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Lettera al mondo di un tredicenne senza speranza

Da qualche giorno, il caso del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa di francese sta ovviamente occupando la mia homepage Facebook.

Come da prassi le emozioni vanno dallo sconcerto alla perplessità, dalla paura alla rabbia, dall’analisi sociale al pregiudizio, dalla comprensione alla vendetta. Delle porcate ideologico-nazistoidi di questo governo, che vorrebbe abbassare l’età della responsabilità penale al ventre materno, neanche parlo.

Chiaramente, per mia attitudine personale di fronte a casi simili invoco la complessità. La profondità di sguardo e la riflessione articolata. Soprattutto la ponderazione. Laddove mi fanno schifo il conformismo, la tartuferia elitaria, la faciloneria moralistica. Come anche la superficialità sociologistica.

Soprattutto, ad indignarmi è la furia giustizialista del buon borghese. Quello senza macchia e senza peccato, pronto a scagliare prime pietre come se non avesse mai ascoltato l’ammonimento di Gesù Cristo, cui afferma di essere supremamente devoto. Ma ovviamente lui si dichiara assolto ab origine.

La reclusione o l’internamento coercitivo, insomma, non li prendo neanche in considerazione. E la prima cosa che vorrei capire è l’ambiente scolastico e familiare in cui il ragazzo viveva. Non in termini di ceto sociale evidentemente, ma di attitudine psico-socio-culturale.

Ad ogni modo, quello che mi ha sorpreso maggiormente sono le dotte disquisizioni che si sono susseguite su alcune bacheche a proposito della lettera scritta dal tredicenne. Una lettera densa di risentimento, rancore, angoscia. Lacerante e terrificante assieme.

Uno scritto da cui viene fuori un profilo psicologico decisamente orientato alla depressione e al narcisismo: tratti tipici, a ben vedere, di ogni adolescenza. Ma anche un testo molto profondo e strutturato.

Ebbene tanti, tra cui molti professori, lo giudicano un testo non autografo. Ovvero non scritto dal ragazzo in questione. Ben che vada, redatto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Ma come notava qualcuno dotato di maggiore acume e sensibilità, si dovrà pur suggerire un prompt adatto a Chatgpt o equivalenti. Il giudizio più ricorrente comunque è che un tredicenne non può essere dotato di un simile livello di elaborazione testuale.

Ovvero: «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata. Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute di cattivo gusto e giustificare la violenza contro di me anche quando sono chiaramente la vittima».

Un po’ alla Dostoevskij di Delitto e Castigo, effettivamente. Troppo lineare. Troppo logico. Troppo colto. Troppo consapevole….Perfetto. Potrei anche essere d’accordo, se fossi còlto però da deliri egomaniaci da Pubblico Ministero di quart’ordine, eccitato dai miei castelli parolai. Privo di dubbi e dimentico non solo della mia giovinezza ma anche della storia dell’umanità.

Vorrei pertanto chiedere a questi esimi professori, le cui affermazioni apodittiche non dubito provengano da studi e analisi profondissime e da esperienze empiriche altrettanto inequivocabili e strutturate, come la mettiamo ad esempio con Leopardi e Rimbaud?

Mi dicano questi “Dotti, Medici e Sapienti” (do u remember Edoardo Bennato?) al giovanissimo Leopardi, i Puerili glieli scrisse il Monti o fu un prototipo primo ottocentesco dell AI? Le Dissertazioni Filosofiche (tra cui la Dissertazione sopra l’anima delle bestie) scritte appunto a tredici anni chi gliele elaborò, il Conte Monaldo? E le tragedie le scrisse il Giordani?

E di Arthur Rimbaud che mi dite? La sua incredibile produzione poetica avvenne tutta in quell’arco temporale che va dai quindici ai vent’anni. Roba tipo Derniers Verse, Une saison en enfer, Illuminations. Glieli scrisse il Verlaine, che poi lo sparò? O anche qui trattasi di primi rudimenti di intelligenza artificiale?

E non dimentichiamo Esenin, che cominciò a scrivere poesie a nove anni. Ma la risposta mi par già di udirla avvicinarsi nell’aere. Che paragoni, Morvillo. Quelli erano geni! E soprattutto non accoltellavano i propri insegnanti.

In verità in verità vi dico, egregi Maestri, che sento la puzza del pregiudizio perbenista e del “classismo” esalare fin dentro il cellulare. La puzza di un pregiudizio che poggia sui propri convincimenti granitici e sull’onnipotenza di una cultura borghese che non prevede deroghe alla gerarchia scolastica.

Roba alla Michele Serra insomma, che con tatto tutto liberal affermava che tra liceo classico e istituti tecnici c’è un abisso culturale e pedagogico. Roba alla Alain Elkann, che definiva lanzichenecchi dei ragazzi vocianti sul treno. Roba da Repubblica insomma. E da sinistrume da campo largo.

Proporrei pertanto un esperimento virtuale. Proviamo a mettere Giacomino il gobbo in una scuola contemporanea piena di bulli e popolata da insegnanti frustrati o isterici, sottopagati e privi di empatia. E vediamo che succede. Che ne dite?

D’altronde Giacomino, che comunque era dotato di sottilissima ma sincera ironia, col padre non è che andasse troppo d’accordo. Ed aveva attitudine alla fuga.

Tutto questo, in poche parole, per dire che i tredicenni e gli adolescenti si sentono spesso senza speranza. E, incredibile solo ad immaginarsi, possono anche aver coscienza dei propri sentimenti. Dargli forma. Sebbene nell’oscurità delle proprie menti ancora acerbe.

Detto ciò, non assolvo e non giudico. Ma ricordo di me a quell’età in cui non ero certamente un santo. A sedici anni giravo già armato. E provo a capire.

A capire soprattutto dove abbiamo sbagliato noi. E come possa respirare un adolescente in un presente in cui io, a cinquantasette anni suonati, soffoco per la puzza di ….

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