Come previsto, peggio del previsto. L’ennesimo «decreto sicurezza» approvato dal governo è stato ovviamente approvato dal consiglio dei ministri, grosso modo nella forma in cui era stato anticipato. Il «peggio» deriva dal fatto che il testo finale risulta «rimodulato» secondo i suggerimenti del Quirinale per evitare le formulazioni scritte più palesemente anticostituzionali e impresentabili.
Una conferma della «legge storica», già ampiamente verificata in corpore vili, per cui l’avanzata della reazione non può mai essere arrestata da un solitario «custode della Costituzione», ma solo da un popolo che si sveglia. Il «custode», infatti, vuoi per «dovere istituzionale», vuoi per temperamento individuale, si predispone sempre ad accompagnare la discesa agli inferi. Hindenburg, insomma, ha fissato un format…
Il testo è naturalmente scritto nel linguaggio legislativo che sembra inventato apposta per occultare, zeppo di riferimenti ad articoli e commi che andrebbero consultati uno per uno, rendendo l’opera di lettura un processo pressoché secolare. Ma il cuore del provvedimento, possiamo dire senza tema di smentita, è la parte dedicata a scoraggiare oltre ogni limite le manifestazioni. Tutte.
Il background «ideologico» era del resto stato esibito apertamente dal prefetto ora ministro dell’interno, all’indomani degli scontri di Torino, e ribadito da tutti gli esponenti del governo: in una manifestazione «non ci sono innocenti», tutti sono «complici» di chi resiste alle «forze dell’ordine».
Trasformare questa concezione in un decreto legge era un po’ complicato, se non si voleva apparire come una gestapo in sedicesimo, e quindi la formulazione «tecnica» è un tantino più asettica. Ma non migliore. E non diminuisce certo l’impressione che si sia montata volontariamente una “campagna allarmistica” esasperata il fatto, ormai accertato, che molte delle immagini ormai famose sul “poliziotto martellato” siano state manipolate con l’intelligenza artificiale prima di essere pubblicate sui siti istituzionali (ministero dell’interno, ecc)
Partiamo dai punti certi.
Divieto di partecipazione alle manifestazioni e di accesso alle «zone rosse»
Basta una singola denuncia ricevuta nel corso di una manifestazione degli ultimi cinque anni per vedersi vietare l’accesso alle zone che il prefetto deciderà di ritagliare come «vietate»; ossia per vedersi impedire la partecipazione ad una nuova mobilitazione.
Va sottolineato che il testo prevede espressamente che non serve una «condanna» per aver fatto qualcosa, basta la denuncia (che è un atto deciso da un qualsiasi funzionario di polizia o equivalente, quindi arbitrario o comunque soggetto ad errore, come ogni altra iniziativa umana) per essere condannato ad una «morte civile». Ossia all’impedimento di manifestare la tua idea o contrarietà a prescindere dall’aver effettivamente commesso reati in altre manifestazioni.
E’ fin troppo facile immaginare che un abnorme aumento delle denunce potrebbe essere l’escamotage «tecnico» per cominciare a svuotare le piazze, visto che ad ogni nuova mobilitazione farebbe seguito un nuovo «stock» di esclusi dal prossimo giro in città.
Il fermo preventivo
A rendere «cogente» il divieto arriva anche il «fermo preventivo», che era una misura già in uso durante il fascismo, circa un secolo fa, e prevedeva la convocazione in questura degli antifascisti schedati abitanti nell’area in cui sarebbe dovuto passare «il duce» o il re.
«Gli ufficiali e gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di taluno degli strumenti, degli oggetti e dei materiali indicati agli articoli 4 e 4-bis della legge 18 aprile 1975, n. 110, e agli articoli 5 e 5-bis della legge 22 maggio 1975, n. 152, o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e ivi trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia e comunque non oltre le dodici ore.»
Nella formulazione odierna questo fermo durerà insomma il tempo necessario a saltare la manifestazione più «una notte in guardina», ossia una “privazione della libertà personale” in base ad una supposizione o un «sospetto» che ha come sottostante una denuncia di polizia.
Siccome in questo modo era troppo evidente l’arbitrio poliziesco – una lista crescente di «sospetti» stilata in base a «segnalazioni» anche prive di riscontri oggettivi (che non hanno insomma portato ad una condanna) – è stato inserito l’obbligo di avvisare il magistrato di turno. Il quale potrebbe teoricamente rispondere che il fermo è arbitrario e disporre quindi l’immediato rilascio del fermato.
