Era la scommessa più facile da vincere, tanto che nessun allibratore poteva accettarla. Spaventati dalla rilevanza politica assunta dall’assalto pirata alla Flotilla, dal rapimento degli attivisti, dal pestaggio sistematico, dalle torture e le violenze sessuali condotti sotto lo sguardo sadico e divertito del “ministro dell’interno” israeliano Ben-Gvir, i giornali di regime avrebbero puntato a una notizia di cronaca qualsiasi pur di “cambiare discorso”.
Un rapido sguardo alle versioni online – quelle che anticipano l’impostazione delle priorità delle edizioni cartacee del giorno dopo – conferma senza incertezze la previsione. Flotilla sparita, Israele anche, palestinesi come sempre (se non sparano, non esistono neanche quando muoiono).
Il Corriere, capofila della spazzatura mainstream (quello che vende di più, anche se giustamente sempre meno), mette stamattina in apertura la morte di Carlin Petrini, fondatore di SlowFood, vecchio compagno del giro de il manifesto, che certo sarebbe stato indignato per l’uso fetido giocato sulla sua dipartita. E che, crediamo, avrà fino all’ultimo tifato per la Flotilla e le mobilitazioni che in tutta Italia continuano.
Seguono la grotta assassina delle Maldive, la crescita economica inesistente, qualche bagliore dell’evergreen Garlasco, le difficoltà per il riscatto della laurea. Persino l’omicidio razzista di Bakari Sako torna utile per spingere il nazisionismo in fondo a tutto, anzi, a farlo sparire.
L’ordine di scuderia alle redazioni è dunque arrivato, ferreo come un ordine del fuhrer che guida l’hasbara: “tutto è stato risolto, la colpa è solo di Ben-Gvir, l’Unione Europa – governo Meloni compreso – studieranno sanzioni per lui soltanto come se fosse un corpo estraneo infiltrato nel governo del ‘dispiaciuto’ Netanyahu, Israele e il suo esercito restano ‘i più morali del mondo’, avanti così, non è successo niente. Occupatevi di altro”.
Ma la crosta maleodorante che teneva sotto la soglia l’indignazione generale per un genocidio che va avanti da due anni e mezzo, per “cessate il fuoco” che si traducono in licenza di bombardamento per l’aviazione di Tel Aviv, l’occupazione del Libano, l’asfissia della Cisgiordania, la guerra senza giustificazioni “universali” della guerra all’Iran… quella crosta si è rotta.
Basta farsi un giro sui media secondari, spesso più seguiti di quelli mainstream, come le radio che mandano soltanto musica h24. I termini “genocidio” e “nazista” per le pratiche israeliane hanno trovato cittadinanza piena, riflettono ormai come senso comune quello che prima era una riflessione complessa condotta dalla parte più informata ed attenta della popolazione.
Persino la distinzione tra antisemitismo e antisionismo – che sembrava roba da specialisti in categorie filosofiche “hard” – è ormai sciorinata e declinata come ovvia persino nel salottino ‘politicamente corretto’ di Lilli Gruber, travolta dalle dimensioni della solidarietà messa in movimento dalla Flotilla.
Non c’è del resto alcuna argomentazione credibile per respingere la richiesta pressoché universale di rottura dei rapporti con Israele ad ogni livello, cominciando dall’embargo sulle armi per finire con i gemellaggi delle università.
Non c’è “dialogo” possibile con i genocidi che attaccano militarmente – per di più in acque internazionali – pacifisti disarmati, li rapiscono e li massacrano, parlamentari e giornalisti compresi. Ogni merce o parola scambiata si traduce – e non da ora – in una compromissione, un inquinamento culturale anti-umano. Complicità, al dunque.
La crosta si è rotta e i complici sono così in affanno da dover cercare di imporre il silenzio, la dimenticanza, la “distrazione di massa”. Sono persino sfortunati, visto che la nazionale non si qualificata per i mondiali di calcio (altrimenti, per un mese e mezzo, non c’era problema).
Ma la sfortuna, nella Storia, non esiste. Si dà questo nome all’impossibilità di continuare come prima a fare gli interessi immondi di Stati e personaggi ignobili. Perché l’ambiente in cui quegli interessi sembravano “legittimi” o “accettabili” non c’è più.
Non ci possiamo accontentare. Quella crosta va dissolta, l’indignazione va fatta fiorire e produrre cambiamenti radicali.
Domani, a Roma, c’è una manifestazione operaia. E’ contro la guerra, il carovita, il declino industriale, l’immiserimento generale. Come nelle giornate di ottobre, è l’ambiente giusto per far convergere anche l’indignazione collettiva contro il genocidio e la complicità dei governi occidentali – il “nostro” in testa – con il nazisionismo israeliano.
Ci vediamo in piazza.
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