Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato.
Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.
Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.
La stessa Repubblica scrive che due ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.
Nelle due ore successive è probabile che fra i governi di Italia e Stati Uniti ci siano stati contatti e chiarimenti, portando ad una marcia indietro dell’Italia, con il via libera ad usare le basi militari presenti sul territorio italiano. Tutto come prima, tutto come sempre, tutto come non dovrebbe più essere in questi tempi di guerra.
Gli accordi sull’uso delle basi militari sono il frutto di trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954, rinnovati nel 1995 con lo “Shell agreement”, ma in gran parte tuttora secretati e che consentono alle forze armate statunitensi margini di decisionalità e discrezionalità praticamente illimitati.

Gli Stati Uniti dispongono in Italia di otto basi militari principali, di un centinaio di strutture minori, delle quali almeno una ventina sono “riservate”.
È lunga infatti la lista di aeroporti, porti, centri logistici e stazioni radar di ultima generazione su tutto il territorio italiano utilizzati dagli Stati Uniti
Ci sono le due basi aeree di Aviano e Sigonella insieme con l’aeroporto di Ghedi. In particolare ad Aviano e Ghedi ci sono anche testate nucleari delle forze armate USA.
Ci sono due porti, quelli di Napoli e Gaeta— dove si trova il comando della VI Flotta USA.
Ci sono poi le due basi di Camp Darby, in Toscana che è il più grande hub logistico-militare per armi e munizioni Usa in Europa, e Camp Ederle, a Vicenza, che è la sede di un reparto operativo come la 73ª Brigata aviotrasportata USA.
Infine ci sono alcune installazioni strategiche soprattutto per le comunicazioni che sono sparse un po’ su tutto il territorio italiano. La più nota è il Muos a Niscemi, in Sicilia.
Negli anni scorsi la base di Aviano è stata utilizzata più volte per per le operazioni militari in Libia, Iraq, Afghanistan, Kossovo.
I militari statunitensi presenti in Italia risultano essere circa 34mila. Di questi 13mila sono nelle basi militari, poi ce ne sono circa 21 mila in servizio nella VI Flotta, composta da una quarantina di navi e di 175 aerei da combattimento e trasporto.

Con tutta questa “roba” che incide sul nostro territorio, il rischio che l’Italia si trovi coinvolta fino al collo nelle guerre Usa è altissimo, anzi conclamato. Non solo. L’autorizzazione del Parlamento sull’uso di queste basi militari da parte degli USA sulla base delle “loro esigenze” non è affatto stabilito nei trattati bilaterali firmati nei decenni trascorsi dall’Italia. Al contrario, a decidere è il governo che può scegliere se investire una delle due Camere o meno.
Il Parlamento si è trovato spesso di fronte al fatto compiuto e il paese si è trovato in guerra (vedi la Jugoslavia nel 1999) ancora prima di esserne consapevole.
Il problema è che per decenni nessun governo e in nessuna circostanza ha mai rimesso in discussione questa pesante ipoteca sul paese nè il servilismo verso Stati Uniti e Nato.
Di fronte ai pericoli di guerra e del coinvolgimento dell’Italia nei conflitti che ormai proliferano, è tempo che la questione dell’allontanamento delle basi militari USA (e delle armi nucleari) e della rimessa in discussione dei trattati internazionali venga posta all’ordine del giorno, e con forza.
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Tony
L’attuale assett che implica la presenza delle basi USA in Italia implica la totale collaborazione in base agli accordi internazionali stipulati nel 1954, non dobbiamo dimenticare che l’Italia ha un grosso debito verso gli Usa, anche se è già stato monetizzato questo non significa perché ha finito di pagarlo ne è fuori dagli obblighi verso l’America!
Viene coinvolta in base agli accordi per la difesa dei confini e soggetta a collaborazione dei territori alleati, quindi quando uno Stato membro si trova impegnato ad affrontare una guerra oppure una crisi ecco che entra il fattore collaborativo che non permette di estraniarsi!
Redazione Contropiano
La retorica del “debito da ripagare” è stantia quanto la NATO, anche perché nessuno ha mai definito quanto sia e quanto duri questo debito. La realtà è che le basi USA sono uno strumento di limitazione della sovranità italiana, e anche una piattaforma di proiezione degli interessi e delle truppe statunitensi (parola di Mark Rutte). Mettere finalmente in discussione la loro presenza significa farsi attori attivi di un processo di stabilizzazione internazionale e garanzia di pace. Non farlo, significa schierarsi politicamente dalla parte delle aggressioni imperialiste.