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Torino. Scarcerati i tre arrestati per gli scontri di sabato, il governo va in testacoda

I tre manifestanti arrestati per gli scontri di sabato a Torino hanno lasciato il carcere per essere posti a misure cautelari diversificate.

A decidere in tal senso è stata la giudice Irene Giani che, alla luce delle dichiarazioni rese durante gli interrogatori di garanzia, ha convalidato gli arresti, disponendo però misure cautelari alternative al carcere.

Per il più giovane dei tre, il 22enne Angelo Simionato sono stati disposti gli arresti domiciliari. Gli altri due arrestati, il 31enne Pietro Desideri e il 34enne Matteo Campaner, hanno l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziaria.

La montagna repressiva partorisce topolini giudiziari” – commenta l’Osservatorio Repressione che da anni monitora l’escalation autoritaria nel nostro paese – “Dopo giorni di titoli urlati, accuse iperboliche e una campagna politica-mediatica costruita sul mito dell’“emergenza Torino”, arrivano le prime decisioni dei giudici. E raccontano una storia molto diversa da quella agitata dal governo”.

Sugli scontri risultano poi esserci altri 24 indagati sui quali le indagini proseguiranno le prossime settimane. Per ora sono denunce a piede libero per resistenza, violenza a pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza ai provvedimenti delle autorità. Tra i reati che potrebbero essere contestati la Procura ipotizza anche quello di devastazione che prevede pene pesanti, ma per ora procedono contro ignoti.

Per i manifestanti scarcerati l’accusa è di resistenza e violenza contro pubblico ufficiale, in un caso vengono aggiunti la rapina in concorso e lesioni. Gli agenti della Digos di Torino hanno riconosciuto uno dei tre, incensurato, dal giaccone rosso che indossava. Viene individuato nel gruppo che colpisce l’agente di polizia ma piuttosto nitidamente si vede che è piuttosto distanziato.

Negli altri due casi non c’è alcuna prova che abbiano colpito i poliziotti. Per uno dei due imputati “Il livello di offensibilità della sua condotta risulta contenuto, visto che nessun agente è stato ferito dalla sua condotta. Serve un presidio cautelare, ma l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziario è maggiormente adeguato rispetto alla detenzione in carcere, idoneo a costituire un valido monito disincentivante alla reiterazione delittuosa” è scritto nel dispositivo che ha portato alla decisione della scarcerazione sostituita dall’obbligo quotidiano di firma.

“È la dimostrazione plastica dello scarto tra la narrazione repressiva e la tenuta giuridica delle accuse. Se davvero fossimo stati di fronte a un quadro di terrorismo, eversione, devastazione organizzata, le misure cautelari sarebbero state ben altre” – segnala l’Osservatorio – “Invece, mentre i tribunali ridimensionano, la politica rilancia. Perché l’obiettivo non è la giustizia, ma l’intimidazione”.

Contro la decisione della giudice torinese ha subito tuonato Salvini definendola una vergogna, mentre la Meloni domenica aveva addirittura chiesto ai magistrati di procedere per “tentato omicidio”, una accusa contraddetta dalle stesse telecamere e fotografie che ritraevano l’agente di polizia in ospedale coccolato dalla premier ma in ottime condizioni, tanto da essere rapidamente dimesso.

Una “invasione di campo”, quello della Meloni, finalizzato strumentalmente all’ennesimo attacco contro i magistrati e al referendum sulla riforma della giustizia del prossimo marzo.

In secondo luogo per commettere il reato di tentato omicidio, secondo il codice penale, bisogna infatti compiere “atti idonei, diretti in modo non equivoco, a commettere un delitto”. I magistrati torinesi, sulla base dei primi riscontri investigativi, non ipotizzano questo reato. Il servizio televisivo e fotografico apparecchiato dalla Meloni in ospedale con gli agenti “feriti” si è rivelato a tale scopo come un boomerang fattuale.

Di aver esagerato nelle speculazioni sugli scontri di Torino, sembra essersene accorto anche il ministro degli Interni Piantedosi, il quale nelle comunicazioni al Senato ha rettificato non poco il tiro contro chi partecipa alle manifestazioni rispetto al discorso fatto il giorno prima alla Camera. Le affermazioni di Piantedosi sui manifestanti con gli ombrelli come fiancheggiatori hanno suscitato una diffusa ironia, mentre le critiche arrivate al ministro anche da ambienti legati al mondo dell’ordine pubblico devono avergli suggerito maggiore cautela.

L’esecutivo comunque vorrebbe mantenere il suo ruolino di marcia sul nuovo, ennesimo, decreto sicurezza, una misura che – insieme ad altre come i ddl sull’antisemitismo – sembra avere come ossessione repressiva proprio le manifestazioni, ossia di quello che rimane l’unico strumento di espressione politica pubblica per chi non dispone di visibilità nei mass media mainstream o nelle sedi istituzionali.

Quando la repressione non regge nelle aule di giustizia, si sposta fuori: nelle misure preventive, nelle indagini a strascico, nei fogli di via, nei Daspo urbani, negli interrogatori ai minorenni, nella costruzione permanente di un clima di paura” – afferma l’Osservatorio Repressione – “Torino è diventata un laboratorio. Non di sicurezza, ma di governo autoritario del conflitto sociale”.

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