Chi vivrà (alla gabbia dell’Unione Europea) vedrà. È questa la sintesi che si può fare delle ultime 36 ore della politica italiana, tra il Consiglio dei ministri del 13 sera e le comunicazioni di Giorgia Meloni al Senato nella giornata di ieri, in vista del Consiglio Europeo che si svolgerà tra oggi e domani e in cui è in discussione il bilancio pluriennale della UE.
Un tour de force che è partito con un piccolo caso giornalistico. Inizialmente, all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri era apparso un punto riguardante la legge di bilancio 2027, per poi sparire poche ore dopo. La riunione del governo ha in realtà varato unicamente il Documento Programmatico di Bilancio (Dpb), un documento contenente i saldi della finanziaria ma di cui il dettaglio spetta al testo della manovra.
Il Dpb andava licenziato immediatamente perché oggi è la scadenza entro la quale inviarlo all’Unione Europea. Per la legge di bilancio effettiva c’è ancora un po’ di tempo, e come chiarito dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il rinvio di una vera e propria bozza non è frutto di disorganizzazione, ma di una precisa attesa strategica.
L’esecutivo ha infatti bloccato i cantieri della legge per conoscere prima l’esito del Consiglio Europeo e del prossimo Ecofin. E questo perché senza garanzie sui margini di spesa concessi dall’Europa, definire le coperture della manovra, dove e a chi togliere per decidere dove e a chi dare, diventa difficile. Roma sta provando un altro braccio di ferro con Bruxelles.
Infatti, che le risorse a disposizione del governo siano molte poche, stretto ancora nella procedura di infrazione europea, lo conferma il fatto che, pur non sapendo molto nemmeno del Dpb, dalle indiscrezioni uscite negli ultimi giorni sembra sarà una mini-finanziaria, per un valore stimato tra i soli 7 e 8 miliardi di euro. Il governo ha dunque assoluto bisogno di una mano.
La partita si gioca su due richieste di flessibilità indirizzate alla Commissione: Roma sta spingendo di nuovo per un uso flessibile della clausola di salvaguardia per le spese militari, a cui è stato aggiunto un corollario riguardante le spese per la sicurezza energetica, proprio in seguito a pressioni italiane. Meloni e compagnia vorrebbero utilizzare questo spazio fiscale per il taglio delle bollette e delle accise.
Intanto, arrivano dichiarazioni sia comunitarie sia italiane che confermano come si stia lavorando a uno spostamento della tassazione ETS per i produttori di elettricità con il gas verso le bollette dei consumatori. È una scommessa con la quale si spera che l’aggiustamento di mercato dovuto ai minori prezzi all’ingrosso sia maggiore del rincaro in bolletta.
In pratica, significa farci pagare di più e sperare che gli operatori di mercato non si approprino di altri extraprofitti. Il contemporaneo cannoneggiamento avvenuto oggi sugli ETS da parte di Confindustria, Confcommercio e l’amministratore delegato di ENI, Descalzi, non lasciano presagire nulla di buono.
Il governo, poi, chiede di poter ignorare gli aumenti di spesa pubblica generati puramente dall’inflazione e di poter impiegare le maggiori entrate dovute all’extragettito IVA – conseguente di nuovo all’aumento dei prezzi – per finanziare altre misure, mentre le regole europee vorrebbero che questo tipo di entrate straordinarie vengano usate obbligatoriamente per la riduzione del debito.
In questa battaglia, l’Italia potrebbe essere sostenuta anche da altri governi: anche il cancelliere tedesco Merz e il premier belga De Wever hanno chiesto di ridurre ulteriormente la burocrazia e stabilire procedimenti più favorevoli per investimenti strategici e per misure pensate per migliorare la competitività europea, mettendo sotto pressione il quadro delle regole europee.
Riassumiamo, dunque, tutte le poste in gioco. Senza queste concessioni, la finanziaria pre-elezioni finirebbe con l’essere un “fantasma”: finisce in pericolo il taglio dell’Irpef per alzare il tetto del penultimo scaglione di reddito, da 50 a 60 mila euro (con una differenza del 10% di imposta sul reddito tra i due scaglioni), e in generale il governo non avrebbe granché da offrire al suo elettorato.
Paradossalmente, Meloni sta chiedendo alla UE quello che i vertici europei hanno mostrato di non saper fare: adattare la propria politica ai profondi cambiamenti della fase storica che stiamo vivendo. Nel farlo, usa come leva anche il via libera al bilancio europeo, sotto attacco da parte della Germania e altri paesi. Un nodo che deligittima ulteriormente l’operato di von der Leyen.
Ovviamente, l’unica cosa che non viene messa in discussione è il riarmo. La prima ministra ha provato ad affrontare di petto il tema delle spese militari al Senato, affermando che “non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola” perché “se non li spendessimo per la difesa non potremmo spenderli in altro“. Confermando che non finanziare il welfare o l’aumento dei salari è una scelta politica, non tecnica: i soldi si possono pure spendere, ma è impedito spenderle per qualcosa che non siano strumenti di morte.
Insomma, il governo ribadisce che il problema rimane nella gabbia dei vincoli europei, conclusione politica che le opposizioni si guardano bene dal trarre. Nel frattempo, proprio perché la deriva guerrafondaia è una scelta politica, pochi giorni fa è arrivato l’ok da parte della Commissione UE sugli 8 miliardi del programma SAFE richiesti da Roma.
Si tratta di uno strumento che vincola il bilancio in varie voci militari per anni, rendendo la scelta del riarmo non contendibile politicamente. Eppure, è stato presentato come una manna dal cielo, perché nel rispetto degli obiettivi NATO il SAFE potrebbe far risparmiare qualche miliardo, in quando prestiti agevolati garantiti da Bruxelles.
Una manipolazione della realtà che nasconde i fatti: tutta la classe dirigente continentale condivide la prospettiva guerrafondaia e non c’è alternativa all’interno dei vincoli UE e NATO. A Roma e Bruxelles discutono su come dividersi quel che rimane, ma dovranno fare i conti con le mobilitazioni che attraversano il Vecchio Continente… potrebbero sconquassare il loro quadro politico.
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