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Attenti a Modena…

Che sta succedendo  nella placida città di pianura, dove si producono meccanica di precisione e tortellini?

Viene da chiederselo, leggendo notizie e veleni ormai quotidiani che arrivano da Modena. Non che la città fosse un luogo bucolico ed estraneo alle tensioni sociali: il tribunale è intasato da centinaia di cause contro lavoratori della logistica e dell’agroalimentare che negli ultimi 10 anni hanno scioperato e manifestato per contrastare la piaga degli appalti interni e delle cooperative spurie.

L’immagine della “piccola città” laboriosa e pacifica è da tempo segnata da conflitti e lacerazioni profonde che parlano di una comunità in cui la mobilità sociale e i processi di inclusione sono sempre meno efficaci.

Però è con la mobilitazione per la Palestina – che prosegue ininterrotta dal novembre 2023, sotto la Ghirlandina – che le tensioni sembrano essere entrate in una dimensione più profonda e pericolosa.   

La causa palestinese ha segnato profondamente l’opinione pubblica del territorio: centinaia le iniziative, culminate nel corteo del 3 ottobre 2025 – ventimila persone che hanno paralizzato la città nella più massiccia manifestazione di piazza a memoria d’uomo – ed una dinamica di egemonia virtuosa da parte del movimento, che riesce a contaminare pezzi crescenti di società civile, ben al di là del consueto rachitico tessuto militante. 

Il movimento pro-Palestina è diventato voce autorevole e riconosciuta in città: riempie le piazze, promuove cultura critica, è ospitato dentro convegni e congressi, pone domande pubbliche alla politica locale che balbetta, attraversa il dibattito sindacale. Si sta consolidando un’area organizzata di partecipazione: la lotta per la Palestina pare aver partorito un nuovo attore sulla scena politica cittadina, che in modo naturale si sta allargando ai temi più generali della guerra e del riarmo.  

A dicembre 2025 però cominciano a intorbidirsi le acque. Scatta a Genova l'”inchiesta Domino” – quella che travolgerà la vita dell’architetto italo giordano Hannoun e di altre sette persone. L’inchiesta si estende al territorio modenese: uno degli arrestati, Abu Rawwa, vive ed opera a Sassuolo. Lo scalpore è grande, il centrodestra attacca mentre il PD e i suoi cespugli corrono terrorizzati a prendere le distanze. 

A Modena  il movimento di solidarietà alla Palestina reagisce subito a testa alta ed organizza un’affollatissima assemblea cittadina: in una dinamica piuttosto insolita per il territorio, 200 cittadine e cittadini contrastano la narrazione delle Procure e gridano che la solidarietà a Gaza non è un reato. Una specie di dichiarazione di indipendenza dal perbenismo della provincia progressista e prudente.

 Nelle settimane successive agli arresti, la deputata Stefania Ascari finisce dentro una campagna di linciaggio mediatico devastante. Sui giornali si pubblicano le sue foto con Hannoun nel contesto di eventi solidali per la Palestina, come prova dei suoi legami con il “terrorismo internazionale”.

La Ascari, figura odiatissima dai sionisti per le sue denunce internazionali su Gaza e la Cisgiordania, è accusata di aver aperto le porte delle istituzioni italiane ad Hamas. Insinuazioni e insulti si convertono rapidamente in minacce di morte, tanto da obbligare le autorità competenti ad attivare un servizio di vigilanza a tutela della parlamentare.

In pochi mesi l’inchiesta si sgonfia come un soufflé. Quell’indagine è stata costruita sulla base di documentazione prodotta dal Mossad e gli elementi indiziari sono fasulli, irricevibili o politicamente controversi. L’indagato sassolese Abu Rawwa viene rilasciato poche settimane dopo l’arresto e nel mese di aprile anche la Cassazione annulla (con rinvio) l’arresto di Hannoun.

La motivazione? L’inchiesta made in Israel non può trovare spazio nella procedura penale italiana: quello che la cittadinanza attiva aveva subito denunciato come il vulnus di fondo dell’intera operazione. Uno dei legali del collegio difensivo è Fausto Gianelli, avvocato e giurista, notissimo per il suo storico schieramento pro-Palestina, tra i promotori della denuncia contro Giorgia Meloni per “complicità nel genocidio“.

Il 19 marzo, un’affollata assemblea pubblica intitolata: “Chi ha paura dell’Islam” (con la partecipazione di Yassine Lafram), cerca di andare dritta al cuore della questione: le destre alimentano l’islamofobia perché i musulmani stanno facendo registrare un protagonismo nuovo nella società modenese e questa visibilità, a partire dalla questione Gaza, fa paura e preoccupa chi vuole preservare confuse gerarchie etniche o sociali. I musulmani non dovrebbero parlare, non hanno il diritto di riunirsi o manifestare, né di costruire luoghi di culto: l’unico diritto che hanno è quello di affollare fabbriche e cantieri del territorio e farsi spremere affitti da rapina.

Il 16 maggio Salim El Koudri mette in atto a Modena il primo attentato in Italia “vehicle running” – con uso di auto lanciata contro la folla. Procura e ministero degli Interni concordano abbastanza rapidamente sul fatto che la matrice non è terroristica. Il ragazzo non frequenta moschee, non è praticante, non si occupa di politica, è solo vittima di una tragica deriva esistenziale.  La città è legittimamente sgomenta.

