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La resilienza adattiva e l’assorbimento della scuola neoliberale/3

Se la narrazione neoliberale non riesce più a convincere perché dopo decenni ha creato un baratro tra le sue promesse e le condizioni materiali di milioni di persone, la dimensione ideologica diventa decisiva perché è necessaria un’altra narrazione per oscurare gli interessi di classe che il neoliberismo continua ad implementare.

Da questo punto di vista la scuola può essere assunta anche come un osservatorio privilegiato dei processi egemonici perché costituisce uno dei luoghi nei quali si formano le coscienze e in cui si costruisce istituzionalmente il consenso attorno a una determinata visione del mondo.

Nella scuola infatti è possibile registrare, in parte ancora in embrione, un nuovo paradigma che avanza anche al suo esterno come dispositivo di governo della società. Mi sto riferendo al concetto di resilienza, un dispositivo complesso e stratificato, che si interseca in profondità con i concetti di nazionalismo, di preparedness (che possiamo tradurre, oltre che con «prontezza», anche, e forse non a caso, con «preparazione») e, come vedremo, di cyber sicurezza.

In estrema sintesi, si potrebbe dire che la resilienza rappresenta uno degli strumenti attraverso cui il neoliberismo tenta di organizzare la propria sopravvivenza di fronte agli sconvolgimenti che esso stesso ha contribuito a produrre: non mette in discussione le dinamiche di accumulazione, ma mira a rendere gli individui e le società capaci di assorbirne gli effetti, trasformando la crisi da possibile momento di rottura in adattamento e intervenendo sulla capacità dei soggetti di riconoscere nelle condizioni date una ragione di conflitto. La resilienza diventa, in altri termini, una pedagogia dell’adattamento.

Se si assume la categoria della resilienza, la contraddizione in cui si dibatte la scuola contemporanea (implementazione dell’individualismo neoliberista/sviluppo dell’appartenenza a una collettività nazionale) sembra trovare una sua ricomposizione: ai giovani si continua a promettere che il merito individuale consentirà loro di conquistare una posizione sociale, ma si chiede anche di essere resilienti quando quella promessa non troverà le condizioni per realizzarsi. Si oscurano le cause che producono la frustrazione e si educa alla capacità di sopportarla. Ed è significativo che sia proprio la parola «frustrazione» a comparire nelle Linee guida per i licei, nella sezione relativa alla «competenza imprenditoriale».

Al punto 6 si afferma infatti che gli studenti devono essere messi nelle condizioni di «valutare realisticamente condizionamenti e fattori reali, che è necessario considerare in attività volte al miglioramento economico e sociale, e le capacità che queste richiedono, compresa la capacità di tollerare la frustrazione».

La formula è rivelatrice ed è quasi l’ammissione di una sconfitta: la scuola continua a produrre soggetti per un ordine sociale che non riesce più a presentarsi come desiderabile e così la nuova pedagogia neoliberale introduce esplicitamente l’educazione alla tolleranza della frustrazione.

La contraddizione non viene risolta, viene pedagogicamente amministrata perché la crisi della scuola neoliberale non prepara semplicemente al lavoro, prepara alla crisi del lavoro e produce soggetti adattabili a una crisi permanente.

La resilienza compare anche nella sezione dedicata alla «Competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare», dove al punto 5 si chiede di «gestire l’incertezza e lo stress mettendo in atto comportamenti di resilienza» portando la resilienza finanche nell’educazione della sfera emotiva e socio-affettiva. E nemmeno i più piccoli vengono sottratti a questa pedagogia: negli obiettivi generali al termine della scuola primaria, nella sezione «competenza imprenditoriale», si legge al punto 3: «Affrontare gli insuccessi con resilienza: imparare a reagire agli errori e agli insuccessi visti come opportunità di apprendimento, riprendendo rapidamente le attività e cercando di migliorare».

La resilienza non interviene soltanto quando la crisi si manifesta: viene incorporata preventivamente nella formazione delle soggettività. Non più soltanto le aiuole da pulire, dunque, o la raccolta differenziata da praticare come prova di cittadinanza responsabile: la responsabilità individuale è evocata ad ogni livello e può arrivare, come vedremo, fino alla sicurezza della nazione.

