Il capitalismo europeo dispone di un’arma più efficace della repressione aperta: integrare il dissenso, neutralizzare le opposizioni e trasformare le promesse di rottura in strumenti di conservazione dell’ordine esistente.
Nella mitologia greca, Circe trasformava gli uomini in animali con la sua bacchetta magica. Nella politica europea contemporanea, una metamorfosi analoga sembra colpire molti leader che arrivano al potere promettendo di sfidare Bruxelles, per poi ritrovarsi ad amministrare, con qualche variazione di linguaggio, lo stesso ordine economico che avevano giurato di combattere.
La bacchetta, naturalmente, non è magica. È fatta di debito pubblico, vincoli di bilancio, dipendenza dai mercati finanziari, trattati internazionali e rapporti di forza tra capitale e lavoro. Il suo centro di gravità è un’architettura istituzionale nella quale la Commissione europea svolge un ruolo importante, insieme al Consiglio, alla Banca centrale europea e agli altri organismi dell’Unione. Un sistema che restringe lo spazio delle alternative economiche e politiche, soprattutto quando queste mettono in discussione gli interessi dominanti.
Il punto non è sostenere che Bruxelles decida ogni cosa, né che i governi nazionali siano privi di responsabilità. È comprendere come l’integrazione europea abbia costruito un quadro nel quale la disciplina finanziaria, la competitività e la stabilità dei mercati tendono a prevalere sulle esigenze sociali. La democrazia viene formalmente conservata, ma il suo raggio d’azione si restringe quando il voto minaccia di mettere in discussione i fondamenti economici del sistema.
Tsipras: quando il referendum non basta
La Grecia del 2015 rappresenta il caso più clamoroso. Alexis Tsipras e Syriza conquistarono il governo promettendo di porre fine all’austerità imposta dai creditori internazionali. Il 5 luglio, il popolo greco respinse con il 61,3% dei voti le condizioni sottoposte a referendum. Una settimana dopo, il governo accettò un nuovo programma di assistenza finanziaria, accompagnato da ulteriori misure restrittive.
Fu una sconfitta politica di enorme portata per chi aveva creduto che la vittoria elettorale e la mobilitazione popolare potessero aprire una breccia nell’ordine europeo. La pressione della BCE, la minaccia di una crisi bancaria e la dipendenza finanziaria della Grecia mostrarono i limiti di un governo che intendeva negoziare senza disporre della forza economica e politica necessaria a imporre un’alternativa.
La lezione è dura: il capitalismo non ha bisogno di cancellare il voto quando può neutralizzarne gli effetti. Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto a un’imposizione esterna. La scelta di Tsipras fu anche una scelta politica: accettare il compromesso anziché preparare una rottura, con tutti i rischi e i costi che avrebbe comportato.
Meloni: la sovranità dentro i confini del capitale
Giorgia Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso denunciando i vincoli europei e rivendicando la sovranità nazionale. Al governo, però, ha dovuto fare i conti con il PNRR, le regole fiscali, il costo del debito e le aspettative dei mercati. La contestazione di Bruxelles si è così misurata con la necessità di garantire continuità economica e credibilità finanziaria.
La contraddizione non riguarda soltanto Meloni. Una destra che promette di restituire potere alla nazione può contestare le istituzioni europee senza mettere in discussione i rapporti di proprietà, il potere delle grandi imprese e la subordinazione del lavoro alle esigenze del profitto. La sovranità nazionale diventa allora, almeno in parte, una questione di chi governa lo Stato, non di quali interessi sociali lo Stato serve.
Cambiare il colore politico del governo non significa necessariamente cambiare i rapporti di forza nella società.
Le Pen e il rischio dell’assorbimento
Anche Marine Le Pen e il Rassemblement National devono confrontarsi con questa contraddizione. La critica all’integrazione europea può raccogliere il malcontento di settori popolari impoveriti, lavoratori precarizzati e territori abbandonati. Ma la denuncia dei vincoli di Bruxelles non coincide automaticamente con un progetto di emancipazione sociale.
Se la questione europea viene ridotta alla contrapposizione tra nazione e istituzioni sovranazionali, senza affrontare il potere del capitale, la distribuzione della ricchezza e la precarietà del lavoro, il malcontento rischia di essere incanalato in una direzione che lascia intatti i meccanismi fondamentali dello sfruttamento.
Non è una previsione sul futuro di Le Pen: è la contraddizione politica che qualsiasi forza antisistema deve affrontare quando passa dall’opposizione al governo.
Il problema è il sistema, non la bacchetta
Il capitalismo europeo non è un’entità onnipotente e priva di contraddizioni. È un sistema di interessi, istituzioni e rapporti di forza che può essere contestato, ma non semplicemente aggirato con una vittoria elettorale. I governi nazionali contribuiscono a riprodurlo, negoziano al suo interno e possono anche tentare di modificarne gli equilibri.
Per questo la questione non si esaurisce nel tradimento dei leader. Riguarda anche i limiti di una strategia che affida al parlamentarismo, isolato dalla mobilitazione sociale e dai rapporti di forza materiali, il compito di trasformare strutture economiche profondamente radicate.
Senza organizzazione popolare, conflitto sociale e capacità di mettere in discussione il potere economico, la promessa di rottura rischia di ridursi a un cambio di amministratori. Il capitale può tollerare molte parole d’ordine radicali, purché non si traducano in una redistribuzione effettiva del potere e della ricchezza.
Circe, in fondo, non trasforma soltanto gli oppositori in creature docili. La sua metafora più inquietante è un’altra: un sistema capace di assorbire il dissenso e restituirlo sotto forma di consenso amministrato. Spezzare l’incantesimo significa allora andare oltre la sostituzione dei governanti e affrontare la struttura economica e sociale che rende possibile quella metamorfosi.
- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO
Ultima modifica: stampa
