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La chiamano sicurezza ma è lo “stato di polizia”

Il nuovo pacchetto sicurezza, non è stato ancora discusso neConsiglio dei ministri di due giorni fa ma è stato rinviato al prossimo. A  Palazzo Chigi sono stati comunque presentati i ben 65 articoli delle nuove misure coercitive di cui 25 contenute in un decreto e 40 in un disegno di legge.

Presentato dalla stampa e all’opinione pubblica come un provvedimento di emergenza relativo alla criminalità minorile e al divieto sull’uso e la vendita di coltelli – un plateale fumo negli occhi – in realtà questo ennesimo pacchetto sicurezza mira ad un “bersaglio grosso” assai diverso: le manifestazioni.

Il governo punta piuttosto esplicitamente a restringere pesantemente l’agibilità politica nelle piazze affidando alla polizia amplissimi poteri per poter intervenire contro i manifestanti, delineando così uno scenario che potrebbe somigliare moltissimo alle immagini di abusi e brutalità che giungono dalle città statunitensi.

il pacchetto sicurezza 2026 vorrebbe introdurre la possibilità per la polizia di trattenere, fino a 12 ore, i manifestanti sospettati “di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”. Con questo potere discrezionale alla polizia nelle piazze, ogni manifestazione rischia di degenerare ancora prima di cominciare.

Vengono aumentate fino a 20 mila euro le sanzioni economiche per mancato preavviso di un corteo o sit in, o per deviazione del percorso della manifestazione. È un modo per colpire i movimenti direttamente agendo sulle loro finanze, così come sta avvenendo con le multe che stanno arrivando a decine contro gli attivisti pro Palestina per le manifestazioni di settembre e ottobre o con le sanzioni contro i sindacati per lo sciopero generale del 3 ottobre scorso.

Viene poi aggiunto un reato punendo con la detenzione da sei mesi a cinque anni chi non si ferma a un alt della polizia o si dà alla fuga con modalità “pericolosa per la pubblica e privata incolumità” (si suppone misurabile nella velocità della fuga, ndr). Un articolo che sembra scritto su misura dopo la drammatica vicenda del giovane Ramy a Milano morto durante un inseguimento dei carabinieri.

E proprio per polizia e carabinieri ci sarà ancora più impunità, perché con le nuove misure gli agenti non saranno più iscritti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”. In sostanza, da qualunque cosa.

Non poteva mancare anche una sezione dedicata all’immigrazione, dove si vorrebbe introdurre la possibilità di interdizione temporanea del limite delle acque territoriali, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Questa misura potrebbe durare 30 giorni al massimo. In questo caso, i migranti a bordo di tali imbarcazioni, potrebbero essere condotti in paesi diversi da quello di appartenenza o di provenienza. Un articolo ad hoc per consentire la deportazione nel lager allestito in Albania dal governo italiano. Non solo. A complicare la vita agli immigrati ci saranno nuovi limiti sui ricongiungimenti familiari.

Aumenta poi la possibilità di rimpatrio per qualunque straniero sia ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale o anche per “l’integrità delle relazioni internazionali e diplomatiche dello Stato”. Ovvero a prescindere dall’aver commesso reati o meno ma sulla base dello stato delle relazioni diplomatiche del nostro con altri paesi. Il riferimento è quasi ovvio verso Israele, la quale da tempo sta pretendendo dalle autorità italiane la persecuzione di cittadini stranieri residenti in Italia ma attivi nelle manifestazioni per la Palestina o ritenuti “ostili” da Tel Aviv.

Da alcune indiscrezioni pare che su queste misure, incluse quelle contro le manifestazioni, ci sia qualche perplessità dal Quirinale. Ma su questo versante c’è poco da essere ottimisti. L’anticostituzionalità di alcune norme del nuovo pacchetto sicurezza, così come di quelle del decreto sicurezza approvato solo qualche mese fa, sono piuttosto evidenti. Ma è evidente anche l’anticostituzionalità delle scelte militariste fatte dal governo – e dal Quirinale – sul fronte della guerra in Ucraina.

E’ drammaticamente chiaro come questo provvedimento da vero e proprio stato di polizia sia anche il prodotto di un clima politico condizionato dalla logica di guerra all’esterno e di controllo ferreo sul “fronte interno”, puntando a ridurre, o ancora meglio a eliminare, ogni spazio di dissenso verso le scelte dei governi, soprattutto di quelle che possono trascinare il paese dentro scenari da incubo. E’ questa la cifra dello scontro politico in atto.

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