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L’amaro che tonifica

Se la condizione di lavoro salariato esprime sofferenze e dipendenza materiale e alienazione – da qui, molto probabilmente, il collegamento metaforico con il lavoro inteso come il “pane amaro” o il “pane duro” – la situazione si complica, allorquando il rapporto di subordinazione diventa precario oppure sparisce, nel senso che si diventa disoccupati.

Il far parte della classe operaia, sino a quando non hanno iniziato a “sputare sul lavoro”, riempiva di orgoglio e la sofferenza della fatica era alleviata dal bisogno intrinseco di fare le cose per bene, ossia di svolgere il lavoro a regola d’arte.

Certo, durante il ciclo delle lotte degli anni Sessanta e Settanta, il rifiuto del lavoro e i sabotaggi della produzione rientravano negli antagonismi di classe, ma, in generale, la qualità dei prodotti era un obiettivo ricercato con tutti i mezzi, non sottostava alla variabile quantitativa.

Nelle ultime due decadi, invece, come spiegano i lavoratori di Modena, le piccole e medie imprese metalmeccaniche hanno iniziato a disprezzare quei lavoratori che cercavano di ottenere, con l’aiuto delle macchine, dei prodotti di qualità, dei prodotti che rispettavano determinati parametri di precisione.

I lavoratori, nella maggior parte dei casi, ancora i nostri giorni continuano ad essere parzialmente consapevoli di una delle contraddizioni fondamentali del processo produttivo capitalistico, infatti non si rendono conto che il loro “lavoro vivo” – quando si chiude il cerchio tra produzione e consumo, cioè incontra o si scontra con il lavoro oggettivato o “lavoro morto”, dei mezzi di produzione, vale a dire il capitale fisso – è il fermento ho la forza creatrice di nuovo valore. Eppure, la tendenza del capitale è quella di ridurlo ai minimi termini.

La prima nota amara, come ci ricorda Marx, consiste nel riconoscimento da parte dell’operaio che nel momento in cui aliena la propria forza lavoro al capitalista vede che una parte dei frutti del proprio lavoro si trasforma in capitale,

Ma il retrogusto dell’amaro diventa più acuto, quando si esperisce la perdita della relazione di lavoro salariato, poiché il subordinato vede il nulla assoluto, quando percepisce che nell’immediato non c’è un’occupazione alternativa.

Coloro che vengono resi ridondanti dall’aumento della capacità produttiva, cercano di aggrapparsi alla relazione di lavoro salariato in tutti i modi possibili e immaginabili, poiché le sofferenze derivanti da questo rapporto sono più sopportabili rispetto alla condizione di essere escluso dal mondo lavorativo.

Il tempo reso disponibile, come dice giovani mazzetti, non si presenta immediatamente come tempo libero per i singoli individui, poiché esso è un prodotto del capitale, il quale riconosce la forza lavoro solo come merce. Quando il capitale non riesce a convertire il tempo reso disponibile in nuovo lavoro salariato, una parte della forza lavoro viene espulsa dal processo produttivo e si presenta in forma contraddittoria come disoccupazione.

Tale fenomeno contraddittorio, in situazioni di indigenza e in assenza di protezioni sociali, assume una connotazione violenta, sollecitando la classe operaia a rispondere sulla stessa lunghezza d’onda.

Nei primi anni venti del XIX secolo, in Inghilterra, durante la fase espansiva del capitalismo industriale, la reazione dei lavoratori, che non erano ancora in grado di mettere in campo forme di lotte organizzate, sfociò nel luddismo, cioè nella distruzione delle macchine.

Il termine luddismo deriva dal nome dell’operaio tessile inglese Ned Ludd, che per primo distrusse una macchina per la produzione dei tessuti. Il telaio meccanico aumentò la capacità produttiva e ridusse il lavoro socialmente necessario degli operai, trasformando il loro processo lavorativo: gran parte delle loro energie erano indirizzate a mediare l’attività della macchina.

In un lungo processo storico dialettico, la classe operaia viene spogliata dai suoi strumenti di lavoro, i quali vengono incorporati nelle macchine, un sistema di macchine che si alimenta con la forza motrice e come un automa detta i ritmi della produzione agli operai.

Un congegno meccanico, come ha sagacemente evidenziato Marx, a suo tempo, nel “Frammento sulle macchine”, che assorbe le abilità e la forza degli operai e si pone di fronte a loro come una potenza estranea.

Da questo punto di vista, “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così – rispetto al lavoro – assorbita nel capitale, e appare quindi come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio.” (1)

Ora, il cuore delle innovazioni tecnologiche è stato quello di sostituire la forza lavoro con impianti, attrezzature e macchine, dando luogo a quel fenomeno noto come disoccupazione “involontaria”, una contraddizione del modo di produzione capitalistico, riconosciuta, durante la Depressione economica e degli anni Trenta, da un capitalista pragmatico come il senatore G. Agnelli e rinnegata dal senatore L. Einaudi.

