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Bologna è rossa sì, ma anche di vergogna

Torniamo su cosa è successo realmente sabato 24 ottobre perché, nonostante la sovrabbondanza di materiale video e le testimonianze dei singoli partecipanti alla quarta manifestazione di massa nel giro di due settimane, le ricostruzione fatta dai media mainstream, copi-incollando le veline della questura, è assolutamente fuorviante.

Innanzitutto, partiamo dal fatto che si è rafforzata la pratica della “profilazione razziale” da parte delle forze dell’ordine, a cominciare da quelli che sono i punti di approdo in città, che aveva già subito un’accelerazione con la creazione –  anni fa – delle “Zone Rosse”.

Bologna e Firenze fecero da un’apripista di una gestione dell’ordine pubblico  fatta  propria poi dall’esecutivo, spianandogli la strada grazie al cosiddetto “Patto Lepore-Piantedosi” ed ad un atteggiamento “interventista” del “questurino Piantedosi” – come ama autodefinirsi – nelle vicende politiche cittadine.

Il secondo punto riguarda un dato che non viene segnalato abbastanza: Piazza Maggiore è divenuta stabilmente il centro della vita politica dall’autunno del “Blocchiamo Tutto” – ai tempi ribattezzata “Piazza Gaza” -, nonostante il secondo tentativo di accerchiarla (dopo il 7 ottobre dell’anno scorso).

Piazza Maggiore, “il crescentone” e l’adiacente piazza Nettuno rimangono il cuore pulsante della città alla faccia della vetrina per il turismo mordi-e-fuggi o degli eventi programmati (con un calendario che di fatto ne monopolizza l’utilizzo), sperimentando tra l’altro – come era successo per il concerto dei CCCP di alcuni anni fa – l’accesso a pagamento come a Venezia.

Lo spazio urbano è un terreno di battaglia, si sa, ed in una città dove il tentativo di svuotare le piazze  – cominciato già con l’amministrazione Cofferati – è in parte fallito perché tornato essere “Agorà”, centro della vita democratica bolognese e non solo vetrina del marketing culturale che tanto piace all’attuale amministrazione ed all’ex “sardina” Mattia Sartori.

La tecnica della chiamata delle piazze di concentramento all’ultimo minuto via Telegram è stata superata nei fatti dal concentramento naturale di gruppi e persone.

L’aver sostanzialmente impedito, per circa un’ora, che un presidio statico si trasformasse in corteo accerchiandola in maniera “muscolare”, blindando via Indipendenza, non ha fatto scemare la volontà di dar vita un corteo poi riversatosi su via Ugo Bassi senza che ci fosse una testa definita, ma solo alcuni manifestanti senza striscioni o bandiere alla testa, alcuni nemmeno adolescenti.

“Gavroche”, per riprendere la battuta di un compagno.

Naturalmente erano presenti  organizzazioni politiche e ambiti di movimento, visibili e assolutamente trasversali, ma la direzione di marcia risultava abbastanza obbligata.

E proprio all’incrocio tra via Ugo Bassi e Marconi un nutritissimo spiegamento di forze dell’ordine, con i relativi mezzi in direzione piazza Malpighi, ha di fatto ulteriormente indicato – scartando il trafficato budello di via San Felice – l’unico tragitto percorribile fino a Piazza dei Martiri. Qui è avvenuta la prima carica a freddo da parte di polizia e carabinieri, che ha in parte fatto retrocedere il corteo  spezzandolo sulle laterali di via del Porto.

Se non si voleva far andare i manifestanti in quella direzione si poteva tranquillamente lasciarli sfilare in Piazza Malpighi, ma probabilmente l’intenzione della questura era tutt’altra.

L’attacco che sarebbe avvenuto “in modo organizzato e sincrono” in Piazza dei Martiri, riportato dalla nota della Questura citata dai quotidiani, è una vera e propria invenzione per giustificare a posteriori ciò che è successo, creando un casus belli inesistente.

Se, com’è stato erroneamente riportato, l’obiettivo delle forze dell’ordine fosse stato quello di non far arrivare la manifestazioni nei pressi della Stazione – mancavano comunque ancora diverse centinaia di metri – sarebbe bastato far defluire le persone verso i viali attraverso il passaggio su via Don Minzoni o via dei Mille, e poi Irnerio, e sbarrare l’accesso su via Amendola.

Ma, come nel caso del mancato indirizzamento in Piazza Malpighi, l’intenzione era un’altra.

