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Milano bis, l’ora dei neet

Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi

La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.

Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram…

Nonostante questo “sforzo intellettuale”, com’era intuibile, frotte di ragazzi, spesso minorenni, sono sciamati per ogni dove, fin quando la polizia non ha cominciato a caricare “gruppi dall’atteggiamento sospetto” (praticamente la libertà di caricare chiunque non ti piaccia) e l’avvio di scontri. Totalmente casuali e disorganizzati, accompagnati da qualche saccheggio di negozi “chic”.

Dopo piazza Duomo, il Castello Sforzesco, largo Cairoli e altri luoghi altrettanto “turistici”, ancora a sera c’erano scontri qui e là, con la polizia all’inseguimento di fantasmi.

“Criminali” li ha battezzati la destra al governo. Ma decisamente gentiluomini, visto che per esempio hanno avvicinato un senzatetto e gli hanno regalato diversi vestiti presi dai negozi. Qualcuno li ha anche sentiti dire: “arriva l’inverno, fa freddo, ti devi coprire”.

Mai che un governo, qui, faccia altrettanto. Anzi, proprio ieri a Trieste, il “leghista dissidente” Fedriga ha vietato alle associazioni cattoliche locali di continuare a dare da mangiare agli immigrati bloccati in attesa di una risposta amministrativa (permesso di soggiorno, ecc).

E veniamo perciò a qualche considerazione politica. Gli oltre 200 ragazzi fermati a Milano – un “campione rappresentativo” di chi è sceso in strada – sono soprattutto minorenni. Difficile costruire su di loro un “format” socio-politico che possa aiutare a dare la colpa a soggetti già noti. Ci provano lo stesso, e abbiamo sentito persino Rosi Bindi straparlare di “guerra ibrida” putiniana, Paolo Mieli criticare il governo per la “mano morbida” della polizia e altre stronzate che non meritano risposta.

Ma resta il fatto: sono ragazzini dei quartieri di periferia, alcuni addirittura sotto i 14 anni. Molti sono italiani “di seconda generazione”, come si dice per indicare i figli immigrati. E magari sono anche sovra-rappresentati, tra i fermati, “grazie” al criterio razzista con cui la polizia ha esplicitamente operato fin dal mattino.

Giovanissimi, qualcuno va a scuola, qualcuno no. Nei quartiere non è una differenza soggettivamente fondamentale… si vive assieme, tra un muretto, un locale, un cercare di dare un senso alla vita senza una lira.

Diventa importante solo quando cominciano le mobilitazioni politiche, dove chi va a scuola bene o male può trovare delle soggettività organizzate con un minimo di obiettivo politico. Mentre chi resta fuori – i neet, si dice ancora – non ha neanche quel traino attivistico che contribuisce a dare senso allo stare al mondo.

Ecco, una parte consistente di quel mondo neet è ora entrata in campo. Con i suoi modi – ruvidi, certo, che cazzo vi aspettate? – i suoi desideri minimalisti (la merce che non si possono permettere), la rabbia degli esclusi da tutto e rappresentati da nessuno.

Sono circa un milione e mezzo di ragazzi, in Italia, che vive in questa condizione neet – senza un lavoro, senza andare a scuola, senza star dentro un percorso di formazione qualsiasi – e nessuno li ha fin qui organizzati, rappresentati, messi assieme, “acculturati” politicamente. E magari non gli interessa neanche esserlo.

Ragazzi cresciuto però vedendo poliziotti condividere con gli spacciatori soldi e “roba” o esigere da loro “il pizzo”, magari uccidendone uno ogni tanto (Rogoredo è finita sui giornali, altri casi no). Oppure vedendo macchine dei carabinieri inseguire un paio di amici in scooter fino a schiacciarli contro un palo e tentare di nascondere le prove (Ramy Elgaml, del Corvetto).

Ragazzi che assistono da tre anni a un genocidio in diretta televisiva senza che nessuno abbia granché da obiettare, a parte quel milione sceso in piazza un anno fa e i tanti che hanno animato le manifestazioni per la Palestina. Ragazzi che la violenza – fisica, economica, poliziesca – la vivono sulla propria pelle ad ogni ora del giorno.

Questi ragazzi dovrebbero presentarsi in centro città chiedendo permesso, scusandosi di non esser vestiti abbastanza bene e di non avere i soldi per un apericena?

E’ chiaro che ci si trova davanti ad un fallimento sociale abnorme. Che la classe politica – tutta, Sala e Piantedosi in prima fila – crede di poter risolvere agitando il bastone, lo spauracchio di pene sempre più alte per reati sempre nuovi, sempre più poliziotti in un paese che ha il record di divise per abitanti.

Ma un fallimento sociale resta, anche se ne metterete in galera migliaia. La “deterrenza” giudiziaria non funziona con chi non ha granché da perdere, visto che sta già perdendo la vita. E’ un fallimento geneticamente programmato nelle politiche di austerità, nei tagli a qualsiasi servizio sociale, nell’imporre l’arte di arrangiarsi individuale per assenza di tutto.

E’ un soggetto fuori dai faldoni della polizia, tranne in parte che per quella “di prossimità”, magari. Perché non è un soggetto, ma tanti soggetti quanti sono quei ragazzi. Non ci sono “capi”, al massimo qualche “influencer” che emerge per qualche giorno. Non ci sono obbiettivi, né ovviamente un programma politico che non sia l’elenco dei bisogni primari (un salario per vivere, qualche servizio sociale, un posto nel mondo).

Reprimerli sarà faticoso come schiacciare le formiche una ad una. O magari suicida, mettendo in giro una spaventosa quantità di droga letale, come ai tempi dell’operazione Blue Moon. Che però finirebbe ovunque, anche nelle case della classe politica (se si facesse l’esame antidroga in Parlamento, si dice, non resterebbero a piede libero molti “onorevoli”).

La loro entrata in campo costringe anche chi organizza il conflitto sociale e politico a interrogarsi. Scrivevamo qualche giorno fa che questo potere si è giocato quella parte di generazione che a scuola ci va. E quella parte costituisce il soggetto organizzabile, secondo una visione classica della politica.

Quest’altra parte della stessa generazione è “libera”, nel senso disperante della solitudine capitalistica. Il suo muoversi è allo stesso tempo una potenziale risorsa e un possibile problema, per le forme “eccedenti e incontrollate” che assume.

Il 30 ottobre è vicino. Vediamo come e quanto la “convergenza” delle lotte comincia a farsi strada – con i lavoratori, gli studenti, i senza casa, ecc – e quanto o come si dovrà fare per realizzarla andando avanti.

Il potere non ci ha capito un tubo, non ha soluzioni da offrire né neuroni capaci di captare l’enormità della valanga che si sta mettendo in moto in tutto l’Occidente neoliberista.

Sta tutti noi fare meglio…

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