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Come possiamo contrastare la società-caserma?

Il contributo della redazione di Contropiano al convegno nazionale di Bologna “Smantelliamo la società-caserma” organizzato domenica 6 settembre da Potere al Popolo.

Siamo significativamente a Bologna, di settembre e per parlare di repressione. Chi mi ha preceduto ha già sottolineato due aspetti importanti sui quali, quindi, non tornerò: ovvero gli episodi repressivi avvenuti recentemente a Bologna e il convegno contro la repressione che nel settembre 1977 si svolse proprio qui, nel cuore del modello di governo e governabilità, ieri del Pci e oggi del Pd.

Una coincidenza che si presta a molte sottolineature e aggiornamenti ma che oggi non abbiamo il tempo di approfondire.

Questo convegno intende denunciare quella che definisce una società-caserma nella quale le classi dominanti – e non solo il governo delle destre – stanno conformando tutte le relazioni sociali e giuridiche con i quali fanno i conti sia i settori che agiscono i conflitti politici e sociali sia i segmenti sociali via via subordinati o marginalizzati dalla accresciuta gerarchizzazione di classe del sistema dominante.

Giustamente ci battiamo per difendere con le unghie e con i denti il diritto di sciopero per i lavoratori, ma adesso ci si presenta anche un altro problema.

Come faranno a far sentire le proprie ragioni quei settori sociali che non possono ricorrere allo sciopero come strumento di pressione e conflitto? I disoccupati, i senza casa, gli operai delle fabbriche che vengono chiuse o delocalizzate, gli inquilini delle case popolari – non potendo scioperare – per farsi sentire sono storicamente ricorsi a forme di lotta come i blocchi stradali o le occupazioni degli edifici istituzionali o degli edifici sfitti.

Con i nuovi decreti sicurezza sono proprio queste forme di lotta ad essere pesantemente criminalizzate e sanzionate, penalmente ed economicamente. C’è dunque un intero pezzo di società al quale viene negata la possibilità di poter far sentire con la forza dovuta i propri interessi sociali.

E’ evidente poi che di fronte alla parola d’ordine e alle mobilitazioni del “Blocchiamo tutto” dello scorso autunno, sono andati letteralmente nel panico e sono corsi al riparo.

Di questo convegno convince poi anche l’impostazione per l’attenzione che riserva non solo al dato politico generale del sistema coercitivo e repressivo, ma anche alle sue ricadute nelle aree metropolitane, lì dove la cosiddetta legalità e gli apparati coercitivi agiscono direttamente dentro e contro le conseguenze sociali delle scelte gerarchiche e antipopolari in materia economica e sociale.

Curiosamente mentre la politica e il sistema mediatico alimentano la paura e l’insicurezza come cifra della vita sociale collettiva e delle loro fortune elettorali, possiamo verificare come l’Italia sia il paese europeo con il maggior numero di poliziotti, carabinieri e uomini in divisa procapite: uno ogni 430 abitanti secondo le stime più lasche, uno ogni 220 secondo altre stime che includono anche le polizie locali e la polizia penitenziaria.

Si parla continuamente di più uomini in divisa eppure ce ne sono già fin troppi rispetto alla diminuzione reati effettivamente commessi. Per onestà occorre ammettere che se sono diminuiti i reati penali più rilevanti, sono invece aumentati i reati strettamente legati al disagio economico/sociale cioè la micro-criminalità che è poi quella più fastidiosa per la gente essendo quella di prossimità.

Attraverso la reiterazione dell’emergenza, degli allarmi sicurezza – artatamente amplificati dai telegiornali e strumentalizzati dalla politica- delle leggi e della logica della legalità dall’alto, la repressione nel nostro paese sta diventando sistemica, rendendo sempre più residuali e impotenti le libertà costituzionali fin qui agenti ed ereditate dalla fase storica precedente.

Per molti aspetti ci troviamo di fronte ad una evoluzione autoritaria che non riguarda solo l’Italia. Anzi possiamo affermare che negli altri paesi europei come Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna le leggi repressive negli anni precedenti sono state anticipate ed erano anche più pesanti di quanto lo fossero in Italia. Lo avevamo visto contro i gilet jaunes in Francia così come contro le manifestazioni per la Palestina in Germania.

E’ evidente come lo stesso modello dell’ICE statunitense – pieni poteri, massima brutalità etc. – sia nei desideri di tutti gli apparati repressivi anche in Europa

Poi, anche in questo, ci siamo allineati agli standard europei.

A questo processo autoritario non è certo estranea la “logica del fronte interno” che sta marciando preventivamente e parallelamente a quello del “fronte esterno della guerra”.

Su questo è indicativo un editoriale del Corriere della Sera di Antonio Polito sulla guerra in Ucraina nel quale afferma che “la guerra si vince innanzitutto sul fronte interno”, ragione per cui chi si oppone alla guerra non è un dissidente politico ma è un agente nemico. Lo stesso dossier sulle guerre ibride consegnato a novembre da Crosetto al Quirinale al Consiglio Supremo di Difesa, è significativo di questa torsione che vede la lotta politica contro i governi europei o la Nato come “intelligenza con il nemico” e non come dissenso politico.

Non è una esagerazione affermare che ci stiamo addentrando in uno stato “decostituzionalizzato” e non solo perché se ne infischia ormai ampiamente dell’art.11 sul ripudio della guerra o dei diritti sociali pure scritti nero su bianco nella Costituzione, ma anche perché sta rendendo risibili, restringibili, criminalizzabili le libertà politiche di espressione, manifestazione, stampa, organizzazione sociale e sindacale.

E’ bene chiarire che non bisogna in alcun modo rinunciare a sollevare eccezioni di incostituzionalità nei processi per i nuovi reati previsti dai decreti sicurezza né per i sempre più frequenti episodi di criminalizzazione del dissenso politico. Al contrario ogni processo deve cercare di mettere più bastoni possibili tra le ruote dell’ingranaggio.

Allo stesso modo è indispensabile respingere ogni tentativo di de-solidarizzazione e, al contrario, fare rete al massimo delle nostre possibilità, sia coordinando i nostri legali che le iniziative politiche e di massa contro la società-caserma. Quello slogan degli operai della logistica che dice “Chi tocca uno tocca tutti” deve essere il nostro punto di riferimento. Su questo terreno l’organizzazione è decisiva.

Questo lavoro andrà fatto sia sul piano nazionale che sul piano locale, cioè nelle aree metropolitane ovvero i luoghi dove la quantità e la qualità delle contraddizioni sociali è più forte e per molti aspetti più avanzata e dunque l’affrontamento contro la società-caserma diventa più evidente.

Grazie e buon lavoro.

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