L’intenzione infatti era di fare quello che in Francia è chiamata la Nasse, cioè chiudere i manifestanti senza possibilità di muoversi in un tratto senza sbocchi, com’è apparso chiaro quando la coda si è trovata pressata dalla polizia, che ha poi caricato poco dopo piazza dei Martiri del lavoro.

Qui si sino visti gli effetti di  un’altra decisione che dà il senso del voler far diventare quel breve tratto di strada una sorta di tonnara, cioè la carica della Guardia di Finanza – o meglio il tentativo – con una camionetta che si è spinta in un vicolo cieco, dentro una piazzetta poco capiente che degrada in una stretta scalinata.

Nonostante questo, i manifestanti sono rimasti in strada, e sono continuate cariche, uso di idranti e lacrimogeni, ed i rudimentali tentativi di impedire – con con il poco che si trovava in strada – che le forze dell’ordine avessero mano libera per continuare a massacrare i manifestanti. Molti dei quali con le mani alzate.

Al momento della prima carica a freddo c’erano diverse migliaia di persone. La questure ne ammette 3 mila, ma sappiamo quali siano i criteri di “riduzione” in uso nei comunicati  della polizia.

Le riprese dall’alto fatte da un’abitazione hanno fatto il giro del web, mostrando abbastanza bene lo svolgersi degli avvenimenti fino al calare della sera, con cariche al solo fine di disperdere violentemente le persone e poi “punirle” sotto i portici.

Ben 3 ore dopo circa, come frutto di questa gestione folle dell’ordine pubblico, si è verificato un episodio  che avrebbe potuto tramutarsi in tragedia, con un manifestante a terra in seguito all’intervento di più agenti che rimaneva esanime a terra. I “medici di strada” volontari  gli hanno dato i primi soccorsi prima di essere caricato in ambulanza, ma per fortuna non versa in condizioni critiche.

Dulcis in fundo, l’idrante della polizia ha preso ad attaccare anche l’ambulanza che portava via il ferito. Un atto che sembra anche un pericoloso messaggio nei confronti di chi soccorre le vittime delle violenze poliziesche. Un “israelizzazione” della polizia, insomma…

I danneggiamenti successivi su cui si concentrano i media sono ben poca cosa se paragonati a questo continuo tentativo di nuocere alle persone dopo avergli impedito di manifestare.

19 i manifestanti che le ambulanze hanno portato in tre ospedali, mentre 5 sono stati soccorsi sul posto, mentre un numero imprecisato  ha preferito non farsi né ricoverare, né farsi assistere. Di contro 24 agenti si sono fatti refertare dai medici di reparto, per guadagnarsi qualche giorno di ferie.

A fine giornata 700 persone sono state identificate nel setaccio applicato già dalle prime ore del pomeriggio. 30 quelle portate in Questura, 3 persone arrestate – probabilmente processate per direttissima – e 8 denunciate.

La questura ha comunicato di avere già adottato 4 fogli di via obbligatori e due provvedimenti “Dacur”, ovvero i Daspo urbani, in continuità con quanto attuato il sabato precedente.

Sono in corso ulteriori indagini che potrebbero portare a provvedimenti sul piano penale, come su quello della cosiddetta prevenzione “securitaria”.

Sul piano politico, si è assistito al solito atteggiamento ponzio-pilatesco dell’attuale amministrazione, che non sembra affatto preoccupata dell’evidente torsione autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico né delle conseguenze sull’incolumità fisica per i giovani e giovanissimi manifestanti. Che stavolta, nella  stragrande maggioranza, non erano neanche  inquadrabili negli stereotipi razzializzanti ormai divenuti “normali”, Mentre  la destra attacca la giunta piddina per le presunte “connivenze” con alcune aree ex di “movimento”,  con alcuni che invocano persino l’uso dell’esercito come a Milano.

Sullo sfondo di qualche vetrina rotta e dei vetri di un bus TPER finito in mezzo alle cariche, ci stanno le ragioni legittime e profonde di una generazione che non si è fatta intimidire dalla campagna di terrorismo psicologico e di accerchiamento poliziesco. Una generazione  che sta mettendo a repentaglio la propria sicurezza fisica pur di dar voce alle proprie sacrosante ragioni, oltre a ristabilire con la prassi la legittimità di manifestare per tutti e tutte.

Non avendo risposte da dare, il potere cerca di avvelenare il clima politico, oscurando le ragioni di un multiforme movimento contro la guerra ed il carovita, che avrà, con lo sciopero generale e la manifestazione cittadina del 30 ottobre, una tappa fondamentale.

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