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Fascisti a Milano. Li avevano visti arrivare… ma niente di più

In una città dove sempre più spesso si annunciano “Remigration day” come quello del 17 ottobre e dove si moltiplicano i tentativi di entrare nelle scuole per intercettare il malcontento studentesco, la notte tra lunedì 29 e martedì 30 settembre uno studente è stato, com’è noto, vigliaccamente aggredito – 12 contro 1 e una frattura cranica operata d’urgenza – dai neofascisti di Blocco studentesco davanti al liceo di via Einstein a Milano.

Ironia della sorte, la domenica successiva, a una manciata di metri di distanza dal luogo dell’aggressione, Fratelli d’Italia e la sua giovanile commemoravano – alla presenza del Presidente del Senato La Russa – Norma Cossetto nei giardini a lei dedicati: “Norma Cossetto, martire delle foibe e vittima dei comunisti”, ovvero giovane attivista fascista e figlia del podestà fascista di Visinada, Istria.

Arriviamo a martedì e il corteo antifascista, partito da via Einstein in risposta all’aggressione, lascia dietro di sé la targa dei giardini “Cossetto” imbrattata. Seguono, il mercoledì, piagnistei e spugnette dei meloniani.

Ironia della sorte, appunto. Ma la casualità e la geografia cittadina hanno intrecciato accidentalmente due questioni distinte che a ben guardare, però, sono tutt’altro che separate. Questioni da prendere molto seriamente, se è vero che la ricerca di agibilità politica da parte di questi gruppuscoli neofascisti – di per sé numericamente e politicamente irrilevanti – non sono che uno dei tanti sintomi di un fenomeno ben evidente, e di scala continentale, di ripresa delle peggiori destre fasciste, sioniste e reazionarie.

Perché in questi trent’anni tutti “li hanno visti arrivare”, ma qualcuno – mentre gridava “al lupo” in cambio del voto utile – ha steso loro un tappeto nero, fatto non solo di austerità, macelleria sociale, guerra e riarmo; non solo di scientifica disgregazione di quello che era il patrimonio antifascista, militante e di classe, radicato nei quartieri e nei posti di lavoro; ma anche di accettazione e legittimazione – quando non di collaborazione attiva – del peggior revisionismo storico.

C’è stato, in sostanza, anche un lavorio intellettuale e culturale da parte delle istituzioni e dell’intera classe politica italiana – con non pochi “insospettabili” fiancheggiatori dal basso e a lato, diretti e non, consapevoli e meno – che, con quello che potremmo sintetizzare con il mito della “memoria condivisa”, ha oggettivamente aperto uno spazio, ideologico prima ancora che politico, alle forze più reazionarie. E queste a quello spazio ci hanno lavorato e, naturalmente, non si accontentano dei risultati fin qui raggiunti, ma continuano a rilanciare, perché dall’altra parte la porta è sempre più spalancata.

Certe domande bisogna allora cominciare a farle all’antifascismo da salotto e da campagna elettorale, che già vediamo all’opera in vista delle scadenze dell’anno prossimo; e forse ancora di più vanno rivolte a chi ancora gli va dietro: ad esempio, perché è stata scelta e accettata la figura della fascista Norma Cossetto – emblema del revisionismo e della più becera falsificazione storica – per intitolarle nel 2020 un luogo in città? Perché il sindaco Sala – che, anche se a molti ora sembra sfuggire, non ha governato due mandati da solo – ha benedetto, sempre nel 2020, l’inaugurazione di un monumento ai “martiri delle foibe” in piazza della Repubblica? Sono scelte e responsabilità politiche che lasciano un segno.

Come quella di partecipare istituzionalmente alle commemorazioni per Sergio Ramelli, sdoganata già con Pisapia e trasformata poi da Sala in un appuntamento fisso per sindaco e istituzioni. Di morti per la Resistenza e poi nelle lotte politiche e sociali del dopoguerra, da commemorare o cui dedicare vie e giardini, ne potremmo elencare a decine; e tanti luoghi a loro intitolati e celebrazioni già c’erano e ci sono per fortuna, ma lì il sindaco e il PD spesso e volentieri marcano visita.

Ma se per la “sinistra” – e addentellati vari – di questa città la memoria è una memoria condivisa, non bisogna sorprendersi se poi qualcuno si sente legittimato a inventarsi qualsiasi tipo di commemorazione, fino ad arrivare all’equiparazione tra partigiani e nazisti; in questo senso le risoluzioni votate a larga maggioranza dal Parlamento europeo che equiparano comunismo e nazismo hanno certamente aperto la strada.

E’ accaduto così che lo scorso agosto anche i morti civili per l’attentato dell’8 agosto ’44 in viale Abruzzi 77 a Milano – operazione mai rivendicata dai Gap di Pesce e che oggi definiremmo “false flag” da parte dell’occupante nazista per quella che sarebbe stata poi la rappresaglia e l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto successivo – sono stati ricordati come “vittime dei comunisti” da un improbabile presidio promosso da Assoarma, ma subito raccolto da La Russa per invocarne una commemorazione istituzionale.

Per non parlare di qual è la memoria tramandata sul conflitto politico e sociale degli anni Settanta, a cominciare da come viene ricordata ogni 12 dicembre da istituzioni e partiti la strage di Stato di piazza Fontana. L’elenco sarebbe lungo, ma ci ripromettiamo in ogni caso di ritornarci.

I risvolti politici di tutto questo e lo sdoganamento di qualsiasi revisionismo o soggetto politico, lì vediamo qui e ora in tutta la loro portata. Da quelli apparentemente più grotteschi – come il figlio di La Russa e la Sardone che possono fare a gara come “influencer dei navigli” per chiedere la cancellazione del grande murales antifascista e per la Palestina della Darsena – a quelli decisamente più seri, come le piazze sioniste, nazi-ucraine o pro-scià.

Piazze a cui uno come De Corato non manca mai – impegnato a saldarne la convergenza e stabilizzarne l’asse con le destre di governo – ma dove sono ben presenti anche il solito assortimento di liberali guerrafondai capeggiati, si fa per dire, da Calenda o “Sinistra per Israele”: variamente prodotti, interlocutori, se non direttamente ex o tutt’ora rappresentanti del Partito Democratico, con buona pace dei suoi “compagni” di viaggio.

Parliamo della stessa internazionale nera che se non ha sfilato serenamente nel corteo istituzionale dell’ultimo 25 aprile è stato solamente perché l’esasperazione di larga parte del corteo ha avuto la meglio sulla direzione degli organizzatori.

Ma come si è arrivati a questo punto? Basti ricordare che sono proprio gli organizzatori di quella piazza ad avere sdoganato le bandiere della Nato, dell’Unione Europea e dell’Ucraina, oltre che di Israele, che ormai da almeno tre anni hanno piena cittadinanza nel 25 aprile istituzionale milanese(https://contropiano.org/regionali/lombardia/2026/04/23/25-aprile-a-milano-se-il-nemico-marcia-alla-tua-testa-0194335); e sempre pronti, nonostante tutto, a ritendere la mano a questi soggetti, vedi il comunicato congiunto di luglio Anpi-Ucei.

Quindi la memoria è un campo di battaglia che non può e non dev’essere separato dalla politica. E’ compito importante quindi unire tutti i punti e trovare le forme di intervento anche sui territori, dove il recupero e la riaffermazione della memoria storica, in particolare del movimento comunista e di classe e del contributo popolare e di massa alla lotta al nazi-fascismo riacquisiscano significato dentro le battaglie odierne. Una via né facile né scontata, ma necessaria per ricostruire un tessuto politico e sociale che è l’unico vero “argine alle destre”.

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