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Napoli. La giunta Manfredi contestata già all’esordio

Alle 12 presso la Sala dei Baroni del Maschio Angioino si insedia il nuovo Consiglio Comunale napoletano. C’è da eleggere il nuovo presidente (sarà la piddina Enza Amato) e far giurare il neo sindaco Manfredi per il suo mandato.

Fuori il castello monumentale vi è però indetta una manifestazione da parte di Potere al Popolo e Unione Sindacale di Base.

Sono lì per ricordare all’ex rettore le promesse fatte in campagna elettorale e quanto concreto sia invece il rischio che tutto si riduca a una truffa, a un “pacco” insomma. Di quelli che ti rifilano alla Duchesca quando pensi di fare un grande affare comprandoti un iPhone a 50 euro e ti ritrovi poi con una scatoletta di metallo in mano.

Ma meglio fare (per i non napoletani sopratutto) un passettino indietro. Per dire che la “grande vittoria elettorale” di Manfredi, ottenuta subito al primo turno evitando i rischi del ballottaggio, si deve in primo luogo al ricatto, raccontato da media e politica locale a volte in forme implicite a volte spudoratamente manifeste, che se non avessero vinto Manfredi e il Pd sarebbe continuata la politica di dissesto del comune di Napoli.

Ovvero: sarebbe continuata la cura da cavallo, che dura ormai da un decennio, che vede costretto il Comune di Napoli sempre sull’orlo del dissesto finanziario e impossibilitato a spendere in autonomia.

Con il fiato sul collo della Corte di Conti. In ragione di debiti che addirittura risalgono alla gestione di fondi post terremoto del 1980.

Ne sa qualcosa De Magistris, che pur con una pessima seconda consiliatura, ha dovuto comunque barcamenarsi tra il dovere assicurare servizi sociali alla cittadinanza e resistere allo stalkeraggio della Corte dei Conti.

E se nei suoi primi anni da sindaco è stato capace di garantire qualcosa, prendendosi anche rischi personali (come l’assunzione di 300 maestre per le scuole materne che lo vide andare sotto processo, poi assolto) via via che scorrevano gli anni e fioccavano i pensionamenti tra i lavoratori dei servizi comunali, mentre deperivano le risorse in cassa, non è stato capace di garantire più nulla.

Il disastro attuale appunto.  Mobilità cittadina ridotta ai minimi termini, pulizia delle strade molto saltuaria, servizi di cura al cittadino pressoché inesistenti, manutenzione zero.

Manfredi invece proprio su queste criticità ha costruito tutta la sua campagna elettorale. Addirittura alle origini della sua candidatura. Sì, perché quando il Pd e i 5s gli proposero di concorrere per la carica di sindaco, fece un pò il difficile, il sostenuto. Disse che nelle condizioni attuali del comune di Napoli, fare il sindaco equivale a fare il commissario fallimentare e lui, da grand’uomo qual è, queste cose non le fa.

Poi disse di aver parlato con chi di dovere a Roma e che tutto era sistemato perché i caporioni governativi gli avevano promesso in legge in bilancio una sorta di norma “salvaNapoli”.

Niente di clamoroso tra l’altro. Norme che negli anni hanno sostenuto tanti bilanci fallimentari di tanti comuni italiani. Roma e Torino in testa ma anche la Provincia di Milano. Per dire. Ma che in 10 anni di amministrazione De Magistris mai si è voluto concedere.

Ma appunto adesso c’è “lui”. Il professore emerito, l’ex ministro, che finalmente può ricucire i rapporti tra istituzioni cittadine e gli organi di governo centrale. L’isolamento di Napoli è finito, urlano i media cittadini. “Arrivano finalmente un po’ di soldi”, è la traduzione popolare.

Una stremata popolazione napoletana ci crede o comunque è costretta a crederci. Al netto di clientelismi, numero esorbitante di liste elettorali, astensionismo, trasformisti, è questa la cifra del successo elettorale di Manfredi. Una pistola puntata al collo dei napoletani.

Però finite le elezioni, i festeggiamenti, gli editoriali agiografici sulla rinnovata centralità della città, si scopre però che nulla è stato messo nella legge finanziaria per i conti napoletani.

Manfredi minimizza, fa il vago ma è costretto a inscenare una umiliante scenetta da neo sindaco che rincorre Draghi a un vertice internazionale per strappargli promesse di salvezza. Anche in questo caso conferenza stampa, “è tutto sistemato, tranquilli”, “con Draghi ci ho parlato io”, però nulla di concreto all’orizzonte.

A dire il vero qualcosa di concreto dall’incontro con Draghi lo ottiene. Forse però non è tutto merito suo. Fatto sta che il governo licenzia un disegno di legge che dà modo alle amministrazioni comunali di aumentare considerevolmente gli stipendi per sindaco e assessori. Un bel colpo, non c’è che dire.

Poi ancora qualche giorno e il governo rilascia un altro decreto che rende più facili le privatizzazioni dei servizi pubblici comunali. Alè. Il dado è tratto.

L’ex rettore si fa 2 conti e diventa subito paladino del tutto ai privati. Come se negli ultimi 30 anni non si sia già abbondantemente constatato che servizi pubblici ai privati significa soltanto aumento delle tariffe e diminuzione degli stipendi dei lavoratori, tra appalti e subappalti. Senza alcun aumento di efficienza ed efficacia perché tutto dipende comunque da quanto il pubblico è in grado in investire.

Visto che comunque il grosso delle risorse, anche in caso di gestione privata, arriva da casse pubbliche, tramite indennizzo ai privati perché assicurano un servizio di competenza pubblica.

Un “pacco”. Un vero pacco per i cittadini napoletani. Altro che uscire dall’isolamento, altro che arrivano i soldi. Qui si svende tutto. E ovviamente si salvi chi può.

E allora ben venga questo presidio di lotta, in questa novembrina giornata di pioggia, all’insediarsi del nuovo consiglio comunale. E che rende protagonisti i lavoratori dell’Anm, la società del trasporto pubblico locale, o i lavoratori dell’Asia (nettezza urbana). Ovvero tra le società maggiormente indiziate di privatizzazione. E che invece gridano a gran voce il rilancio delle società pubbliche, la rimozione dei vincoli infami del blocco del turn over e delle assunzioni.

E che meticcia giovani militanti con canuti sindacalisti (ma il settore sociale dell’Usb è composto anch’esso da giovani precari) e con lavoratori o cittadini che non ne possono più di promesse elettorali.

Serve un piano per la città, un’idea generale. Che non può essere quella delle privatizzazioni.

E servono risorse. Servono assunzioni, servono mezzi e serve ovviamente la volontà politica perché questo accada.

Ci avete minacciato armi in pugno, almeno mantenete le promesse.

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2 Commenti


  • giuseppe

    CHIEDO A NAPOLI SOLIDALE ED AI SINISTRATI VARI ED INSURGENTI DI ESPRIMERE IL LORO SENTIMENT IN MERITO ALLE PRIVATIZZAZIONI ED AL PACCO PER NAPOLI CONFEZIONATO DA FICO LETTA SPERANZA DI MAIO A SOSTEGNO DI MANFREDI


  • Gilda Donadio

    Purtroppo sapevamo tutto, questa è la stessa gente che ha camminato a braccetto con Conte, Draghi e i suoi gregari compresa la CGIL. Se non li fermiamo andranno avanti con le medesime modalità squadriste con cui stanno disinvoltamente, incontrastati, gestendo la colossale pantomima globale. Svendono tutto ma la dignità dei lavoratori non si compra e non si svende. Per quella bisogna essere disposti a morire.

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