Teoricamente, dicevamo. Immaginate voi un magistrato di turno, il sabato pomeriggio (per ovvie ragioni lavorative le manifestazioni importanti, per raggiungere il massimo della partecipazione possibile, vengono convocate di sabato), che riceve decine o centinaia di «avvisi di fermo» – un numero presumibilmente crescente nel tempo, con l’incedere di denunce che raggiungono sempre più persone – e che dovrebbe esaminare il caso, informarsi sui precedenti del fermato, scrivere eventualmente un atto formale che intima il rilascio…
Ben che vada, le risposte arriveranno qualche giorno dopo….
Lo scudo penale
«Per incrementare le tutele per i cittadini e per le forze di polizia, il pubblico ministero, quando appare evidente che un fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione, procede all’annotazione preliminare del nome della persona cui è attribuito il fatto».
Il pasticcio giuridico combinato elaborando questa formula non mancherà di produrre presto tragedie. Cos’è successo?
Il governo voleva «scudare penalmente» poliziotti, carabinieri, ecc, ossia garantire che non sarebbero stati processati e condannati per l’uso improprio delle armi sia nel corso del normale servizio che nelle manifestazioni pubbliche. Ma una norma in questa direzione sarebbe stata ovviamente incostituzionale – «la legge è uguale per tutti», e un omicidio o un ferimento resta tale anche se commesso da qualcuno in divisa – e quindi improponibile.
La toppa è però peggiore del buco. Per far apparire lo «scudo» come una cosa «normale», ossia uguale per tutti i cittadini, si è scelto di predisporre un «registro diverso» rispetto a quello degli «indagati» in cui inserire eventuali accertamenti sia per l’uso della armi fatto da un agente che da un «civile». L’unico caso che poteva accomunare le due figure era la «legittima difesa».
Ma chi decide che è «evidente» che un agente di polizia ha usato le armi solo per difendersi? Un suo superiore, non il magistrato. Questo semmai interverrà solo in seguito ad una segnalazione dubbiosa da parte di quel «superiore». Lo «scudo» insomma c’è, e garantisce la totale impunità… a meno che filmati, testimonianze e fotografie non determinino una «attenzione pubblica» su un caso impossibile da derubricare a «difesa».
L’allargamento ai «civili» crea però una situazione pericolosa. Qualsiasi cittadino armato potrebbe invocare la stessa norma dopo aver ferito o ucciso qualcuno che è «entrato nella sua proprietà», magari sbagliandosi tra un ladro e un vicino di casa. E in quel caso chi stabilisce che è «evidente»? Un magistrato, per forza di cose. Chi mai si prenderebbe la responsabilità di garantire per un omicida senza divisa?
Quindi in quel «registro riservato», lontano dallo sguardo di giornalisti indiscreti, finiranno soltanto uomini della forze dell’ordine. «Sicuri» dell’impunità…
La strategia politica del governo
L’intento è insomma chiarissimo, e la stessa Giorgia Meloni non ha fatto mistero, rivendicando il decreto come tassello fondamentale di una «strategia» che elimini «le piazzate» – come aveva incautamente definito le timide proteste della gente di Niscemi rimasta senza casa – e lasci il potere al riparo da qualsiasi protesta.
La ragione è altrettanto evidente. Se le proteste si sommano, si collegano, individuano la causa del malessere sociale nell’azione del governo e delle grandi imprese, il consenso anche elettorale ne soffrirà certamente. Dunque, l’unica soluzione immaginata è quella di impedire che il movimento cresca, maturi, acquisisca esperienza e piena consapevolezza politica. Con i fermi, i divieti, le multe stratosferiche, ecc.
E’ la solita illusione dei reazionari – irregimentare la società per garantirsi «stabilità». Non funziona negli Stati Uniti, dove anzi la protesta è diventata un fenomeno anche politicamente più «radicale», spezzando rapidamente la molto presunta egemonia dell’ideologia «Maga», non ha mai funzionato a lungo anche da altre parti. E non funzionerà neanche qui in Italia.
Certo, non sarà un percorso facile. Certo avrà dei costi. Bisognerà immaginare molte altre forme di mobilitazione, studiare i modi per aggirare gli ostacoli, segare il ramo su cui è seduto il potere attualmente dominante. Ma che una società possa essere immobilizzata solo perché il governo lo desidera è di fatto impossibile.
Questo decreto, insomma, che contiene diversi altri provvedimenti, che esamineremo presto, chiarisce forse involontariamente che la «sicurezza» che questo governo vorrebbe realizzare è in primo luogo la propria. Non della popolazione.
E per provare a a realizzare l’obbiettivo deve «tutelare» i corpi di polizia fino a garantirne l’impunità. Trasformandoli così in milizie di fatto «private», ossia «di parte», non più corpi di funzione pubblica.
P.S. Ma quanto vi hanno spaventato le mobilitazioni e gli scioperi generali contro il genocidio in Palestina?
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Andrea
Ma quindi se denuncio a buffo un agente delle forze dell’ordine, lo stesso non potrà presentarsi alle prossime manifestazioni?
Interessante…