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Boschi a Brescia. La propaganda della disperazione


Come a James Bond non bastava il mondo, evidentemente al PD non basta, ai fini della propria azione propagandistica a favore del Sì, l'invasione dei canali televisivi, l'appoggio da parte della Confindustria, da parte delle oligarchie finanziarie internazionali, da parte di Obama e dell'Ambasciata americana, la strumentale dilazione della data del referendum per poter spargere mance elettorali e il gioco sporco consistente nella lettera inviata ai residenti all'estero. Gli manca ancora l'appoggio della gente.
Così, al culmine della fantasiosa costruzione retorica sulle ragioni del SI, sciorinata con un suadente tono da venditrice telefonica dal Ministro Maria Elena Boschi il 12 novembre in una Brescia blindata dalla polizia, è arrivato un disperato appello ai militanti del PD affinchè si attivino, coinvolgendo parenti e affini tutti, per portare in ogni casa (letteralmente porta a porta) e perfino fra i passeggeri degli autobus (è tutto vero, credetemi), l'opera di apostolato per il Sì.
I toni da ultima spiaggia impiegati la dicono lunga sulla reale posta in gioco della partita referendaria: la sopravvivenza stessa del Governo, con l'immagine e l'ego del presidente/segretario che hanno già dovuto subire un'incrinatura a causa dell'insuccesso alle elezioni amministrative della primavera scorsa. Sappiamo tutti che, al di la del merito della (pessima) riforma, il referendum del prossimo 4 dicembre rappresenta anche un giudizio sul Governo capeggiato da Renzi. Teniamo presente, inoltre, che la riforma della Costituzione è diretta emanazione di un'iniziativa legislativa del Governo.
Ma cominciamo con il chiederci perchè il Presidente del Consiglio abbia voluto, salvo poi fare marcia indietro dopo la sconfitta della scorsa primavera, personalizzare e politicizzare il referendum, legandone l'esito alla sua stessa permanenza a Palazzo Chigi. Diversi sono, al riguardo, gli ordini di questioni: anzitutto il fatto che questo governo necessita di una continua legittimazione popolare. Esso è, anzitutto, nato da una clamorosa manovra di palazzo. Ora, questo, di per sé, non è un fatto eccezionale; la maggior parte delle crisi di governo dell'era repubblicana sono state crisi extraparlamentari.
Ma Renzi, per restare in sella, si è anche dovuto barcamenare fra maggioranze parlamentari a geometrie variabili in un Parlamento che sarebbe dovuto essere sciolto dopo la sentenza n. 1 del 2014, con la quale la Corte Costituzionale ha sancito l'illegittimità della legge elettorale c.d. Porcellum.
Renzi si trova costretto, in altre parole, a ricercare una continua legittimazione “diretta” del suo esecutivo, quasi a dover sanare il suddetto vulnus “originario” al tessuto democratico del paese dato dalla sua permanenza al potere grazie alla fiducia di un Parlamento delegittimato.
Il che si sposa con un altro elemento di rilievo, la concezione carismatico-plebiscitaria del potere da parte del Premier, la quale lo ha portato ad ammantare di una sorta di millenarismo messianico il suo ruolo alla guida del Governo. Da qui deriva anche l'intonazione, data alla capagna per il Sì, da “ultima occasione per condurre il paese in una nuova era”.
C'è però un problema: è molto più facile, data la relativa inconsistenza politico-giuridica degli argomenti addotti dal Governo a favore del Sì, sottoporre la riforma a critica piuttosto che sostenerla. E i suoi promotori lo sanno, tanto che il cavallo di battaglia del Ministro Boschi al comizio di Brescia è stato, nientemeno, che “la chiarezza del quesito referendario”. Mi rendo conto che ciò è difficile a credersi, eppure è così! Secondo il Ministro per le Riforme, tanti non hanno letto il quesito che sarà riportato sulla scheda, ma non appena ciò dovesse avvenire, si spalancherebbe una sorta di verità rivelata. E' davvero l'ultima opportunità per cambiare il paese, una riforma per i prossimi 50 anni (non più 30 anni, come si diceva qualche mese fa). “Basta un semplice Sì” non è forse uno degli slogan concepiti dai comitati favorevoli alla riforma? Certamente non deve essere stato facile concepire uno slogan così insulso. Se non è questa politica-spettacolo, non so cos'altro possa richiamare alla mente.
