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Dopo il 30 ottobre: che fare?

Uno sciopero generale con manifestazioni in più di 50 città, con circa un milione di persone in piazza che hanno bloccato i porti e le principali arterie, convocato da un’organizzazione sindacale ben diversa da CgilCislUil, è un fatto politico di portata enorme.

Ciò che è accaduto il 30 ottobre dovrebbe essere al centro del dibattito per i contenuti rivendicativi della mobilitazione e per le dinamiche che l’hanno prodotto, ma anche per il “cambio” dei paradigmi culturali che si è sviluppato da almeno un’anno a questa parte, in particolare tra le giovani generazioni, e che ora sta affiorando con forza.

Significativamente questo dato lo ha colto un giornale come Il Fatto ma non lo ha colto – ed era prevedibile – Il manifesto.

Governo e opposizioni dovrebbero chiedersi, il primo come sia possibile continuare a governare come se nulla fosse con una sfiducia popolare acclarata nelle piazze che hanno gridato a gran voce il celebre coro “Giorgia Meloni devi andartene, vattene, vattene”, le seconde dovrebbero interrogarsi sulla propria incapacità complessiva, a cominciare dai propri organi di informazione e dai corpi intermedi ad essi legati, di essere i vettori dell’unico vero movimento d’opposizione all’attuale esecutivo, un movimento che fino all’ultimo hanno snobbato o apertamente boicottato.

La verifica la si farà a breve con la manifestazione nazionale del 12 dicembre per le dimissioni del governo Meloni.

L’USB e le organizzazioni – da Potere al Popolo a organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta – che hanno sostenuto il percorso verso lo sciopero generale del 30 ottobre  con la propaganda di strada, con le iniziative politiche nei territori e in scuole e università, con i propri canali di comunicazione, con le assemblee territoriali ed i pre-concentramenti per le manifestazioni, hanno stabilito una connessione sentimentale con una parte non trascurabile delle classi subalterne. E questo è un fattore che il centro-sinistra è stato assolutamente incapace di praticare in questi anni, così come hanno fatto sia CgilCislUil che le residuali realtà di quello che fu il cosiddetto movimento antagonista.

Ma di questo non vi è traccia nella politica ufficiale e negli organi di informazione che hanno invece ripuntato il loro riflettori solo sul Palazzo. Un milione di persone che scende in piazza apertamente contro il governo non ha suscitato la stessa morbosa attenzione se non a qualche vetrina spaccata o verso presunta emergenza artefatta sull’ordine pubblico.

Ma quello rappresentato dalla gran parte dei mass media è solo il “Paese Legale” dove il circo mediatico, tranne rari momenti, è talmente distaccato dalla realtà che distorce pervicacemente, o ben presto rimuove, passando in fretta ad altro.

Se costoro prestassero attenzione ai discorsi in un bar, in un autobus, in un mercato o su un treno di pendolari, darebbero associazione sovversiva, istigazione a delinquere o banda armata a mezzo Paese!

Ed invece c’è stato il Paese reale che ha rotto la pace sociale rispondendo in massa all’appello di un sindacato di classe come l’Unione Sindacale di Base, vedendo in questa esperienza sindacale uno strumento di organizzazione e lotta reale contro guerra e carovita.

Un passaggio che in parte avevamo visto anche l’anno scorso dove l’USB si era fatta conoscere ai molti non solo come sindacato combattivo e di classe anche dove aveva una presenza organizzata minima, ma anche come principale vettore della lotta contro la complicità del nostro governo contro il genocidio palestinese ed in appoggio all’azione internazionale ed internazionalista della Global Somud Flottilla.

All’appello dello scorso anno era mancata ancora una parte importante della classe lavoratrice, a eccezione di alcuni settori come il comparto dell’istruzione e del Pubblico Impiego od alcuni segmenti decisivi della logistica come i portuali. Questa volta invece la risposta c’è stata anche nei bastioni della rappresentanza sindacale della Cgil.

Una parte importante dei giovani che avevano affollato le piazze dello scorso autunno per la Palestina , hanno anche iniziato a conoscere due organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta che il 30 ottobre hanno chiamato una sessantina di riuscitissime piazze attivandosi affinché lo sciopero generale riuscisse anche nelle scuole e università che si sono svuotate.

