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Roma. Solo un “rimprovero” per lo sparatore sionista. Una sentenza scandalosa

I nostri lettori sanno che non auguriamo il carcere a nessuno. O quasi. Però – c’è sempre un però, ed è grosso come una casa in questo caso – ci sembra veramente scandaloso il trattamento che la magistratura romana (erede del “porto delle nebbie” di democristiana memoria) ha riservato a tale Eithan Bondì, il giovane sionista che ha sparato e ferito, fortunatamente con un pistola softair (una spara-piombini), due manifestanti antifascisti che si stavano allontanando dal corteo dell’Anpi, lo scorso 25 aprile a Roma.

Il gup del Tribunale di Roma ha infatti condannato il 22enne Eitan Bondì a 4 mesi con pena sospesa. Per uno schiaffo di solito si procede un po’ più duramente…

Questo “regalo giudiziario” chissà perché non ci sorprende affatto. La breve storia di questo procedimento è esemplare di quanto poco lo Stato italiano consideri pericolosa la violenza sionista, comunque espressa. Il giovane, inizialmente accusato di tentato omicidio e di tentate lesioni personali aggravate dal danneggiamento di un organo e dalla premeditazione, è stato infine giudicato colpevole per il reato di percosse.

Dal tentato omicidio al buffetto il passo non è breve, ma è stato fatto. Il “tentato omicidio”, peraltro, anche se probabilmente eccessivo per il tipo di arma usata, era comunque una conclusione più logica delle “percosse”. Una pistola non serve per questo, specie se si è effettivamente sparato mirando alla testa. Un piombino, anche se non mortale, può ledere gli occhi in modo grave.

Per di più Bondì è stato anche assolto dal reato di porto abusivo di armi in luogo pubblico, sicché se ne potrebbe concludere che qualunque cittadino – da domattina – potrà fare tranquillamente la stessa cosa (naturalmente ve lo sconsigliamo, se non fate parte di qualche gruppo sionista o fascista).

Ma non è finita qui. Quando la polizia si presentò a casa sua per arrestarlo – lo scooter su cui viaggiava era stato ripreso dalle telecamere, targa compresa – scoprirono un vero e proprio arsenale di armi da guerra.

“Una pistola Glock 9×19, una semi-automatica Para Ordnance calibro 48, una rivoltella Taurus calibro 38 e ancora un fucile a pompa Hatsa calibro 12 e uno monocolpo (da cecchino), un Chiappa calibro 22lr, una carabina Smith& Wesson 223 e una scacciacani. Ma c’è dell’altro: in casa c’erano zaini, kit medici e due coltelli a serramanico con lame da 12 e 19 centimetri”.

A corroborare la sua preparazione al combattimento – anche se non si è ancora saputo se avesse o no prestato servizio militare nell’esercito israeliano, come circa un migliaio di sionisti italiani con doppia cittadinanza – “La parete della sua camera da letto presentava due disegni di coltelli, una stampa di un fucile AK-47 (“Kalashnikov”) e attestati di formazione anche di corsi di difesa personale”.

Nulla si sa di quanto venga calcolato quell’arsenale – in assenza di un porto d’armi, che comunque non sarebbe bastato a “coprire” legalmente quel po’ po’ di dotazione – nella considerazione sulla “pericolosità” di questo soggetto.

Chiediamo ai lettori di fare un piccolo esperimento mentale e immaginare cosa sarebbe accaduto se un qualsiasi manifestante “pro-pal” – come amano dire i servi italici dei genocidi – avesse fatto altrettanto o detenuto in casa solo la metà dell’armamento ritrovato a Bondì. Non è una esagerazione pensare che ora starebbe facendo compagnia ad Alfredo Cospito ed altri in qualche fogna di carcere speciale.

Bondì è invece libero, perdonato, “pena sospesa” (senza alcun effetto o restrizione, al contrario dei manifestanti fermati e diffidati dal manifestare di nuovo). L’impunità agli squadristi sionisti a Roma è stata assicurata ancora una volta, così come avviene per i coloni israeliani in Cisgiordania.

Questo è il paese reale in cui viviamo. Questa è la “legalità” che il governo Meloni – al pari quelli Draghi, Conte I e II, ecc – difende realmente. L’impunità per gli “amici scapestrati”, la galera per chi si oppone, magari facendo solo resistenza passiva in mezzo ad una strada.

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3 Commenti


  • Paolo DP

    e’ solo una confwrma:: il tentato omicidio di chef rubio neanche uno straccio di indagine


  • Angelo

    e’ giovane non gli auguro il carcere ma questo dovrebbe valere per tutti , invece la giustizia è piena di ingiustizie. Sono curioso di vedere a quanto verranno condannati gli studenti e i giovani arrestati in queste ultime settimane, veramente gia lo immagino.


  • Dino

    Ahmad Salem – giovane palestinese di 24 anni – nell’aprile scorso è stato condannato dal Tribunale di Campobasso a quattro anni di detenzione perché nel suo telefonino la DIGOS aveva trovato il video di un’azione della resistenza palestinese a Gaza, che era già stato ampiamente diffuso dai canali online e social di diversi organi di informazione mainstream, oltre a un video in cui lo stesso Ahmad esprimeva la sua indignazione e la sua frustrazione per il comportamento passivo e complice di vari regimi arabi nei confronti dello stato sionista.
    Attualmente Ahmad è detenuto nel carcere di Rossano Calabro in attesa del processo di appello.
    Quattro anni di prigione per aver espresso delle opinioni; quattro mesi con pena sospesa per aver ferito delle persone con un’arma da sparo!

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