Mario Draghi ha ricevuto giovedi ad Aquisgrana (emblematicamente Capitale del Sacro Romano Impero, ndr) il premio Carlo Magno.
Nel ricevere il simbolo del cosiddetto asse franco-tedesco, Draghi ha avanzato una serie di valutazioni che danno il segno del cambiamento di fase sia all’interno dell’Unione Europea sia nelle relazioni della Ue con gli Stati Uniti.
Sulla prima questione l’ex presidente della Bce ed ex premier italiano è tornato sull’accelerazione dei processi decisionali parlando di “federalismo pragmatico” per la Ue, ma soprattutto ha picchiato su un tasto dolente per la Germania.
Parlando infatti davanti ad alcuni esponenti della Ue ma soprattutto al cancelliere tedesco Friedrich Merz, Draghi è tornato indirettamente a parlare di nuovo debito in comune a livello europeo: “La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva (contenuta nel Rapporto Draghi del 2024, ndr) è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media”.
Sul piano politico, Mario Draghi ha ribadito invece quella che ha definito l’idea del federalismo pragmatico, mentre prende quota la proposta di passare dall’unanimità al voto a maggioranza in seno al Consiglio Europeo ossia l’organismo dei capi di Stato della Ue. “I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete”. Ricordando i risultati ottenuti dall’euro e il modello dell’Eurogruppo, ha aggiunto che i governi “devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla, nei campi dell’energia, della tecnologia, della difesa”.
Ma è sui rapporti con gli Stati Uniti che Draghi si è lasciato alle spalle le buone relazioni con Washington che lo avevano caratterizzato fino a qualche anno fa, affermando che “la nuova aggressiva postura americana deve essere agli occhi dell’Europa un momento di rivelazione”.
E’ Il Sole 24 Ore a ricordarci che in passato Mario Draghi aveva avuto nei confronti degli Stati Uniti “un atteggiamento accomodante”, vuoi per realismo politico vuoi per frequentazioni culturali. “Oggi il clima è cambiato, tanto più che gli Stati Uniti potrebbero essere diventati una minaccia”.
Draghi ha messo esplicitamente in guardia i partner europei sulla possibilità che Washington ignori “le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini”. In pratica il paradigma su cui si è basato per anni lo sviluppo europeo – apertura commerciale, garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti, stabilità dell’ordine internazionale – non reggono più e il continente si trova ora di fronte a un mondo “più duro”, in cui per la prima volta, ha affermato saremmo “davvero soli insieme”.
Draghi sa di rappresentare la punta di lancia di quella costituenda ma contraddittoria borghesia europea che da tempo punta non solo all’autonomia strategica – dagli USA soprattutto – ma anche ad accelerare i processi decisionali e di centralizzazione del capitalismo in Europa per potersi proiettare come un polo imperialista a tutto tondo nella competizione globale.
E’ un processo che ha accumulato passi avanti e bruschi stop e che vorrebbe cogliere ogni crisi come occasione per procedere rapidamente, ma che oggi si trova di fronte ad una vera e propria “scelta esistenziale”.
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