Ma che la categoria della resilienza sia centrale lo dimostrano anche molti documenti europei: la European Preparedness Union Strategy, presentata dalla Commissione europea il 26 marzo 2025, individua nelle scuole uno dei luoghi privilegiati per la preparazione della popolazione alla resilienza/preparedness: «La Commissione elaborerà orientamenti per la definizione di programmi di studio, a partire dall’educazione della prima infanzia, a sostegno dell’acquisizione delle competenze di base in materia di preparazione».

Nella stessa direzione va letta la Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 che, all’articolo 164, «invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza».

E ancora nel programma Erasmus+ esiste una sezione intitolata «Sinergie con le azioni relative alla difesa e alla sicurezza»; e basterà citare il titolo del rapporto Eurydice pubblicato dalla Commissione nel marzo 2026, Preparedness education in Europe.

Il concetto di resilienza insomma attraversa praticamente tutti i documenti europei che negli ultimi anni si occupano di scuola e che qui sarebbe troppo oneroso, in termini di spazio, analizzare.

Ma la categoria della resilienza all’interno della scuola è solo la declinazione di un paradigma più complesso volto a governare la crisi in senso più ampio: essa infatti non si limita ad apparire con ossessività nei documenti che riguardano la scuola, ma attraversa la sfera economica, quella politica e culturale, quella istituzionale e persino quella militare, come testimonia la produzione ormai sterminata di documenti elaborati dall’Unione europea, dalla NATO, dai vari organismi internazionali e dai governi nazionali.

Essa indica la capacità materiale di assorbire gli shock, di garantire la continuità delle infrastrutture, dell’economia, dell’approvvigionamento energetico e della sicurezza, ma allo stesso tempo punta a costruire una disposizione collettiva alla resistenza e alla mobilitazione.

Per questo essa è anche un dispositivo ideologico, perché modifica il modo stesso in cui la società viene invitata a percepire l’incertezza e il conflitto ed è per questo che tale progetto politico ha bisogno della scuola perché la scuola costituisce un luogo privilegiato che concorre materialmente alla costruzione di quel senso comune entro cui gli individui imparano a interpretare la propria posizione nel mondo.

L’individuo resiliente deve adattarsi tanto alle limitazioni alla propria emancipazione imposte dalla fase economica quanto alla crescente richiesta di appartenenza alla società; in entrambi i casi ciò che è prodotto da rapporti sociali e politici viene ricondotto alla responsabilità del singolo trasformando una contraddizione sociale in disposizione individuale.

La cosiddetta «resilienza adattiva» non supera la frattura tra individuo competitivo e collettivo nazionale, ma la ricompone sul terreno del tutto individuale del compito di adattamento perché il soggetto deve essere educato a considerare come propria responsabilità ciò che è prodotto da rapporti sociali che lo trascendono.

Ai cittadini non viene chiesto di obbedire, ma di interiorizzare l’obbligo trasformandolo in virtù personale in modo che l’obbedienza assuma la forma dell’autonomia e l’adattamento quello della competenza. È esattamente in questo senso che la scuola neoliberale viene assorbita dalla scuola della resilienza adattiva: la soggettività neoliberale non viene abolita, ma viene mobilitata incorporandola nella difesa nazionale.

Non si sta superando il neoliberismo, ma se ne sta costruendo una nuova declinazione; così come non c’è nessun segnale di mutamento dei meccanismi neoliberali di accumulazione, così la scuola neoliberale è implementata, ma affiancata da nuovi dispositivi che ne fanno mutare la funzione sociale.

E comprendere questo passaggio è politicamente decisivo: se la scuola neoliberale ha cambiato la funzione sociale che la Costituzione affidava alla scuola, sostituendo la formazione del cittadino con quella della formazione del capitale umano, oggi alle istituzioni scolastiche si affida la funzione di costruire il perfetto cittadino resiliente.

Siamo di fronte cioè a un tentativo egemonico complessivo: l’avversario di oggi non sta soltanto introducendo dispositivi, sta tentando di costruire una nuova narrazione capace di dare un significato alla crisi e di mantenere inalterati i rapporti sociali; è dunque per noi necessario comprendere il terreno dello scontro perché se si sbaglia terreno di battaglia, non ci sono possibilità di vittoria.

(segue)

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