A distanza di un secolo dalla crisi di sovrapproduzione del 1929, nonostante i tentativi di nascondere il problema, da parte delle forze dominanti, il lavoro [come occasione di impiego, ndr] si presenta come una “merce rara”, altrimenti non si spiegherebbe il sostegno e le simpatie di ampi strati della classe lavoratrice, dei paesi OCSE, alle formazioni politiche di estrema destra, che additano i migranti come capro espiatorio e che fanno una fatica enorme ad ammettere che la manodopera “semi-schiavizzata” fa comodo ai capitalisti criminali o straccioni.

In questo quadro, se da un lato, i lavoratori non riescono a metabolizzare “l’amaro boccone” di riprodurre il lavoro salariato su scala allargata o meglio di riprodurlo in quantità superiore a quello che viene distrutto, per effetto delle innovazioni tecnologiche, dall’altro lato, invece, ci sono imprenditori, intellettuali ed accademici, che continuano a perseguire ad oltranza l’ideologia borghese che sostiene la tesi contraria. Vale a dire che i posti di lavoro che spariscono, per via delle nuove applicazioni tecnologiche, sono inferiori alle nuove occasioni di lavoro che ne scaturiranno.

I recenti sviluppi dell’IA e della robotica hanno avviato un dibattito che ha messo in evidenza non solo le opportunità derivanti dalla diffusione e applicazione di queste tecnologie nei sistemi produttivi, ma anche dei rischi e pericoli individuati dai ricercatori, dagli ingegneri, dagli inventori e finanziatori dei progetti

Se Elon Musk e Bill Gates, alcuni dei i finanziatori miliardari delle implementazioni dell’IA, alludono a generici pericoli che le macchine super intelligenti possano prendere il sopravvento sugli umani, Geoffrey Hinton – considerato il padre del deep learning e Nobel per la Fisica per i suoi studi sulle reti neurali – lancia un allarme concreto: l’IA creerà disoccupazione di massa e farà schizzare in alto i profitti delle gigantesche imprese tecnologiche; rispetto alla precedente automazione, che ha colpito il lavoro manuale, l’IA spazzerà via tanti lavori intellettuali e negli uffici.(2)

Nella sua lucida critica non fa ricadere le responsabilità dell’immiserimento della società sull’IA, ma sul sistema capitalistico.

Questa visione collima con quella di S. Hawking, il quale qualche anno prima di morire, nel partecipare a un convegno sulla robotica, ha affermato: “Dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot“.

Egli riconosce, individua e descrive uno dei “buchi neri” più inquietanti del capitalismo: se la ricchezza prodotta dalle macchine non verrà condivisa, la maggior parte delle persone (proletariato e soprattutto sottoproletariato, che si sta ingrossando sempre di più) saranno attratte nel processo di immiserimento che è già possibile delineare ai nostri giorni.

E sottolinea, tra l’altro, che i proprietari delle macchine robotiche formano una borghesia elitaria che si appropria della ricchezza prodotta senza creare, nel contempo, posti o occasioni di lavoro per i lavoratori in carne e ossa.

Hinton, nel solco di una corrente di pensiero economico molto diffusa, affida le sorti del movimento contraddittorio – cioè della disoccupazione involontaria – al Reddito di base, ma non intravvede la possibilità di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario.

Il diventare consapevoli, da parte dei lavoratori dipendenti, della possibilità di lavorare di meno e dividere il lavoro socialmente necessario, trasformerebbe “l’amara perdita” di quel lavoro superfluo, che non produce valore d’uso per gli altri, in un rinvigorimento dell’intera classe lavoratrice.

Il tacito riconoscimento che gran parte della ricchezza sociale “viene prodotta dalle macchine anziché dagli uomini” è però solo il primo passo; ad esso segue il doppio nodo della proprietà privata di tipo capitalistico.

Il non fare i conti con questi aspetti salienti della realtà economico sociale, incardinati nel processo storico delle dinamiche tra capitale e lavoro salariato, ha fatto precipitare, a mio avviso, le forze di sinistra – che tradizionalmente hanno supportato i lavoratori, in quanto ne costituivano la base vitale – in quella profonda crisi, ben descritta da Francesco Maselli, nel suo film Le ombre rosse, del 2009.

Il titolo riecheggia quello di John Ford del 1948 e rappresenta una tagliente metafora che mette in evidenza la sconfitta della sinistra, con i sopravvissuti confinati negli angusti limiti di una “riserva indiana”.

Il film di Maselli ruota attorno allo scontro di ciò che rimane delle diverse anime della sinistra e in particolare il conflitto tra riformisti e rivoluzionari: i primi si perdono in combriccole convegnistiche, senza nessun risvolto pratico, mentre i secondi, forgiati dall’ala movimentista, sono alle prese con la gestione di un Centro sociale della periferia romana, con un nome dal sapore beffardo ovvero “cambiare il mondo”.