Queste organizzazioni studentesche con le proprie parole d’ordine, erano state la cifra dello sciopero della scuola dello scorso 16 febbraio e delle occupazioni studentesche nelle scuole. Parole d’ordine chiare, semplici e condivise: soldi alla scuola e non alla guerra, netta opposizione dei provvedimenti razzisti del Ministro dell’Istruzione e alla re-introduzione alla leva militare. In pratica gli stessi punti della piattaforma alla base del primo sciopero studentesco coordinato a livello europeo convocato per il prossimo 20 novembre,

Organizzazione sindacale e organizzazioni studentesche, hanno dimostrato una capacità di mobilitazione che è andata oltre i propri perimetri organizzativi di radicamento, con la capacità di parlare alla pancia profonda di lavoratori e lavoratrici, così come di studenti e studentesse, ponendosi come punti di riferimento, potremmo dire come “avanguardia” in senso figurativo così come descritto dal dizionario Treccani: “Essere in testa, procedere con maggior impegno e con più decisione degli altri, assumendosi anche funzioni di guida”.

Anche Potere al Popolo occorre riconoscere che è stato bene nella partita di questo sciopero generale.

Nonostante una legge elettorale liberticida che difficilmente – se non per un precoce annullamento da parte della Corte Costituzionale – gli permetterà di andare alle elezioni politiche il prossimo anno, è stata l’unica forza politica a rispondere con una iniziativa nazionale – il 3 ottobre scorso – alla torsione autoritaria accelerata dall’attuale esecutivo anche sul fronte della rappresentanza. Potere al Popolo ha appoggiato sin da subito ed in maniera convinta lo sciopero generale convocato dall’USB, indicando nella “sfiducia popolare” la strada da percorrere contro l’attuale esecutivo e contribuendo a costruire sui territori lo sciopero stesso.

Potremmo dire che un blocco politico indipendente ha affiancato un sindacato che ha ampliato con uno sciopero generale la seconda giornata di mobilitazione internazionale dei portuali contro il traffico di armi e la guerra. Indubbiamente è stata una sfida che ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo intuendo che oltre ad essercene la necessità c’erano anche le condizioni, anzi l’urgenza.

E questo ha fatto sì che quello in Italia fosse solo il primo sciopero generale – in ordine di tempo – insieme a quelli proclamati in Francia il 5 novembre ed in Spagna l’11 novembre specificatamente contro caro-vita e guerra. Una dimensione europea del conflitto che ormai si dà di fatto e non per giaculatorie senza costrutto, perché passa tramite l’organizzazione concreta dei passaggi, della costruzione e della gestione.

Il 30 ottobre è stato un giorno di sfiducia popolare in cui le classi popolari hanno votato con i piedi marciando contro il governo del caro-vita e della guerra in decine di città, grandi, medie e piccole.

Da questo bisogna trarne le dovute conseguenze.

In primis la “pace sociale” si è rotta con la forza del conflitto di classe organizzato da un sindacato combattivo ed il supporto di un blocco politico e sociale indipendente in grado di interpretare le esigenze delle persone. Lo ha fatto mobilitandosi contro il governo, in un clima mutato che l’ opposizione parlamentare ed il sindacalismo ad essa subordinata non sanno e non vogliono cogliere fino in fondo, mentre le latrine neo-fasciste – da quelle in parlamento a quelle dell’ex generale della Folgore – stanno scommettendo sulla marea montante delle forze dell’estrema destra in Europa.

Si è rotta poi la “gabbia ideologica” della passività sociale figlia della rassegnazione, che è stata per anni il principale prodotto culturale della sconfitta del comunismo novecentesco – in Europa – e del movimento operaio occidentale.

Infine, ma non per importanza, si è rotto anche un corollario ideologico – frutto dello stesso processo di riflusso – che ha inquinato per troppi anni il dibattito politico anche nelle file della cosiddetta sinistra radicale, disarmando le classi popolari e demonizzando il concetto di organizzazione rivelatosi invece decisivo.

Ciò che stiamo sperimentando, e il 30 ottobre ne è stata la rappresentazione plastica, è il fatto che in una società fluida i corpi solidi sono l’unica chance di invertire i rapporti di forza ed un’ancora di salvezza per le classi subalterne.

Lo sciopero generale di venerdì e le manifestazioni del 30 ottobre sono state una “scuola politica” anche per le giovani generazioni, le quali hanno verificato come il consenso popolare, l’organizzazione e la determinazione rendono praticabile l’obiettivo, e rendono anche molto più impegnativa la risposta muscolare degli apparati dello Stato, che probabilmente non vogliono più fare i “fusibili” e la carne da cannone per un governo a scadenza ravvicinata.

Il 30 ottobre costituirà una data per cui c’è “un prima” ed un “dopo”, soprattutto se sarà il punto d’appoggio e di partenza per una campagna generale proprio sui temi su cui una parte importante del blocco sociale ha scioperato ed è scesa in piazza, colmando l’inconsistenza delle forze di opposizione e contrastando i cani da guardia della reazione neofascista.

Per rafforzare questo movimento reale c’è bisogno di irrobustire le organizzazioni che l’hanno reso possibile ed allargare lo spettro della cooperazione su alcuni obiettivi comuni politici praticabili grazie alla forza sociale che si sta sviluppando.

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