Nel silenzio nebbioso che ormai caratterizza “l’Europa” – ossia quella cosa storta chiamata Unione Europea – la voce di Mario Draghi viene presa dai settori meno decerebrati dell’establishment e fatta squillare al di sopra della platea mormorante.
Ma i tempi sono cambiati. E anziché esibirsi nelle sedi istituzionali più importanti del Vecchio Continente stavolta SuperMario ha dovuto accontentarsi di un sede solo culturale, per quanto prestigio come l’università di Lovanio, una delle più antiche.
Il downgrade di location, inevitabilmente, significa qualcosa, e vedremo se e quanto del suo “indicare la strada” sarà ripreso da chi attualmente è al volante della UE. Fossimo in lui nutriremmo poche speranze nelle von der Leyen o addirittura nelle Kallas. E non meglio va con i leader nazionali, tutti “zoppi”, come si vede con Macron, Merz, Sanchez o l’ondivagante Meloni, più trumpiana che europea.
Il tema, una volta tanto, è però di alto livello strategico. Quasi troppo alto per essere affrontato dai nanerottoli attualmente in sella: quale destino strategico per “l’Europa”. Perché una cosa è diventata chiara con il rapido distacco degli Stati Uniti: “l’Europa rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata. E un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”.
Lasciamo perdere la retorica sui valori, che sono lo straccio agitato quando non si sa cosa dire delle presunte “virtù” che caratterizzerebbero questa (piccola) parte del mondo. Il cuore della questione è nella subordinazione (militarmente agli Usa, quanto a risorse da qualsiasi fornitore possibile di energia o materie critiche), nella divisione operativa e nella perdita della leadership industriale nei settori “maturi” (automotive in primo luogo) mentre c’è completa assenza in quelli del possibile futuro (intelligenza artificiale, chip, ecc).
Non che mancherebbe i punti di forza, spiega Draghi, ma non sono implementabili in mancanza di una struttura istituzionale più centralizzata, in grado di prendere decisioni vincolanti per tutti i membri senza passare per la defatigante ricerca dell’unanimità, che non solo “stempera” l’efficacia o radicalità delle scelte, ma ne pospone i tempi di realizzazione a quando i tempi sono già cambiati.
E’ il risultato – dice – dell’indecisione storica sulla forma istituzionale “giusta” per la UE: confederazione o federazione? E’ quasi ironico che sia il forse maggior teorico del “lasciamo decidere al mercato” a doversi interrogare sull’importanza, invece, della forma Stato che consente di far crescere anche l’economia e ciò che ne deriva…
La prima forma – la confederazione – è stata adottata per una lunga serie di questioni, tra cui la difesa comune (mai decollata e anzi ora affossata proprio dai militari di alto grado “europei” che preferiscono il mantenimento della Nato, nonostante stia venendo messa in crisi dall’”azionista di maggioranza”), la politica estera (teoricamente affidata a una “svalvolata” che ignora l’abc dei rapporti internazionali), le questioni fiscali (ogni paese ha il suo sistema e fa concorrenza agli stessi partner); per non dire del “debito comune” che resta un tabù per i “virtuosi”.
La seconda – quella federale – è stata adottata invece “con successo” per quanto riguarda la politica monetaria, le regole del commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico e tutta la materia dei trattati “vincolanti”.
E’ scontato che SuperMario indichi la “Federazione” come la scelta obbligata. Anche a costo di sciogliere, di fatto, l’Unione Europea così com’è. Naturalmente Draghi non usa questa formulazione così drastica (né potrebbe), ma nella pratica questo e non altro significa “compiere i passi che sono attualmente possibili, che sono oggi realizzabili, con i partner che sono effettivamente disposti, nei settori in cui il progresso può essere fatto ora”.
Una rifondazione drastica, camuffata magari sotto la formula dell’”eliminazione del diritto di veto” a disposizione di ogni singolo Stato. Ma è chiaro – e persino inevitabile – che nessuno Stato membro potrebbe accettare decisioni “obbliganti” che lo costringono a fare quel non vuole o non può. Specie in questioni di vita o di morte come una guerra o il rischio di provocarla, o le forniture di energia e cento altri casi ancora.
