Menu

Una generazione in campo, contro il “pilota automatico”

E’ difficile sottovalutare la portata dell’ingresso in campo degli studenti italiani avvenuto ieri in modo così clamoroso da costringere persino alcuni telegiornali Rai a metterlo come prima notizia. Mentana e La7, i presunti “progressisti” dell’”informazione indipendente”, sono invece riusciti nell’impresa di far peggio della Rai.

In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei sperano sono ormai con evidenza un corpo estraneo rispetto alla massa. Così estraneo che persino dei tranquilli sindaci con fascia tricolore, in Francia, sono riusciti nell’impresa di individuarli in strada come poliziotti en travestì.

Altra cosa è ovviamente la reazione alle cariche deliberate della polizia, come quella di ieri a Torino, che ha spinto subito docenti e genitori a formare – sull’esempio francese – un cordone protettivo degli studenti.

Un tipico “scontro”, secondo i media

Il gioco del potere è insomma antico e chiaro. Se non ci sono episodi qualificabili come “scontri” (in realtà pestaggi polizieschi), non c’è stata manifestazione. Ma se ci sono stati “scontri” la manifestazione e le sue ragioni scompaiono. Il risultato è identico: chi protesta non conta nulla.

Poi la Storia si diverte a cambiare il gioco. E lo fa agendo sui numeri. Perché la quantità della gente in piazza fa anche la qualità (l’importanza politica e sociale) della protesta. Come dialettica comanda…

Quattrocentomila studenti in strada non si vedevano da un anno, e da decenni prima dello scorso ottobre, quando era stata Gaza la molla. Ora le ragioni sono di più ed egualmente forti, perché riguardano la vita, il presente ed il futuro di intere generazioni.

Ed avviene in tutta Europa. Nella Spagna dove lo sfratto di un’anziana riassume in sé tutte le storture del capitalismo attuale (è avvenuto lo stesso a Firenze, pochi giorni fa). Nella Francia che, come spesso è accaduto, sa esprimere in modo radicale la necessità di un cambiamento generale. Nella Germania che vola verso un riarmo di proporzioni ciclopiche con i tempi giusti per consegnare una rinnovata macchina da guerra al partito erede del nazismo storico, l’Afd. E ancora in Gran Bretagna, in Albania, a macchia di leopardo un po’ ovunque.

Il capitalismo europeo si è giocato almeno una generazione senza neanche – per il momento – essere sceso direttamente in una guerra. Il sostegno all’Ucraina risucchia per il momento solo soldi, armi e qualche “consigliere militare”.

Non è avvenuto da un giorno all’altro, ma nell’arco di trenta anni all’insegna dell’”austerità” di bilancio. Anni in cui sono stati falciati i salari (in Italia molto più che altrove), tagliate le risorse a scuola, università, sanità e pensioni, che peraltro sono diventate spesso la principale fonte di sostegno alle famiglie di lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese. Figli studenti compresi, ovviamente.

Anni in cui la precarietà lavorativa, e dunque esistenziale, è stata imposta come la “nuova normalità” anche a prescindere dalla qualità delle mansioni lavorative. Così che ai giovani con “competenze elevate” – ma anche agli altri – l’emigrazione appare come l’unica possibilità di sopravvivere. Per pochi più fortunati anche di “realizzarsi”, trovando un’occupazione corrispondente alle aspettative della formazione.

E questo riguarda la parte “privilegiata” di queste generazioni. L’altra, milioni di ragazzi, almeno due in Italia, è ridotta ormai a un acronimo – neet: senza reddito, senza occupazione, senza formazione – che viene poi “scoperta” quando si presenta come “gang giovanili”, “aggressioni per noia”, tossicodipendenze e micro-spaccio. Devianza, scarti umani…

Il calo demografico inarrestabile – siamo ormai ad un terzo delle nascite annuali rispetto agli anni del boom – chiude il cerchio.

Che società è quella che “produce” pochi giovani e quei pochi li condanna ad un’esistenza precaria, svalutata, dipendente? Che società è quella che cerca soluzioni alla sua crisi addirittura in una guerra che renderebbe queste generazioni una patina sottile spalmata sul nulla? In definitiva: dove pensa di andare, con queste premesse?

