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Contro i padroni delle città e il governo della guerra: cambiamo tutto! Tutti a Torino il 31 gennaio

Le mobilitazioni dell’autunno, con tre scioperi generali indetti da USB sulla spinta dei lavoratori del CALP di Genova, hanno messo sotto pressione il governo Meloni e gli apparati dell’entità sionista di Israele.

La forza di quelle mobilitazioni – capaci di unire la solidarietà verso i popoli oppressi dagli imperialismi, la denuncia del genocidio ancora in corso in Palestina e la consapevolezza della mancanza di prospettive nel nostro paese, è stata un campanello di allarme per il governo. Le classi dirigenti occidentali sono impegnate a gestire molteplici fronti di guerra esterna senza che si aprano fratture interne nei propri paesi.
La repressione non si è fatta attendere. Ha iniziato a colpire giovani e i rappresentanti delle comunità arabo-palestinesi in Italia, ma anche i sindacati che hanno proclamato gli scioperi.

Con lo sgombero dell’Askatasuna si completa la strategia del governo Meloni contro ogni spazio o organizzazione conflittuale impegnata nella costruzione di un’alternativa politica e sociale. Il tutto accompagnato da una spettacolarizzazione della repressione e da una crescente militarizzazione dei quartieri, in aperto contrasto con gli stessi standard della cosiddetta “democrazia” occidentale. E se qualcuno avesse ancora dubbi sul campo in cui si collochi la violenza, basta guardare all’ICE negli Stati Uniti, a Israele e allo stesso governo Meloni.

Il salto di “qualità” di queste ondate repressive è proporzionale alla forza espressa dalle mobilitazioni autunnali ed è strettamente legato agli interessi geopolitici globali entro cui il governo Meloni tenta di ritagliarsi un ruolo, subordinato e servile a Israele, Stati Uniti e Unione Europea, tanto nel quadrante mediorientale quanto in quello sudamericano, come dimostrato dal caso Venezuela.

Il nuovo disordine mondiale, generato dall’amministrazione Trump e radicato nella crisi profonda dei paesi occidentali, impone trasformazioni violente fino nelle nostre città, che anche quando governate dal centro sinistra e dal PD le accettano senza resistenza. Torino – ma non solo – è ormai orientata a superare la propria crisi cercando spazio nel complesso militare industriale.

Al di là degli impegni presi dal sindaco Lo Russo sull’immobile di corso Regina, la trasformazione di Torino in città della guerra è un fatto, e nessuna istituzione sembra intenzionata a opporsi o a permettere la nascita di un’opposizione reale a questo modello.

Intanto, il fronte di guerra esterno impone sacrifici e tagli alla nostra già fragile economia: repressione, salari inadeguati e condizioni di vita sempre peggiori sono ciò che le giunte locali e il governo Meloni stanno preparando per noi.
Per questo – per cambiare tutto e per fermare guerra, riarmo e repressione che dal governo attraversano l’intero sistema istituzionale di quella che possiamo ormai definire una democratura italiana – saremo in piazza il 31 gennaio a Torino, per difendere Askatasuna e tutti i centri sociali.

Lo faremo insieme ai movimenti sociali e politici, alle compagne e ai compagni con cui abbiamo condiviso l’autunno e con cui continueremo a mobilitarci, a partire dallo sciopero dei portuali del 6 febbraio.

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Qui di seguito la piattaforma della manifestazione nazionale a Torino di sabato 31 gennaio emersa dall’assemblea preparatoria del 17 gennaio scorso.

PIATTAFORMA VERSO LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 31 GENNAIO A TORINO

Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali” A conclusione dell’assemblea di sabato 17 gennaio è stata stilata una piattaforma a cui aderire “GOVERNO NEMICO DEL POPOLO, IL POPOLO RILANCIA”, di seguito le firme in aggiornamento delle realtà che chiamano alla mobilitazione.

Da Torino al Sud, dalla Val di Susa al Nord Est, dalle isole al centro, tutta Italia è unita nelle differenze, nelle generazioni, nelle specificità territoriali, per portare una sola voce: il governo Meloni ha sbagliato i suoi calcoli, il popolo resiste.

Nonostante i segnali chiari che arrivano dal governo, un governo che odia e che struttura una stretta repressiva ben precisa e ben oliata, è altrettanto chiaro che una parte del Paese non è disposta a chinare la testa.

Dai lavoratori e dalle lavoratrici, dagli spazi sociali colpiti, dai comitati territoriali, dai comitati di quartiere ai collettivi studenteschi, dalle università alle scuole, da chi lotta nei quartieri popolari a chi lotta contro le basi militari e le grandi opere inutili, dalle donne che lottano agli abitanti sotto sfratto: il popolo rilancia.

Il 31 gennaio sarà una mobilitazione popolare a cui ognuno potrà partecipare con le proprie specificità e le proprie differenze, rappresentandole tutte, creando una massa eterogenea, come la Valle di Susa ci ha insegnato.

Il 31 sarà un passaggio importante per ribadire che c’è una parte di questo Paese, quella che in milioni è scesa in strada per bloccare tutto in solidarietà al popolo Palestinese, che non è disponibile ad avallare i piani previsti di riarmo, militarizzazione, chiusura e disciplinamento voluti da Meloni e dai suoi ministri.

Un passaggio che rilanciamo insieme verso nuovi appuntamenti, verso la primavera in cui ritrovarci, continuare a ragionare collettivamente sulle urgenze di questo momento storico e cogliere quali siano le possibilità per riaprire spazi, costruire percorsi, intuire mobilitazioni, passando per i momenti di sciopero che ci saranno.

La repressione del Governo passa per nuovi decreti sicurezza, cerca di rinchiudere le mobilitazioni e gli spazi sociali autogestiti ad un problema di ordine pubblico, quando invece il loro significato è profondamente politico e sociale. Arresti e operazioni di polizia quasi settimanali, colpiscono indiscriminatamente superando e forzando ogni confine legale, trasformando le leggi nella logica feroce della “legge del più forte”.

Essere partigiani vuol dire schierarsi e prendere posizione, Torino è una dimostrazione di come le lotte possano essere al tempo stesso incisive e riproducibili.

Oggi il significato e la pratica dell’antifascismo assumono nuova attualità. Immaginiamo insieme il corteo del 31 gennaio come l’inizio di un percorso comune che possa costruire uno spazio largo di mobilitazione contro il Governo Meloni e la sua manovra economica lacrime e sangue. Oltre la retorica populista e sovranista, quello che rimane sono misure di austerity, sudditanza ai diktat di Trump, attacchi al lavoro, alle pensioni, ai migranti e a chiunque non sia allineato.

È tempo di portare avanti un conflitto plurale, inteso come esercizio di trasformazione e di riconoscimento di coloro che stanno ai margini. È tempo di tenere insieme quello che loro vogliono allontanare, di rifiutare la loro divisione di bene e male e costruire un’alternativa credibile. Resistere è possibile, resistere è un dovere.

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