Il “federalismo pragmatico” di Draghi è dunque una proposta di procedere “con chi ci sta”, creando una “coalizione di volenterosi” (ancora!?) che “pratica l’obbiettivo” e crea una condizione cui gli altri paesi, anche se riluttanti, saranno alla fine obbligati ad aderire.
In fondo, ricorda, “è così che è nata l’Unione Europea”, da sei paesi fondatori che man mano hanno inglobato gli altri ventuno senza contrattare con loro la definizione delle regole di partenza.
Vale però la pena di ricordare che è completamente cambiato il quadro storico e strategico in cui quella scelta è stata possibile ed efficace. Allora (anni ‘50 e ‘60) c’era “il mondo diviso in due” e l’Europa occidentale era saldamente sotto il controllo – e l’ombrello nucleare” – statunitense. L’esperimento “comunitario” non aveva precedenti e quindi non era contestabile o correggibile sulla base dell’esperienza. Questa parte del mondo era “in pace” e poteva sfruttare la “protezione americana” per assumere una postura “da potenza” nei confronti di altri soggetti extraeuropei, per agire insomma da “imperialisti” pur senza avere un impero. “Vassalli felici“, com’è stato detto di recente…
Oggi tutto ciò è in via di disfacimento. Anzi, come dice lui stesso, “è defunto”.
Avere “ambizioni di potenza” – da superpotenza, detto chiaramente – significa avere e proiettare una “forza” che sia al tempo stesso economica, finanziaria, tecnologica e anche militare. E qui, secondo noi, l’asino casca. Quel “federalismo pragmatico”, per partire, richiederebbe “campioni veri”, solidi sul piano economico-industriale-tecnologico come su quello del consenso interno. E in Europa al momento non ce ne sono. Francia, Spagna e Germania sono insieme politicamente instabili peggio dell’Italia meloniana (dove comunque sono cominciate le grandi manovre in vista della prossima tornata elettorale del 2027, se non addirittura anticipata).
Peggio. Le alternative più probabili sono addirittura nazionaliste, quindi ancora meno disponibili a quelle drastiche “cessioni di sovranità” che renderebbero possibile la costruzione di una “superpotenza federale”.
Come avviene sempre nella Storia, la nottola di Minerva prende il volo al tramonto. In uno sforzo ormai tardivo di salvare l’”idea-forza” dell’Unione Europea, Draghi scopre che “L’unità non precede l’azione. Si forgia prendendo decisioni consequenziali insieme, attraverso l’esperienza condivisa e la solidarietà che esse creano, e attraverso la capacità di sopportarne insieme le conseguenze.”
E’ un principio fondamentale della politica, non una sua originale elaborazione teorica. Un principio dimenticato completamente dalla cosiddetta “sinistra radicale” che ad ogni tornata elettorale ripropone stancamente l’invito all’”unità” a prescindere dalla risposta alla domanda: “per fare cosa?”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti… Quel “confederalismo volontaristico” non ha mai prodotto un risultato, anzi, è diventato così non credibile da garantire l’insuccesso prima ancora di sedersi a discuterne.
E’ infatti l’obiettivo – il dove vogliamo andare, e come, e perché – a definire il campo delle possibilità di agire positivamente in un conflitto (di classe, dal nostro punto di vista; “tra superpotenze”, da quello del capitalismo multinazionale rappresentato da Draghi).
A modo nostro, nel dibattito tipico esistente nell’”acquario” della sinistra antagonista, sia sindacale che politica, avevamo colto un problema simile rovesciando completamente il consunto slogan: “La forza fa l’unione”.
Sembra quasi impossibile, una vera ironia della Storia, ma la UE si ritrova esattamente allo stesso bivio.
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Giovanni
Ue svuotata e assogettata agli Usa. Draghi-Merlino estrae il coniglio dal cappello e i pennivendoli di regime a decantarne le qualita’…. Questa e’ la cornice,