al conflitto tende a disperdersi, a frammentarsi o a essere riassorbita dentro narrazioni compatibili con l’ordine esistente”.
Gli scioperi generali degli ultimi mesi – 22 settembre, 3 ottobre, 28 novembre – secondo Cinzia Della Porta vanno letti in questo quadro. “Non come episodi isolati, ma come momenti di condensazione e di emersione di contraddizioni già profondamente maturate nella società. Hanno mostrato che esiste una disponibilità reale alla rottura delle compatibilità e che questa disponibilità può assumere forma collettiva”.
In un altro passaggio mette i piedi nel piatto quando afferma che oggi, per ampi settori sociali, “questa funzione di sponda è svolta dalla destra, che risulta spesso più strutturata, riconoscibile e presente dei comunisti e delle organizzazioni di classe. Non perché la destra rappresenti gli interessi materiali dei lavoratori, ma perché è più strutturata, più visibile, più presente. La destra intercetta bisogni reali e conflitti materiali, ma li riorienta su un terreno reazionario, identitario e interclassista, orienta sul terreno della nazione, dell’ordine, della sicurezza, dell’identità, ricomponendo in forma regressiva”.
Il nodo gordiano resta dunque non solo quello del carattere della politicizzazione ma anche quello degli strumenti con i quali orientarla in una direzione non regressiva come invece sembra riuscire a fare la destra. “Questa realtà non può essere elusa: segnala una debolezza oggettiva del campo di classe e la necessità di ricostruire strumenti organizzati capaci di contendere l’egemonia sul terreno della politicizzazione. La coscienza di classe non è un esito spontaneo, ma il risultato di un processo di organizzazione, conflitto e rottura con le compatibilità imposte dal capitale e dallo stato. La rabbia sociale non è di per sé progressiva, può essere orientata in senso di classe oppure catturata da soluzioni reazionarie, autoritarie, interclassiste”.
La relazione curata dal nostro Sergio Cararo affronterà invece la crisi di egemonia delle classi dominanti.
I passaggi con cui si è passati dalla concertazione nelle camere di compensazione del capitalismo mondiale guidato dal Washington Consensus alla feroce competizione globale in corso, hanno visto un crollo di credibilità e capacità delle classi dirigenti ad affrontare le contraddizioni sistemiche in tutti i paesi a capitalismo avanzato.
“La enorme creazione di valore fittizio piuttosto che di quello reale e lo smantellamento di ogni residuo di economia pubblica, rendevano sempre meno rilevante sia la programmazione economica degli Stati che la necessità di avere dirigenti politici capaci e con logica progettuale. Fatta fuori in un modo o nell’altro la classe dirigente che aveva gestito politicamente il dopoguerra e la guerra fredda (in Italia vedi Tangentopoli), i nuovi dirigenti somigliavano sempre di più a dei tecnocrati che a dei politici. Avevano studiato nelle stesse università, avevano lavorato nelle stesse istituzioni finanziarie, erano tutti convinti o convertiti alle meravigliose sorti del capitalismo nella sua versione liberista ed erano perfettamente intercambiabili nelle alternanze di governo tra conservatori e progressisti, ma comunque subalterni alla logica liberale in politica e liberista in economia”.
Una particolare attenzione a questa crisi di credibilità delle classi dirigenti – o meglio ancora dominanti, come viene spiegato nella relazione – è ovviamente dedicata alla situazione italiana.
Questa contraddizione dall’alto, secondo Sergio Cararo, ha indubbiamente prodotto effetti politici e ideologici anche in basso.
“La pesante ipoteca di classi dirigenti con tali caratteristiche, le scelte strutturali imposte alla società e il bipolarismo blindato in politica, hanno alimentato nel tempo una depoliticizzazione di massa, soprattutto nelle classi popolari già disgregate da decenni di ristrutturazione economica e destrutturazione produttiva, ma hanno anche diffuso ampiamente e scientemente lo “scetticismo” verso le ipotesi di cambiamento imponendo la loro egemonia attraverso il TINA (There Is Not Alternative)”.

