“Se il criterio dell’antisemitismo diventa la fedeltà al governo di Israele, la conclusione è già scritta.
Antisemiti diventano i partigiani, cioè gli eredi di chi combatté il regime che compilava le liste. Non antisemiti, certificati, restano gli eredi di chi quelle liste le compilò: quelli con il busto del Duce in casa, la fiamma di Salò nel simbolo e Hitler ridotto a cacca d’uccello.”
In un’intervista televisiva Primo Levi disse che il nazismo era stato la metastasi di un cancro che era il fascismo (si trova anche su youtube).
Non era un’immagine letteraria ma una diagnosi, con una cronologia precisa. Il tumore nasce nel 1922. Mostra il suo volto criminale nel 1924 con il delitto Matteotti. Raggiunge la maturità nel 1938 con le leggi razziali. Nel 1943 produce la metastasi italiana: la Repubblica di Salò, alleata e complice dell’occupante nazista.
Levi non pensava il fascismo come una parentesi buffonesca.
Nel Sistema periodico scrive che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia. Era sorto come custode di un ordine fondato sulla costrizione di chi lavora, sul silenzio imposto a chi pensa e sulla menzogna sistematica e calcolata. È da qui che bisogna partire per capire che cosa è successo stamattina a Roma.
Stamattina al Portico d’Ottavia, alla cerimonia per l’anniversario del rastrellamento del 16 ottobre 1943, alcuni componenti della comunità ebraica romana hanno accolto la delegazione dell’Anpi gridando “ve ne dovete andare”, “fuori, fuori”, “vergognatevi”.
Deve essere chiara una cosa : non è stato un incidente estemporaneo. Due giorni prima il presidente della Comunità, Victor Fadlun, aveva chiesto formalmente all’associazione dei partigiani di non presentarsi. Le accuse erano di aver contestato le bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 aprile e di essersi mostrata compiacente verso la violenza della piazza pro-Pal. Fadlun aveva chiesto all’Anpi di fare un passo indietro, appellandosi alla sua sensibilità, “se non al pudore”.
La rottura viene poi da lontano. Nel gennaio 2025 il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, aveva dichiarato che l’Anpi di oggi non è più quella di un tempo.
Negli stessi giorni la Comunità ebraica di Milano aveva disertato la commemorazione organizzata dall’Anpi per il Giorno della Memoria. Il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, aveva risposto indicando il punto che nessuno voleva nominare.
Le cose sono cambiate, aveva detto, ma non per colpa dell’Anpi: sono cambiate dopo il 7 ottobre, con le stragi di Gaza e con un governo israeliano in cui siedono esponenti di una destra che non si vedeva da tempo.
Dunque oggi il ricordo di una deportazione nazifascista è diventato il luogo da cui si allontanano gli antifascisti.
Conviene ricordare che cosa accadde quel giorno, perché la memoria che si pretende di custodire è precisa.
Il 16 ottobre 1943 era un sabato, e le famiglie si preparavano alla festa di Sukkot. Dalle 5.30 alle 14 le SS arrestarono più di milleduecento persone.
Ne furono deportate ad Auschwitz-Birkenau oltre mille, più di duecento erano bambini. Clara Wachsberger aveva cinque anni, Ada Tagliacozzo otto, Umberto Di Segni quattro, Donato Campagnano tre mesi. Tornarono in sedici.
Le SS non dovettero cercarli. Gli ebrei romani erano registrati, classificati, identificabili: lo Stato italiano li aveva censiti, schedati, espulsi da scuole, università e professioni a partire dal 1938. La razzia materiale fu tedesca. Il lavoro preparatorio fu italiano, cioè fascista. Un mese dopo, il Manifesto di Verona del Partito fascista repubblicano trasformò in legge ciò che il 1938 aveva preparato: gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e, durante la guerra, appartengono a nazionalità nemica.
Perfino la presidente del Consiglio, nel 2023, ha riconosciuto che quel giorno le truppe naziste agirono con la complicità del regime fascista italiano. Riconoscere la complicità del passato, però, è un atto che non costa nulla, se non si scioglie la continuità del presente.
Mentre l’Anpi viene dunque messa alla porta, le rappresentanze ebraiche italiane intrattengono rapporti istituzionali cordiali con la destra di governo.
È una destra il cui presidente del Senato, seconda carica dello Stato, ha conservato nella sua casa di Milano un busto di Mussolini, insieme a una collezione di cimeli del Ventennio. Divenuto presidente del Senato, ha dichiarato pubblicamente che quel busto non lo avrebbe mai buttato.
È lo stesso presidente del Senato che ha definito l’azione partigiana di via Rasella una pagina tutt’altro che nobile e ha descritto i soldati altoatesini del reggimento Bozen come pensionati. Il suo partito porta ancora nel simbolo la fiamma del Movimento sociale, fondato dai reduci di Salò: gli stessi del Manifesto di Verona.
