Per anni la politica spaziale europea è stata raccontata come un settore marginale ma prestigioso dell’economia continentale: ricerca scientifica, satelliti per il clima, cooperazione internazionale, innovazione tecnologica, missioni lunari. Una retorica rassicurante, quasi post-politica, dentro cui lo spazio appariva come l’ultima frontiera “pacifica” della modernità occidentale.
Nel 2026 questa narrazione è ormai insostenibile. Lo spazio è diventato una delle infrastrutture fondamentali della guerra economica globale, della competizione interimperialista e della ristrutturazione del capitalismo europeo. E la politica spaziale dell’Unione Europea non rappresenta più semplicemente un investimento nella ricerca: rappresenta il tentativo di costruire una nuova infrastruttura continentale di potenza.
Il problema è che questo processo viene spesso presentato come inevitabile progresso tecnologico, mentre produce già effetti molto concreti: sulla composizione del lavoro, sulla distribuzione della spesa pubblica, sulla militarizzazione tecnologica, sulla precarizzazione del lavoro cognitivo, sulla centralizzazione industriale, sul controllo sociale, sulla subordinazione della ricerca agli interessi strategici del capitale europeo.
Dietro il mito della “space economy” sta emergendo qualcosa di molto più materiale e molto più duro: una vera e propria “space industry” europea. E questa trasformazione racconta molto più della crisi storica dell’Unione Europea di quanto facciano i vertici NATO o i documenti della Commissione.
La prima mistificazione da smontare è l’idea che lo spazio riguardi soprattutto astronauti, ricerca o innovazione. Nel capitalismo contemporaneo le infrastrutture spaziali sono diventate essenziali per il funzionamento stesso dell’accumulazione.
Lo spazio è ormai una gigantesca infrastruttura di sincronizzazione del capitale globale (senza satelliti non esistono: logistica globale, finanza digitale, geolocalizzazione, supply chain integrate, telecomunicazioni istantanee, gestione energetica, trasporti automatizzati, economia delle piattaforme, guerra contemporanea).
Marx aveva già individuato nei Grundrisse la tendenza del capitale ad “annullare lo spazio mediante il tempo”, cioè a ridurre continuamente distanze e tempi morti per accelerare la valorizzazione. Nel XXI secolo questa tendenza raggiunge un nuovo livello storico. Satelliti, reti orbitali e telecomunicazioni consentono al capitale:
- di comprimere i tempi della circolazione,
- di controllare i flussi globali,
- di coordinare il lavoro in tempo reale,
- di aumentare la produttività,
- di ridurre gli spazi di autonomia del lavoro vivo.
Lo spazio diventa così una “condizione generale della produzione”, cioè una delle infrastrutture materiali indispensabili al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Ma qui emerge immediatamente il nodo politico fondamentale. Questa infrastruttura viene costruita collettivamente con:
- ricerca pubblica,
- università,
- investimenti statali,
- lavoro sociale diffuso,
- cooperazione scientifica internazionale.
Eppure,il controllo e i profitti vengono concentrati:
- nei monopoli tecnologici,
- nei complessi militari-industriali,
- nei grandi gruppi finanziari,
- negli apparati strategici statali.
la produzione è sempre più socializzata, l’appropriazione resta privata.
Dalla “space economy” alla “space industry”
Per anni Bruxelles ha raccontato lo spazio attraverso il linguaggio neoliberale della “space economy”. La parola chiave era: innovazione. Il paradigma era quello della globalizzazione: startup, venture capital, servizi digitali, mercato globale, competitività. Lo spazio veniva pensato soprattutto come settore economico avanzato dentro il capitalismo delle piattaforme.
Nel 2026 però questa impostazione entra in crisi. L’Europa scopre improvvisamente che non bastano: startup, software, eccellenza universitaria, servizi satellitari. Servono: industria, manifattura, infrastrutture, capacità produttiva, autonomia nei lanciatori, filiere integrate, sovranità tecnologica. In altre parole: serve potenza materiale. Ed è qui che emerge il passaggio dalla “space economy” alla “space industry”. La differenza non è terminologica. È politica e strutturale.
La “space economy” era ancora compatibile con la globalizzazione liberista: servizi, piattaforme, venture capital, innovazione diffusa. La “space industry” nasce invece dentro la crisi dell’ordine globale e la frammentazione del mercato mondiale.
I numeri degli ultimi anni mostrano chiaramente che non siamo più davanti soltanto a una crescita del mercato dei servizi spaziali, ma alla costruzione di una vera base industriale europea. Il Programma Spaziale Europeo 2021-2027, istituito col Regolamento UE 2021/696, dispone di circa 14,8 miliardi di euro. È il più grande investimento spaziale mai realizzato direttamente dall’UE.
Secondo la Commissione Europea, l’economia spaziale europea vale già oltre 230 miliardi di euro l’anno considerando servizi, infrastrutture, manifattura e applicazioni industriali. Ma il dato decisivo è la crescita della componente upstream, cioè: produzione satellitare, manifattura spaziale, lanciatori, telecomunicazioni strategiche, infrastrutture orbitali, componentistica critica.
Il caso più emblematico resta però Ariane (il lanciatore europeo). La crisi prodotta dal pensionamento di Ariane 5 e dai ritardi di Ariane 6 ha mostrato tutta la fragilità europea. Per mesi il continente è rimasto senza accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. La risposta europea non è stata semplicemente tecnologica. È stata industriale. L’UE e l’ESA stanno ora tentando di:
- ricostruire capacità manifatturiera,
- proteggere filiere strategiche,
- finanziare lanciatori europei,
- sviluppare componentistica autonoma,
- rafforzare la produzione continentale.
Anche il numero di startup New Space europee è esploso: oltre 1800 aziende spaziali attive in Europa secondo gli ultimi report ESA e Commissione UE. Ma dietro la retorica delle startup sta crescendo soprattutto:
- concentrazione industriale,
- integrazione con difesa e telecomunicazioni,
- centralizzazione produttiva.
Il capitalismo europeo sta quindi passando: dalla monetizzazione dei servizi spaziali alla costruzione di un apparato industriale strategico (segue).
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