In questo scenario cominciano a prendere piede in Europa, ma anche negli USA, i cosiddetti movimenti “populisti” – in Italia è il caso della Lega e del M5S- , i quali crescono ma si accaniscono più sui fattori politici e morali insostenibili delle èlite (la corruzione delle classi dirigenti, la scarsa onestà, i privilegi della “casta”) piuttosto che sulle sempre più insopportabili disuguaglianze sociali.
“In Italia, dopo la defenestrazione di Berlusconi da parte della Bce, si sono alternati governi tecnici, odiosi e antipopolari (Monti), plebiscitari (Renzi), di indicazione “quirinalizia” ed europeista (Gentiloni). Si assiste a fenomeni di esplosioni transitorie di consensi (Renzi, Salvini, il M5S, ora Meloni) che si esauriscono però rapidamente” – è scritto nella relazione di Sergio Cararo – “L’arrivo al governo del M5S sulla base anche qui di un “voto per vendetta” e aspettative popolari assai ampie, fotografa nitidamente la profonda crisi della classe dirigente. La convergenza tra i governi di coalizione animati dal M5S, prima con la destra (Lega) poi con il Pd, non mettono affatto in discussione i rapporti di subalternità gerarchica con Ue e Nato, al contrario vi si adeguano”.
La relazione di Michele Franco prenderà di petto una sorta di necessaria redde rationem con le sbandate, gli opportunismi – e le vere e proprie capitolazioni politiche ed ideologiche – che hanno visto protagoniste le esperienze politiche della sinistra nel nostro paese e le loro conseguenze sulle classi sociali subalterne.

“Da militanti impegnati nella ricostruzione di una compiuta ipotesi di organizzazione comunista continuiamo a ritenere – e questo Forum è un ulteriore momento di approfondimento a tale proposito – che una moderna soggettività comunista deve svolgere una funzione attiva e militante in simili occasioni come quelle dei mesi scorsi. Una funzione non solo di inquadramento ideologico ed analitico delle dinamiche che si manifestano, non solo di azione organizzata dentro i vari fronti di lotta in cui agisce ma anche e – soprattutto – di critica radicale al nefasto ruolo che il riformismo (in tutte le sue declinazioni e rappresentazioni) ha svolto e continua a svolgere nei rivolgimenti sociali e nel complesso della nostra società”.
Nella sua relazione Michele Franco intende provare ad indicare “alcune distorsioni teoriche – per certi aspetti vere e proprie concezioni del mondo (per usare una categoria gramsciana) – le quali, costantemente, vivono e si riproducono nei tornanti della lotta di classe suscitando effetti negativi e disarticolanti. Effetti e conseguenze che riverberano, in forme diversificate, sui contenuti programmatici dei movimenti di lotta, nelle modalità con cui si rappresentano, nella determinazione degli sbocchi politici e nella prospettiva – immediata e storica – dei processi generali della lotta di classe”.
Un ulteriore snodo teorico/culturale da comprendere adeguatamente sarà poi quello del “nesso tra le tendenze riformistiche e/o collaborazioniste e la natura strutturale ed economica con cui si configurano le classi sociali del nostro paese, la loro specifica composizione e segmentazione nonché afferiscono e riflettono la collocazione apicale dell’Italia nella piramide imperialistica globale”.
Nel Forum della Rete dei Comunisti che si terrà a Roma il prossimo sabato c’è insomma tantissima carne al fuoco per una discussione che attraversa la sfera politica, storica e ideologica della fase di crisi sistemica che stiamo attraversando e sulla quale occorre approfondire i fattori di conoscenza e confronto, ma nella quale occorre anche cominciare a individuare i possibili punti di rottura che possono riaprire un processo di trasformazione politica e sociale del paese.
Viene da sé che dentro tale processo i comunisti devono decidere e verificare quale ruolo possano e debbano svolgere per spingere il processo storico verso una direzione emancipatrice piuttosto che in quella reazionaria e bellicista che propongono invece le classi dominanti. Appuntamento sabato 24 gennaio al Cinema Aquila dalle ore 10.00.
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