Il fenomeno non è italiano, ed è proprio la sua dimensione europea a renderlo leggibile.
In Germania l’AfD si presenta come il partito più filoisraeliano del Bundestag. Ha persino una propria associazione, “Ebrei nell’AfD”. È lo stesso partito il cui leader Alexander Gauland ha definito Hitler e il nazismo “cacca d’uccello” in mille anni di gloriosa storia tedesca.
Diciassette organizzazioni ebraiche tedesche hanno firmato una dichiarazione comune: l’AfD è un partito in cui l’odio per gli ebrei e la relativizzazione fino alla negazione della Shoah trovano casa.
Secondo la stessa dichiarazione, il suo programma metteva in discussione la macellazione rituale e la circoncisione, cioè le condizioni stesse della vita ebraica in Germania. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi rifiuta ogni contatto con il partito. Il suo presidente, Josef Schuster, ha detto che l’interesse dell’AfD per gli ebrei non va oltre l’uso di loro come foglia di fico per la propria demagogia.
In Francia il Rassemblement National è stato fondato da un negazionista e da un ex Waffen-SS. Nel marzo 2025 il suo presidente, Jordan Bardella, è stato invitato a Gerusalemme dal ministro israeliano per la Diaspora, Amichai Chikli, a una conferenza internazionale contro l’antisemitismo.
Interrogato sul passato del suo partito, ha risposto che non fa politica guardando nello specchietto retrovisore.
Visitando il confine con Gaza, ha definito la guerra israeliana uno scontro tra civiltà e barbarie. Con lui erano invitati Marion Maréchal ed esponenti di Vox. Chikli ha spiegato la logica dell’invito: le destre europee sono alleate in una battaglia comune contro la crescente influenza musulmana in Europa.
Pochi mesi prima, nel febbraio 2025, il Likud di Netanyahu era entrato come primo membro osservatore nei Patrioti per l’Europa. È il gruppo fondato da Orbán e guidato da Bardella, di cui fanno parte anche Vox, la Lega e il Partito della libertà austriaco, fondato da ex nazisti. Nel gennaio 2026 Netanyahu ha ricevuto a Gerusalemme una delegazione dei Patrioti.
Nel governo israeliano siedono Itamar Ben Gvir, cresciuto nel movimento kahanista, e Bezalel Smotrich. In una registrazione diffusa dalla televisione pubblica israeliana, Smotrich si è definito fascista e omofobo, rovesciando con sarcasmo le accuse dei suoi critici. Il punto non è se lo pensasse sul serio. Il punto è che l’etichetta non lo imbarazza.
Il paradosso si rivela del tutto quando si guarda chi ha rifiutato.
La conferenza di Gerusalemme è stata boicottata dall’American Jewish Committee, dal Congresso ebraico europeo, dal Congresso ebraico mondiale e dalla Conferenza dei rabbini europei. Hanno declinato l’invito anche il rabbino capo del Regno Unito, il direttore dell’Anti-Defamation League, il commissario tedesco contro l’antisemitismo e Bernard-Henri Lévy.
Ariel Muzicant, già presidente della comunità ebraica di Vienna e sostenitore dichiarato di Israele, ha accusato Chikli di non capire la politica delle comunità ebraiche e di umiliare la comunità francese, la più grande d’Europa.
L’alleanza con gli eredi dei carnefici, dunque, non l’ha voluta l’ebraismo: l’ha voluta il governo israeliano.
Chi la asseconda non difende gli ebrei, sceglie quel governo. E la dirigenza romana l’ha scelta perfino contro la propria Unione nazionale, che nel luglio scorso aveva firmato con l’Anpi un comunicato congiunto per ricostruire una memoria condivisa.
Si tratta insomma di un nemico sostituito
Il meccanismo che rende possibile tutto questo Levi lo aveva descritto nella prefazione a Se questo è un uomo. Molti, individui o popoli, possono ritenere che ogni straniero sia nemico. Finché questa convinzione resta latente, produce atti sparsi. Quando diventa la premessa maggiore di un sillogismo, al termine della catena c’è il Lager.
Il Manifesto di Verona fu quel sillogismo scritto in forma di legge.
Le destre europee non lo hanno mai abbandonato: hanno sostituito lo straniero. Il passaggio ha una data.
Nel dicembre 2010 il Partito della libertà austriaco, il Vlaams Belang belga e i Democratici svedesi andarono in Israele e firmarono una “Dichiarazione di Gerusalemme”. Il testo indicava nell’islam fondamentalista il nemico totalitario comune e proclamava i firmatari avanguardia della comunità occidentale.
Partiti che negli anni Novanta rifiutavano Israele per antisemitismo scoprivano che bastava cambiare bersaglio. Jörg Haider era stato bandito da Israele. I suoi eredi oggi vi sono ricevuti.