I giovani in piazza in tutta Europa dicono con parole semplici sia cose semplici – “vogliamo una scuola che non ci cada sulla testa, dove sia possibile studiare davvero, con un numero di insegnanti sufficienti, dove non veniamo divisi per colore della pelle o appartenenza etnico-linguistica”, ecc – sia cose enormi (“no al riarmo, no alla guerra, no al genocidio in Palestina, no al razzismo e al suprematismo, non ci sono ‘popoli eletti’”).

Lo dicono con fantasia ricchissima, come avviene quando diventa necessario trovare nuove parole, immagini, rituali, anche per dire cose risapute e in fondo eterne (la pace, la giustizia sociale, l’eguaglianza non solo formale, ecc).

Sarebbe facile concludere dicendo “è un nuovo ‘68”. E sarebbe da scemi.

Non lo è. E’ qualcosa di più grande, urgente, tragico.

Il ‘68 arrivò sull’onda del boom economico dovuto alla ricostruzione dell’Europa (e degli Stati Uniti) dopo la Seconda guerra mondiale. “Chiedeva l’impossibile” mettendo i piedi nel piatto di un sistema che produceva una ricchezza enorme, la concentrava in poche mani (ma più numerose di oggi), conduceva guerre contro popoli appena in grado di resistere (il Vietnam su tutti). Socialismo e comunismo apparivano allora risposte realizzabili in tempi anche rapidi, in “un mondo diviso in due” in cui l’altra metà del cielo viveva secondo altri criteri e partendo da condizioni sicuramente molto peggiori di quelle occidentali.

Il ‘68 fu affrontato col bastone e la carota. Repressione durissima, ma anche “riforme”. Quelle a costo zero dei diritti civili (divorzio, aborto, libertà sessuale peraltro già conquistata nelle pratiche spontanee di massa, ecc), e quelle “costose” dei diritti sociali (aumenti salariali, diritti sindacali, edilizia popolare ad affitti calmieratissimi, sanità pubblici, acqua-luce-gas in mano pubblica e dunque a prezzo controllato, ecc).

Conquiste pagate care e corruzione individuale dei gruppi dirigenti, un classico evergreen.

Oggi la situazione è opposta.

La crisi economica dell’Occidente neoliberista si trascina da molti anni, decenni ormai. Le guerre esplodono da tutte le parti e non vedono più “l’America” trionfante. Il mondo extra-occidentale è cresciuto, ha acquisito forza economica, dunque anche politica e militare proprio in corrispondenza della contrazione avvenuta dalle nostre parti, dove il “non dare fastidio alle imprese” – un pilastro della politica governativa da 40 anni – ha prodotto la fuga delle multinazionali verso i paesi a salario inferiore, e l’”attirare i capitali” ha messo le città storiche in mano alla più sfrenata speculazione immobiliare, espellendo la popolazione autoctona e le sue culture secolari.

Oggi, insomma, la carota non c’è. Resta solo il bastone.

Ma con quello non si governa verso il futuro. Ci si blinda, certo. Si può far male, sicuro. Ma non si crea nulla. Puoi fare uno o più genocidi, puoi gingillarti con la “remigrazione” (negli Usa si contano ormai a milioni gli immigrati buttati fuori). Ma è come togliere dei posti a tavola perché c’è meno cibo. Ce ne sarà ancora meno, più avanti…

La logica del bastone non ha logica razionale. Finisce per essere applicata, alla fine, anche a se stessi. Se il tuo unico strumento è un martello, tutto comincerà a somigliare ad un chiodo. Anche i tuoi piedi.

Questa generazione entra in gioco perché non può far altro, se vuole sopravvivere a questa tempesta storica. Lasciare il potere di decidere in mano chi pensava di aver inventato un “pilota automatico”, e scopre solo adesso trattarsi di un “pilota col paraocchi” che non sa fare le curve, sarebbe un suicidio collettivo.

Ma bisogna anche sapere che quel potere non mollerà di propria iniziativa. E sono capaci di qualsiasi infamia.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *