Il 17 giugno CGIL CISL UIL hanno sottoscritto tra di loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.
Sostanzialmente CGIL CISL UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione d’aziendale alle elargizioni dell’impresa.
Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.
Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’ 8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.
Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.
Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.
È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.
Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi però si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.
Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che siano davvero. Lo hanno inventato CGILCISLUIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.
Il sistema riproposto da CGILCISLUIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.
Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale, se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.
L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGILCISLUIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.
È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.
Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.
Il patto di CGILCISLUIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.
Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.
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trigonepungone
la triplice faceva schifo già negli anni 90 quando stavamo tutto sommato bene e incubi come l’euro il precariato l’elemosina i stato chiamata “reddito di cittadinanza” e i disoccupati con laurea dovevano ancora materializzarsi già allora facevano accordi sottobanco particolarmente ridicola la cgil che è arrivata persino a sostenere la tav con la scusa dei lavoratori solo dei folli possono chiamare “comunista” quel sindacato di venduti diceva giustamente un vecchio gruppo “cgil-cisl-uil vi pagano i padroni!”