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Gli scontri di sabato a Milano, Bologna e altre città

Le cronache ci restituiscono le immagini di migliaia di giovani scesi in piazza contemporaneamente a Milano, Bologna, Torino e che si sono scontrati con la polizia nelle strade dei centri storici.

In altri tempi si sarebbe parlato di una “eccedenza sociale”, un fattore che però nessuno aveva visto arrivare, o almeno non secondo i parametri classici della politica o delle dinamiche di movimento.

Cercando di capire meglio, soprattutto con le corrispondenze dalle varie città che vadano oltre la cronaca, si vede un punto di partenza della dinamica vista in piazza che è una sorta di manifesto politico circolato sui social l’11 ottobre (vedi sotto) e che così riassumeva le parole d’ordine della convocazione “Italia in piazza” nelle varie città per sabato 17 ottobre.

“Italia in piazza è una manifestazione apartitica con lo scopo di mettere il focus sulle problematiche che affrontiamo ogni giorno”. Il manifesto precisa che: “Non importa che siamo, in cosa ci identifichiamo, quale sia il nostro orientamento sessuale o quale divinità preghiamo”.

Gli obiettivi vengono così sintetizzati: “Lavoro sicuro, futuro sicuro, basta morti sul lavoro e giovani in fuga” e poi “Basta stipendi da fame incapaci di coprire il costante aumento del costo della vita”.

Il giorno prima, 10 ottobre, sui social era comparso un post con una sorta di conto alla rovescia sulla mobilitazione. “ormai ci siamo, il conto alla rovescia è agli sgoccioli…. Facciamo sentire la nostra voce, Questo progetto è nostro tanto quanto vostro: dimostriamo a tutti di cosa siamo capaci quando facciamo squadra! Forza ragazzi, carica a mille!”

Le convocazioni delle piazze di sabato sono avvenute soprattutto attraverso i social – Telegram e Tik Tok – cioè i canali della comunicazioni prevalenti nel mondo giovanile.

Si è arrivati così alla convocazione delle piazze di sabato. Piazze centrali, la cui composizione sociale ha visto in tutte le città soprattutto giovani e studenti (molti dei quali reduci dalle manifestazioni studentesche del giorno prima), ma soprattutto molti ragazzi delle “seconde generazioni” provenienti dalle periferie metropolitane.

Curiosamente nelle piazze si sono viste alcune bandiere italiane insieme a quelle palestinesi, qualcuna albanese.

Le seconde a testimoniare il riconoscersi con l’insorgenza di realtà internazionali che ormai viaggiano come simboli nell’immaginario collettivo, le prime sventolate spesso quasi “provocatoriamente” dai nuovi italiani – figli di immigrati – che si rivendicano come tali di fronte al razzismo alimentato dalla destra istituzionale o da formazioni ancora peggio, come quella di Vannacci.

I video mostrano alcuni giovani di seconda generazione gridare con convinzione “Viva l’Italia” mentre una bandiera tricolore viene aperta di fronte ad un blindato della polizia.

Anche molti slogan come “siamo tutti antifascisti” o “tout le monde deteste la police” , “Salvini Meloni fuori dai coglioni“, sono apertamente mutuati dalle manifestazioni di questi mesi, segno che hanno determinato un orizzonte politico anche al di là dei partecipanti.

Gli scontri di piazza non hanno visto alcuna “testa” o organizzazione, i cortei si spostavano senza un ordine preciso e hanno affrontato la polizia in modo deciso ma del tutto scoordinato. La maggioranza dei fermati a Milano risultano essere minorenni.

Non sono mancati, a Milano soprattutto, assalti alla “merce” nei negozi che vendono marchi costosi. Una dinamica da “’77”, quando entrarono in campo – anche lì – i giovani delle periferie, che certe merci le vedono nelle pubblicità ma sono per loro inarrivabili “legalmente”.

Solo a Torino la convivenza in piazza tra spontaneità sociale, qualche tentativo di presenza di destra e diverse realtà di movimento, ad un certo punto è saltata di fronte all’indecisione sul da farsi nella piazza e l’iniziativa è così passata in mano a settori più vicini all’area dell’antagonismo politico. Del resto la stessa cosa era avvenuta a Torino all’epoca del cosiddetto “movimento dei Forconi” nel 2013.

E se Torino si conferma come la città delle insorgenze sociali anticipatrici, Milano si conferma come la metropoli dove le divaricazioni e le disuguaglianze sociali sono diventate sempre più pesanti fino a diventare dirompenti, che dopo un rumore sottotraccia percepibile da tempo, hanno trovato un momento di rottura.

Il governo ha pensato che bastasse vendere periodicamente un po’ di fuffa per disinnescare la rabbia, ma soprattutto ha agito sul piano del controllo autoritario (con i “decreti sicurezza”) e della frammentazione, alimentando il razzismo, sia a livello istituzionale che a livello sociale. Ma non sembra proprio che abbia funzionato.

E’ indubbio che quanto abbiamo visto nelle piazze sabato pomeriggio meriterà  riflessioni più approfondite già dai prossimi giorni.

Una esplosione sociale con queste caratteristiche è indicativa di molte contraddizioni sociali che ormai interagiscono  tra loro. Sorgono forme e auto-organizzazioni che provano a accendere in altri modi il conflitto sociale e politico nel paese, a volte – ma non sempre, nella Storia – adeguate a costruire una prospettiva convergente con altri settori popolari.

Per quanto possano essere suggestivi i “riots”, in particolare a livello giovanile o delle periferie metropolitane, è evidente che a questi momenti di rottura occorra una visione, coordinamento e organizzazione.

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1 Commento


  • Gianfranco

    articolo molto ben fatto, complimenti

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