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Finito il bluff M1710. Era uno solo…

E’ stato fermato Youssef Siher, 30 anni, italiano di seconda generazione di origini marocchine, residente in provincia di Brescia, laureato, collaboratore presso l’Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi, giornalista free lance che aveva svolto uno stage seguito da un periodo di collaborazione con il Fatto quotidiano, peraltro interrotto da un anno e mezzo.

L’account Instagram del sedicente M1710, che aveva fissato “nuovi appuntamenti” in ben otto città italiane per le 14,30 di oggi, non è stato più aggiornato. Dunque sembra probabile che l’autore sia stato “diversamente impegnato” e impossibilitato a rispettare la scadenza. L’autore. Singolare. Neanche un “piccolo gruppo”, proprio un individuo e basta. 

Una singola pagina che, nonostante questa “pochezza” di partenza aveva raccolto 43.000 follower in pochi giorni, ma solo grazie alla “spinta” dei giornali che l’avevano eletta a “voce autentica della GenZ”.

I media lo descrivono anche come “un attivista dei movimenti pro-pal” perché, nella marea di persone scese in piazza lo scorso anno, un giorno aveva dichiarato a La Presse di essere favorevole all’interruzione dei rapporti con Israele. Al pari di altri milioni di cittadini del nostro paese.

Gli attivisti veri ne ricordano alcuni post sempre mirati a denigrare questa o quella organizzazione o associazione che teneva in piedi quel movimento reale e le mobilitazioni successive, giocando la parte – poi in qualche modo ripresa nel “documento” del M1710 – del “nessuno ci può rappresentare”.

Come se l’assenza di strutture dotate di continuità nel tempo e nello spazio fosse un “bene”, anziché un handicap, per chi ha bisogno di mobilitarsi ed opporsi.

Ma ci sembra inutile condurre una critica “ideologica” di una posizione che riusciva a mettere insieme una presunta “volontà di agire dal basso” con un monarchico dispensare “indicazioni di battaglia” dal presunto rifugio sicuro dell’anonimato online. Ma non viviamo nel mondo di “V per vendetta”…

Come se non fosse di pubblico dominio che “in rete” nessuno può restare davvero sconosciuto a chi la rete l’ha costruita, strutturata, elaborato i protocolli di comunicazione (il Dipartimento della Difesa Usa), e a chi gestisce le piattaforme social: in questo caso Instagram, parte della galassia Meta del sionista statunitense Mark Zuckerberg, partito con la sola Facebook.

Sostituendosi al “movimento reale che critica lo stato di cose presente” ha permesso al governo e a i suoi finti oppositori di gestire la blindatura del paese come se ci si trovasse davanti a una “sfida terribile”, da “guerra ibrida”, permettendo a qualsiasi quacquaraquà di strologare nei talk show come se si fosse alla viglia dell’Armageddon.

Avessero dovuto far decreti e sragionamenti “strategici” esibendo soltanto le “piazzate” dello scorso weekend – scenografiche, ma niente affatto “inedite” – avrebbero avuto qualche difficoltà in più.

La suggestione di “un’organizzazione occulta” dietro quella massa di ragazzini, invece, è stata usata per giustificare una “reazione durissima”, da “niente resterà impunito” (qualcuno spieghi a Salvini, che l’ha usato, che su quello slogan c’è un copyright piuttosto pesante).

Sul piano sociale, è difficile che questa “scoperta del bluff” non crei ulteriore diffidenza in una generazione appena uscita allo scoperto e immediatamente assalita come “il demonio”.

Organizzarsi è un lavoro complicato, che sembra facile nei momenti di “piena”, quando tutto scorre sotto la spinta di un vento inarrestabile, quasi impossibile quando i venti soffiano contro. Ma non esistono scorciatoie miracolose, “messaggi aerei” che diventano decisioni e bypassano i passaparola nonché tutti gli strumenti usati dai movimenti, vecchi o nuovo che siano.

Non esistono movimenti di individui ognun per sé.

Ci vediamo il 30 allo sciopero generale. Tra esseri umani in carne e ossa, che sanno perché si muovono e come farlo, con chi farlo e chi tenere a distanza.

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