Dopo questo esordio da incanto, ecco allora la lettura del quesito: “volete superare il bicameralismo paritario, ridurre i costi delle istituzioni, ridurre il numero dei parlamentari, abolire il Cnel e rivedere il Titolo V della Costituzione, semplificando il rapporto fra Stato e Regioni”. Pare proprio la materializzazione dei sogni di qualunque cittadino. Come si può resistere a un invito così chiaro e semplice? Impossibile votare No. A meno che non si sia studiata la riforma!
Perchè solo in tal modo si comprende che, facendo un esame controfattuale delle perle di superficialità declamate, nell'ordine che segue, dal Ministro Boschi, i poteri del Governo cambiano eccome; il bicameralismo paritario non è affatto un'elemento di arresto del processo legislativo (e, a sentire Maria Elena Boschi, addirittura di blocco delle vite dei cittadini); la riduzione dei costi (ma poi le istituzioni vanno viste come meri centri di costo?) grazie allo sfoltimento dei membri del Senato, se vi sarà, sarà risibile, e, la competitività, la crescita e la giustizia del paese non hanno nulla a che fare con la riforma.
L'ultima l'enormità, prima dell'arringa finale a scegliere il futuro dell'Italia, è poi arrivata col dire che i movimenti per il No non hanno predisposto una proposta di riforma costituzionale alternativa e migliore di quella sottoposta a referendum.
Soltanto che, occorre domandarsi, chi voleva una riforma costituzionale? Nessun cittadino ha in cima alla lista dei propri problemi la riforma della Costituzione. Si è trattato esclusivamente di un'iniziativa governativa rivolta a dare a un governo populista, e che poco conta a livello internazionale, una parvenza di missione innovatrice. Ma, di nuovo, essendo questo governo, dati gli interessi che rappresenta, soltanto in grado di modificare in peggio le vite della maggioranza dei cittadini, sempre nell'ambito della politica-spettacolo la sua riforma si inscrive. Si, perchè il paese, a dispetto della grancassa mediatica schierata a favore di Renzi, a causa della pessima politica economica e del lavoro messa in atto dal Governo non sta affatto uscendo dalle secche della crisi. E se non fosse stato per l'aiuto esogeno fornito dalla politica monetaria di Draghi, la situazione sarebbe perfino peggiore. La realtà è che la riforma mira alla creazione di condizioni interne ideali per un “uomo forte”, che sia al contempo fedele esecutore di ordini esterni provenienti da parte di poteri sovranazionali, pubblici e privati, per proseguire la sua missione originaria: lo smantellamento di ciò che rimane dello “stato sociale”.

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1 Commento


  • Stefano

    L'analisi è condivisibile solo se si limita la visuale all'ambito italiano, cioè quando si ritenga il referendum una mera questione nazionale. Invece la quantità di dichiarazioni per il SI arrivate da fuori Italia (ambasciatore USA, Juncker, FMI, Standards&Poor, Goldman Sachs, Schulz,…) obbliga a cercare una risposta a tanto interesse. Non vanno poi dimenticate le pressioni esplicite, esercitate attraverso lo spread (che non "subisce le incertezze", ma è usato per fare capire quali conseguanze potremmo subire se "votassimo sbagliato").

    Siamo diventati una nazione a sovranità limitata, molto limitata. La modifica alla Costituzione serve a togliere altre barriere al liberismo che l'UE pratica come unico metodo d'azione.

    Non è stato possbile evitare il referendum, c'è ancora un nucleo di regole democratiche che lo richiede. Però ora si deve svuotare di significato questo passaggio, tentando di togliendoci la libertà di votare nel nostro interesse.

    Occorre esserne consapevoli e usare anche il referendum per riaffermare la dignità di cittadini.

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