Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein,
Dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.
Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, il sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).
Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.
Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali –, vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.
Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).
Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.
Il paradosso è quindi che proprio mentre condanna il “woke”, conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.
Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.
E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali e dalle loro cause.
Diventa il prodotto di una deriva individualisti, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.
Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.
È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.
È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.
E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.
Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo così anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.
Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.
In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non ci appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.
Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi ha già più potere.
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