La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista dei prossimi vertici comunitari, è andata a Praga, a parlare con un altro governo che, nella narrazione europeista, viene tratteggiato come “anti-UE” e “filo-Trump” – in un’Europa in cui la cesura con la potenza oltreoceano è insanabile. E infatti tutti devono reinventarsi “europeisti”: non che non lo fossero, ma potevano contare anche su altre leve.
Ne è infatti uscita una linea di attacco frontale ai meccanismi del mercato delle emissioni (ETS) integrata dal ricorso al nucleare, per salvaguardare la competitività delle filiere europee, di fronte agli effetti disastrosi delle scelte guerrafondaie degli imperialisti occidentali tutti, che hanno fatto impennare i costi per l’energia mettendo un’ipoteca sui nostri modelli produttivi già in crisi.
Andando sui fatti, la prima ministra italiana si è dunque recata a Praga dove, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha incontrato il primo ministro ceco Andrej Babis. Un bilaterale culminato con la firma del “Piano d’Azione Italia-Repubblica Ceca 2026-2030”, un’intesa che spazia dalla difesa alle infrastrutture, fino alla cooperazione sui flussi migratori sul modello dell’intesa tra Roma e Tirana.
Soprattutto, i due governi hanno promosso la collaborazione attorno al nucleare di nuova generazione e ai piccoli reattori modulari (SMR), settore in cui la Repubblica Ceca vanta investimenti avanzati e sul quale anche l’Italia ha riavviato il proprio percorso. Ma che, ricordiamo, non esistono a livello commerciale e non risolverebbero davvero la crisi energetica: sono solo il cavallo di Troia per far passare la spinta su un’industria profondamente connessa col complesso militare-industriale.
Ma è soprattutto in vista del Consiglio Europeo di ottobre che Roma e Praga hanno deciso di saldare le forze: l’obiettivo comune è convincere gli altri membri a una radicale revisione del sistema ETS (Emissions Trading System), il meccanismo che fissa un tetto massimo alle emissioni e vincola le aziende all’acquisto di quote onerose di carbonio per avere il “diritto” a inquinare.
I due governi hanno formalizzato quattro proposte concrete di intervento: rimodulazione dei meccanismi di distribuzione delle quote ETS a tutela dei settori più esposti alla concorrenza estera; limitazione della trasmissione diretta dei costi di carbonio sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità; potenziamento del monitoraggio e della vigilanza per arginare speculazioni sui titoli di emissione; rinvio dell’entrata in vigore del sistema ETS2, cioè della tariffazione del carbonio dei combustibili utilizzati per il riscaldamento domestico e per i trasporti.
Roma e Praga chiedono all’esecutivo comunitario di usare la Market Stability Reserve (MSR), cioè la riserva di certificati di emissione che, reimmessi in gran numero nelle compravendite, farebbero abbassare i costi di finanziamento di produzioni sottoposte a limiti di emissione. Una logica che era già stata fatta propria dalla revisione dell’ETS proposta dalla Commissione Europea stessa a luglio scorso.
Insomma, quello che ne viene fuori è un atteggiamento ancora più aggressivo (innanzitutto verso l’ambiente) di una tendenza che è già stata incorporata dalle politiche comunitarie. I governi Meloni e Babis ne propongono una riformulazione che punta in maniera ancora più spregiudicata sul nucleare e vuole abbandonare la “retorica verde”, dato che nei comparti relativi la sfida con la Cina è persa.
Nella ristrettezza di vedute della classe dirigente nostrana, comunque, questa pressione verso Bruxelles è legata soprattutto al modo con cui il governo arriverà alle prossime elezioni: pressione dell’inflazione, bollette in crescita, un declino industriale irreversibile che andrà peggiorando quando l’onda lunga della crisi dell’automotive tedesca arriverà nel Belpaese.
Tornata a Roma, infatti, la presidente del Consiglio ha rincarato la dose, criticando la timidezza di Bruxelles sulla revisione dell’ETS. E ha così annunciato l’invio di una lettera formale alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per chiedere che già all’Ecofin in Lussemburgo e al successivo Consiglio Europeo si torni a discutere di una maggiore flessibilità nei parametri di bilancio.
È, in sostanza, la riedizione del confronto che aveva portato alla revisione della clausola di salvaguardia per le spese sulla difesa, a cui è stata aggiunta la possibilità di essere adoperata anche per alcuni tipi di investimenti nel comparto energetico. E infatti Bruxelles, che ha ricevuto la lettera nella serata di ieri, ha già messo in chiaro che ha “già dato più flessibilità agli stati membri“.
Tornare di nuovo sui propri passi significherebbe, nei fatti, dichiarare che la gabbia dei vincoli europei è, se non infondata, quantomeno inadeguata alla fase storica che si vive. Ma in questo modo verrebbe meno anche la propaganda intorno all’austerità e allo smantellamento dello stato sociale, già messa a dura prova dal fatto che per le armi, invece, i soldi ci sono sempre.
E il nodo reale è che la classe dominante europea non ha altre idee, non ha altri modelli in testa, e non ha nemmeno gli strumenti, culturali e istituzionali, per pensarli. Intanto, un vertice a Palazzo Chigi si è riunito ieri per cominciare a discutere della prossima legge di bilancio. Abbiamo già scritto che la sua stesura sarà una grana per il governo, e la tempistica di questi eventi lo conferma. Allora, proprio su questo terreno e su quello del costo della vita, non bisognerà dare respiro all’esecutivo nei prossimi mesi.
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