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Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo

Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo.

Il ministro Crosetto, dall’alto della sua carriera da rappresentante degli interessi del nostrano complesso militare-industriale, condivide con l’allora “Lui” la capigliatura, un po’ meno l’eloquio tonitruante. Ma comunque ci prova.

In un solo giorno ha scoperto ben due fronti di guerra, contro nemici decisamente diversi per peso, posizione geografica e pericolosità strategica: la Russia e AnsarAllah, anche detti “gli Houthi” dello Yemen.

Contro la prima, come si sa, da un paio di giorni svolazzano i caccia italiani basati in Lituania. Prima per abbattere un “drone presumibilmente russo”, poi per riaccompagnare fuori dello spazio aereo lituano dei velivoli russi non meglio specificati.

Su questo fronte ci sarebbe molto da dire, perché i paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), nel loro piccolo, da anni sono impegnati ad indicare in Mosca un pericolo sempre imminente. Da quelle parti, non a caso, si registra la massima concentrazione di droni del modello “stavano/per”, sempre di incerta origine e sempre “presumibilmente russi”. Anche se spesso si verifica che si trattava di droni ucraini – i paesi baltici consentono a questi ultimi di passare sul proprio territorio per raggiungere obiettivi russi, ma ogni tanto qualcuno cade prima – o addirittura di stormi di uccelli.

Probabilmente, se non ci fosse questa curiosa “tolleranza” per il sorvolo di droni d’attacco verso la Russia, dall’altra parte ci sarebbe un’attività aerea e contraerea minore. Quindi anche un minor rischio di “incidenti”…

Comunque è un fronte ormai consolidato, dove le chiacchiere allarmistiche servono a mantenere alta l’attenzione in attesa di capire se si produrrà un’escalation suicida oppure no.

Il secondo fronte è invece in gran parte nuovo, ancorché frequentato con la semi-dimenticata “missione Aspides”. Parlando dal Forum del Mare a La Spezia il ministro Crosetto ha annunciato che «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al capo di Stato maggiore della difesa, di attivare la marina militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane».

Decisione presa, anzi no. Poco dopo ha spiegato che «Non decido adesso. È una situazione di questi giorni, valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, saranno a protezione delle navi mercantili». Senza neanche attendere che le “burocrazie europee” si decidano a fare qualcosa di collettivo…

E’ forse il caso di ricordare che le milizie yemenite, in pochi giorni impossessatesi totalmente delle coste sullo Stretto e anche di alcune isole, disperdendo le forze mercenarie saudite spedite in supporto del governo, hanno per ora minacciato di colpire soltanto le petroliere di Riad (oltre alle navi israeliane).

Quindi l’unica nave militare in questo momento a Gibuti, sulla costa africana dello Stretto, ovvero la fregata Bergamini, non corre particolari rischi nell’accompagnare mercantili battenti la nostra bandiera. Anche perché non ce ne sarebbe uno stretto bisogno.

E’ ovviamente comprensibile che gli equipaggi di navi civili abbiano timore nel passare lungo coste dove si sta combattendo ancora in questi giorni, ma c’è anche da dire che una nave militare può attirare su di loro ancora più l’attenzione.

Va ricordato infatti che AnsarAllah ha già colpito navi occidentali durante la fase acuta della guerra israelo-americano contro l’Iran. E che sia Tel Aviv che Washington hanno condotto pesanti bombardamenti sulle loro postazioni, ed anche sul porto di Al Hodeida, provocando danni e morti, ma senza affatto ridurne la capacità militare (come si vede dalla veloce avanzata di questi giorni).

Difficile insomma che una fregata italiana, da sola, possa riuscire dove hanno clamorosamente fallito eserciti decisamente meglio attrezzati.

Dunque perché suonare le fanfare di guerra su due fronti contemporaneamente, ben sapendo che sviluppi seri – e ovviamente negativi – sarebbe parecchio problematici per questo Paese?

Il discorso torna sempre sullo stesso punto dolente: c’è un riarmo da imporre, tagliando sanità e spesa sociale, e c’è una popolazione in stragrande maggioranza contraria.

Un po’ di sano allarmismo a gratis (per ora, ripetiamo, i militari italiani su quei due fronti non rischiano granché) torna utile. Tanto il sistema mediatico è totalmente sotto controllo e non mette in discussione “la linea”. Anzi, semmai incita a “fare di più”…

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