Entrambi i gruppi sono condannati all’irrilevanza, in quanto i protagonisti sembrano incapaci di trovare un linguaggio comune.

Il dibattito produce una babele di posizioni solipsistiche, quindi diventa molto difficile intercettare, in base al mio punto di vista, i nuovi bisogni, che sono emersi, con la crisi dello Stato sociale.

Nella lunga intervista che Luigi Celidonio rilascia ad Ascanio Celestini (3) è possibile percepire che l’assegnazione di una casa popolare a coloro che ancor negli anni Sessanta vivono nelle baracche dell’Acquedotto Felice, non molto lontano dalla zona centrale della capitale, disgrega quelle forme di solidarietà che hanno mediato la riproduzione della vita in quella comunità, creando legami inediti, per la fase storica successiva.

Lo Stato che conferisce una casa popolare a un prezzo calmierato (fuori mercato) non manda in frantumi solo la proprietà privata, riconoscendo un bisogno che non può essere soddisfatto dall’impresa capitalistica, ma mina anche le basi della famiglia patriarcale.

Non è la potenza del patriarca ad emancipare dal degrado della baracca il nucleo familiare allargato, anzi egli è costretto a delegare allo Stato la facoltà di sollevarlo dalla povertà materiale, in nome e per conto della Giustizia sociale.

Un percorso di lotte concrete, in quel luogo, portato avanti insieme a un esponente del mondo cattolico, come Don Roberto Sardelli, il quale, con l’esperienza della Scuola 725, ha cercato di far crescere la consapevolezza di uscire da quella condizione di povertà. Come puntualizza Celidonio: “Il Diritto ad abitare non poteva essere trattato alla stessa stregua di un’elemosina“.

L’aver dovuto rinunciare alla sovranità patriarcale, ha permesso, in generale, un miglioramento delle condizioni economiche per un verso, mentre, per l’altro, si è verificato un aumento della complessità sociale.

Ed è proprio in questa complessità, con le sue complicazioni, che secondo Maselli vanno ricercate le ragioni dell’amara crisi, che ha messo fuori campo, non tanto fuori gioco, le forze della sinistra. In questo errare, in questo smarrimento, in qualche modo, si seguono le ombre dell’ambivalenza, non ci sono buoni da premiare e cattivi da castigare, non ci sono anime che hanno tradito i rigogliosi ideali, piuttosto anime disorientate e perse, che non riescono a trovare un senso al loro agire.

Sul piano simbolico, nella visione di Maselli, nelle ultime scene del suo film, la speranza di una rigenerazione della sinistra ricade su quei giovani che si ritrovano in un casale abbandonato e degradato, circondato da un prato desolato, ma non è un ritorno al passato, ai valori della terra e della tradizione contadina.

Nel prendere le misure, per la ristrutturazione di quella casa fatiscente, il regista rimarca con forza che quei giovani non ripartono da una baracca. Tuttavia, è necessario riprendere il cammino, tenendo conto del fatto che le conquiste sociali acquisite non sono eterne, come si evince dalla decadenza che avvolge quel casale, né tanto meno si possono ignorare i bisogni ambientali emergenti e gli sviluppi delle nuove tecnologie costruttive.

Al di là di questa calzante metafora sulla deriva della sinistra, che mette in primo piano il fallimento di trasformare un Centro sociale in una Casa della Cultura – secondo il modello proposto in Francia, nei primi anni sessanta del Novecento, da André Malraux – purtroppo, nel bel film di Maselli, non ci sono riferimenti alle tematiche del lavoro, della precarietà, della disoccupazione, il posticipo di 10 anni dell’età pensionabile, rispetto ai primi anni Novanta, lo sfruttamento selvaggio nel settore agricolo, i salari da fame, eccetera.

  1. https://www.doppiozero.com/frammento-sulle-macchine;
  2. La contrapposizione tra lavoro manuale e quello intellettuale è posta in questa proposizione, in modo lineare, per ribadire il concetto che per la prima volta vengono messe in discussione quelle posizioni lavorative ritenute intoccabili. Ovviamente, le ripercussioni ricadrebbero anche sul lavoro manuale. Ma per una visione che vada oltre la meccanica separazione tra lavoro intellettuale e quello manuale, si rinvia il lettore interessato all’articolo di Leo Essen, Il manovale non pensa. Sohn-Rethel: Lavoro intellettuale e lavoro manuale, https://www.coku.it/2018/09/28/sohn-rethel/;
  3. La lezione di Don Sardelli, Ascanio Celestini incontra Luigi Celidonio, https://www.youtube.com/watch?v=CBp1NcY4ZDg

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