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Gabrielli sull’ordine pubblico: attenti agli “incantatori di serpenti”

Leggendo l’intervista rilasciata a Repubblica dall’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, sullo status dell’ordine pubblico in Italia e gli scontri di Torino, veniva voglia di titolarla: “la saggezza del vecchio sbirro”. In essa c’è una visione piuttosto diversa dagli starnazzamenti liberticidi degli esponenti di governo e della loro maggioranza. Eppure viene da uno che che il lavoro della repressione lo ha fatto per decenni, a tutti i livelli.

Le parole e la visione di un ex altissimo responsabile degli apparati di sicurezza come Gabrielli smontano pezzo su pezzo le strumentalizzazioni del governo e mettono in guardia anche gli uomini e le donne in divise dal lasciarsi imbrigliare dagli “incantatori di serpenti”.

Penso che la solidarietà verso gli operatori aggrediti e la condanna netta di questi comportamenti siano un prerequisito. Non un inciso retorico, ma la soglia minima di serietà con cui affrontare i temi dell’ordine pubblico” – afferma Gabrielli nell’intervista – Quindi, penso che questo sia il momento di difendere chi indossa una divisa. Come ho sempre fatto, del resto. Ma — e qui sta il punto — non solo dai violenti”. Da chi? Domanda il giornalista: Dagli incantatori di serpenti”.

Dice molto questo passaggio dell’intervista a Repubblica di uno che è stato a capo di ogni apparato repressivo (polizia, servizi segreti interni, una lunghissima carriera da funzionario di polizia, Digos in primis).

Gabrielli non ci gira intorno quando afferma di avercela “Con tutti quelli che usano gli operatori di polizia come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie e soluzioni miracolose che, alla prova dei fatti, non proteggono proprio nessuno. A cominciare da chi indossa una divisa”.

Non solo. Anche relativamente alle nuove misure liberticide sulla “sicurezza” messe in cantiere dal governo, Gabrielli afferma testualmente che “proprio sulla base dell’esperienza. Non servirà. Perché difficilmente produrrà degli effetti significativi nella gestione dell’ordine pubblico. In compenso, rischierà di radicalizzare ulteriormente lo scontro, di irrigidire ancora di più i rapporti già tesi nelle piazze, di comprimere in modo significativo altri spazi di libertà. È fumo negli occhi, è propaganda securitaria a finanza zero, come si dice. Propaganda utile a non affrontare il vero nodo che le violenze di Torino tornano a proporre”.

Gabrielli non si tira indietro nel porre e nel rispondere ad una domanda cruciale: “quale ordine pubblico merita un Paese democratico?”

Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico?” – si chiede l’ex capo della polizia – Riconoscere che una democrazia sa e può difendersi da ciò che la minaccia senza snaturarsi. Senza creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità. Perché questo mina e tradisce la fiducia del Paese. Allontana i cittadini dalle istituzioni e da chi le rappresenta. E la fiducia e la libertà dei cittadini sono le condizioni irrinunciabili di qualunque modello di sicurezza”.

Tra le righe, ma anche in modo più nitido in alcuni passaggi, da questa intervista emerge come l’ordine pubblico non sia un problema esclusivo di chi porta una divisa – e quindi dei maggiori poteri e impunità che il governo vorrebbe affidargli – ma sia un problema collettivo dell’intera società, cioè anche di quelli che la divisa non la portano, e che di fronte a quello che Gabrielli definisce il rischio di snaturamento della democrazia e del tradimento della fiducia del paese che porta all’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni, di fatto acutizza e incentiva anche le possibilità di scontro nelle piazze e nelle strade. Insomma l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere l’ordine pubblico.

Uno snaturamento che, nel comportamento del governo, prefigura invece una guerra ai civili  affrontata predisponendo una “milizia fidelizzata impunibile” (questo e non altro è lo “scudo penale“) che si dovrà occupare della “sicurezza del potere”, non certo di quella della popolazione.

Sono ovviamente la visione e le parole di un uomo dello Stato e non di un manifestante. Di un funzionario che si preoccupa di come garantire il potere con la massima efficacia ma facendo attenzione a non moltiplicare l’odio sociale per la divisa. Non è cioè il punto di vista di chi è costretto a protestare e della gestione dell’ordine pubblico vede spesso solo il prodotto finale (le manganellate, i pestaggi in caserma o nei commissariati etc.), ma che di “sfiducia nelle istituzioni” ne ha giustamente accumulata parecchia avendone ragioni da vendere.

Ma sono parole emblematiche del fatto che la destra al governo sta producendo una torsione autoritaria – più bonapartista che classicamente fascista, per molti aspetti – e che chi ha il “senso dello Stato” come intero complessivo di una società, e non come strumento di vantaggio e coercizione per la propria fazione, non vuole accettare. Inoltre, come abbiamo documentato sul nostro giornale, già oggi l’Italia è il paese con il più alto numero di uomini e donne in divise in rapporto alla popolazione.

Pur dovendo fare la necessaria tara tra chi ha responsabilità di governo e chi no, la visione di Gabrielli cozza frontalmente contro quella del ministro degli Interni Piantedosi, il quale nella sua comunicazione alla Camera dei Deputati ha fatto affermazioni gravissime, inaccettabili e minacciose.

“Va valutato il sostegno alla manifestazione da parte di coloro che ora rimarcano la distanza dai fatti avvenuti. Chi sfila accanto a questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”, ha detto Piantedosi mettendo esplicitamente nel mirino tutti coloro che sono andati alla manifestazione di Torino ma non hanno partecipato agli scontri e, in molti casi, non condividevano politicamente la scelta di arrivare allo scontro con la polizia.

“Così si offre complicità e copertura, tanto più che Askatasuna ha rivendicato le azioni”. E dunque “no a silenzi e no alle ambiguità”, è l’accusa lanciata dal ministro dell’Interno a tutte le forze politiche. Una volta si sarebbe detto che le sta accusando di essere dei “fiancheggiatori”.

“Quanto avvenuto a Torino dimostra in modo chiaro che siamo ormai di fronte a episodi di violenza organizzata contro lo stato, contro le forze dell’ordine, rispetto ai quali non ci possono essere ipocrisie, silenzi o ambiguità, ma solo una ferma condanna” – ha insistito Piantedosi – “Tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”.

Insomma siamo ormai alle manifestazioni di piazza come strategia di eversione, un salto di qualità nelle intenzioni e nella visione del governo in senso autoritario che non deve solo preoccupare ma deve far scattare un potente segnale di reazione politica e di massa.

E’ una contraddizione importante e interessante quella che è stata sollevata da Gabrielli. Ma è anche un segno di quanto sia “fuori” l’attuale maggioranza di governo.

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