L’avvocato Fausto Gianelli accetta di difendere El Koudri, su richiesta dei familiari dell’arrestato. Questo provoca un polverone in città: chi lo paga? – è il mantra insinuante che comincia a girare…

La sua scelta, professionalmente ineccepibile, costa a Gianelli una ulteriore razione di linciaggio mediatico e odio social, anche nel suo caso sfociato in minacce gravissime.  A Modena minacciare di morte – evidentemente con qualche elemento di attendibilità – sta diventando abbastanza normale.

Dopo l’attentato le destre cercano di attizzare l’odio e individuare una “maggioranza silenziosa” antislamica grazie a cui legittimarsi sul territorio.

Fortunatamente lo sciacallaggio “ufficiale” – quello di Fratelli d’Italia e dei vannacciani – non ha un vero seguito e la società civile modenese risponde in forme pubbliche con presidi e cortei contro gli avvoltoi della politica. Quello che però ribolle nel corpo sociale è più profondo, non assume visibilità pubblica e non trova codificazione politica; è un piano di malessere trasversale, rancoroso, antecedente ai fatti del 16 maggio; qualcosa che resta a livello di mugugni da bar e tastiere di frustati, ma non per questo meno preoccupante o insidioso.       

L ‘attentato inasprisce in maniera irrazionale quel brodo di dolore, odio, diffidenza ormai largamente diffuso nelle città medio piccole del Nord. La globalizzazione non è stata un pranzo di gala, da queste parti, e lasciare tutto alla spontaneità “liberale” della società di mercato – che tutto dovrebbe metabolizzare e regolare – non è stata una buona idea. 

Il 2 giugno 2026, con la ferita del 16 maggio ancora aperta, un pezzo di città decide di prendersi – letteralmente – la festa della Repubblica, sottraendola ai rituali militaristi, per reimpostarla all’insegna del contrasto alla società di guerra, all’economia di guerra, allo Stato di guerra.

L’evento, che si produce in piazza Grande, davanti al Municipio, occupa la scena mediatica e politica con rara efficacia, dimostrando che una parte della società si sta auto-organizzando per la difesa intransigente dell’articolo 11 della Costituzione.

Ospiti della mobilitazione Stefania Ascari, Moni Ovadia e Wael Al Dahdouh, giornalista di Al Jazeera  stimato e conosciuto in tutto il mondo arabo per il suo indefettibile ruolo di testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia. 

Il giorno dopo Wael viene invitato da un gruppo di maestre ad un evento scolastico che coinvolge quattro scuole elementari; è un invito improvvisato che nasce nella piazza del 2 giugno ma darà vita ad una poderosa deflagrazione mediatica.

Il traduttore di Wael, quel giorno, risulta essere una persona coinvolta nell’inchiesta Domino (cioè: un incensurato iscritto nel registro degli indagati).  Per di più nello stesso istituto, nel medesimo giorno, il sindaco Mezzetti ha accettato l’invito “ufficiale” degli organi scolastici ed è presente nel plesso insieme a Wael.

Ma l’onta più terribile, che ai giornali del gruppo Angelucci e ai fetidi siti israelo-italiani proprio non va giù: pare che i bimbi abbiano intonato Free Free Palestine, scandalo irreparabile.

Gli articoli sulla stampa indignata si susseguono di ora in ora. Chi ha autorizzato l’ingresso di Wael a scuola? Chi lo ha invitato? Il sindaco sapeva del suo accompagnatore inquisito? Si paventa il complotto per “indottrinare i bambini“, si muove il ministro Valditara, il sindaco tentenna (come gli capita spesso), il Giornale e il Tempo picchiano duro su tutti. 

Viene coniata persino l’espressione “sistema Modena”: che prefigura l’esistenza di una specie di cupola malavitosa che permetterebbe di leggere insieme l’iper-attivismo di Modena per la Palestina, delle infide comunità islamiche, il ruolo della parlamentare fedifraga (Ascari), quello dell”avvocato del Diavolo’ (Gianelli) e persino l’esistenza del disgraziato attentatore El Koudri, che proprio la particolare situazione di Modena avrebbe in qualche modo generato.

Un delirio, però riconducibile a nomi e partiti che attualmente governano l’Italia e i suoi organi di Polizia.

Insomma, sembra che a Modena stia montando una maionese rancida che può contare su una narrazione robusta e dotata di gambe e canali pervi. Questo clima può trovare seguito in una parte – politica e sociale – della città. E diventare pericolosamente aggressiva.

Non c’è bisogno di scivolare in una contronarrazione paranoica, però gli elementi di rischio esistono e vanno segnalati: l’aria si fa pesante in città, come quando certi nuvoloni tristi e minacciosi squarciano il cielo grigio della inquinatissima pianura. Chi potrebbe sferrare qualche colpo al nemico immaginario? Uno squilibrato (di segno uguale e contrario rispetto al 16 maggio)? Un gruppo organizzato che mescola tifo sionista e militanza destrorsa? Un PM creativo che legge e reinterpreta a suo modo la trama del “sistema Modena”?

Difficile indovinare, ma la percezione diffusa è che dietro l’angolo ci sia qualche sorpresa in arrivo. Del resto, gli elementi ci sono tutti: a cominciare dalla capacità di organizzazione e di egemonia che il movimento sta facendo registrare sul territorio. 

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