In questo schema Israele diventa l’avamposto dell’Occidente contro l’islam, e la vicinanza a Israele diventa un certificato di buona condotta che cancella la genealogia. Lo straniero nemico del 1943 era l’ebreo. Quello di oggi è il musulmano, il migrante, il palestinese. La struttura del pensiero è identica.
Lo scambio conviene a tutti i contraenti. Il governo Netanyahu trova in Europa alleati che non chiedono conto di Gaza, della Cisgiordania o delle pronunce della Corte internazionale di giustizia.
Le destre europee ottengono il lavacro della propria storia. Le dirigenze comunitarie che si allineano ottengono protezione politica e accesso al potere.
Ogni tempo ha il suo fascismo
L’8 maggio 1974, sul Corriere della Sera, Levi scrisse che ogni tempo ha il suo fascismo. I segni premonitori, scriveva, si riconoscono dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere la propria volontà. Non serve necessariamente il terrore poliziesco: basta distorcere l’informazione, inquinare la giustizia, diffondere la nostalgia per un mondo ordinato in cui la sicurezza dei pochi poggiava sul silenzio forzato dei molti. Nel 1982 condannò pubblicamente l’invasione israeliana del Libano.
Per Levi la memoria della Shoah non era una tessera di appartenenza né un patrimonio da amministrare.
Era un avvertimento universale contro la catena che parte dallo straniero nemico, e valeva per tutti, Israele compreso.
Dove si arriva, alla fine?
Se il criterio dell’antisemitismo diventa la fedeltà al governo di Israele, la conclusione è già scritta.
“Antisemiti” diventano i partigiani, cioè gli eredi di chi combatté il regime che compilava le liste. “Non antisemiti”, certificati, restano gli eredi di chi quelle liste le compilò: quelli con il busto del Duce in casa, la fiamma di Salò nel simbolo e Hitler ridotto a cacca d’uccello.
Ieri mattina, al Portico d’Ottavia, i primi sono stati cacciati. I secondi non hanno avuto bisogno di presentarsi.
* da Facebook
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L’Anpi contestata al quartiere ebraico di Roma. Perché la cosa non ci sorprende?
Qualche mese fa avevamo ritenuto del tutto inopportuno e politicamente sbagliato il documento comune sottoscritto dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) e dall’Ucei (Unione delle comunità ebraiche in Italia). La nostra stessa valutazione negativa era stata espressa da decine di circoli dell’Anpi in tutta Italia.
Avevamo scritto che è “un accordo di cui non si sentiva affatto la necessità né la pertinenza. Soprattutto alla luce dell’attacco sionista proprio contro i manifestanti dell’Anpi lo scorso 25 aprile a Roma (con due feriti) o all’aggressione degli ultras sionisti il 25 aprile 2024 a Porta San Paolo”.
Il giorno successivo alla firma di questo accordo, la Brigata Ebraica a Milano presentava una denuncia contro ignoti per le contestazioni subite alla manifestazione del 25 aprile milanese.
Ma quasi con preveggenza avevamo scritto che: “alla prima occasione invece della ‘pacificazione’ i gruppi sionisti sono passati subito all’offensiva, altro che impegno ad abbassare i toni e al confronto diretto anche sulle questioni su cui divergono. Con questo clima, che a questo punto non potrà che peggiorare, sarà decisamente difficile qualsiasi percorso congiunto in vista del 25 aprile 2027”.
Non abbiamo dovuto aspettare il 25 aprile per verificare come il tentativo dell’Anpi di riconciliare l’inconciliabile non avesse futuro.
Nei giorni scorsi, contraddicendo lo stesso documento comune Anpi-Ucei, il presidente della Comunità ebraica di Roma Victor Fadlun aveva annunciato pubblicamente di non volere la delegazione dell’Anpi alla cerimonia che ricorda il rastrellamento nazista del Ghetto di Roma nel 1943. E lo ha fatto con una dichiarazione che contraddice ogni spirito convergente in coerenza con l’accordo tra Anpi e Ucei.
Riferendosi all’Anpi Fadlun ha dichiarato che: “Chi non ha saputo difendere senza ambiguità il diritto degli ebrei e di tutti gli italiani a ricordare il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione, chi nelle piazze si è mostrato compiacente verso la violenza Pro-Pal, non può pretendere di presentarsi da noi il 16 come se tutto questo non significasse nulla“.
E ieri per le strade di Portico d’Ottavia la delegazione dell’Anpi è stata contestata da esponenti sionisti che in compenso hanno accolto a braccia aperte le dichiarazioni di un erede del fascismo come il deputato di FdI Federico Mollicone.
Possiamo dire che la cosa non ci ha affatto sorpreso? Abbiamo imparato che concedere terreno all’avversario è sempre un errore. Le misure con i sionisti ormai sono state prese da tempo, è ora che anche l’Anpi ci faccia seriamente i conti.
Forum Palestina
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