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Reggio Emilia. La battaglia a difesa del Bosco Ospizio. Dopo le ruspe e i blindati arrivano i fogli di via

All’alba del 30 settembre Bosco Ospizio ha smesso di essere soltanto il luogo di una controversia urbanistica e ambientale. Le ruspe sono entrate nell’area di via Emilia Ospizio accompagnate da un consistente schieramento di forze dell’ordine.

Polizia in assetto antisommossa, Digos, carabinieri e polizia locale hanno presidiato gli accessi mentre cominciavano lo sfalcio del sottobosco e l’abbattimento degli alberi necessari all’apertura del cantiere nel quale sorgeranno il nuovo Superstore Conad e altri edifici previsti dal progetto di riqualificazione. Il presidio permanente iniziato il 3 agosto è stato rimosso dall’area dei lavori e alcune delle persone che hanno cercato di rientrare sono state allontanate dalla polizia. Le cronache della mattina hanno riferito che la resistenza degli attivisti è avvenuta senza scontri.

Ma l’intervento non si è fermato allo sgombero. Nei confronti di persone impegnate nella difesa di Bosco Ospizio la Questura ha fatto ricorso anche al foglio di via obbligatorio, cioè a una delle misure di prevenzione personali disciplinate dal decreto legislativo 159 del 2011, il cosiddetto Codice antimafia. È questo il passaggio che modifica ulteriormente la natura del conflitto. Non soltanto si libera con la forza pubblica un cantiere contestato: chi ha partecipato alla mobilitazione può essere allontanato amministrativamente dalla città attraverso uno strumento che appartiene al sistema delle misure preventive e che non richiede, per essere applicato, una precedente condanna penale.

La sequenza è significativa. Per quasi due mesi cittadini e attivisti hanno tentato di impedire che un’area di circa 45 mila metri quadrati, rinaturalizzatasi spontaneamente nel corso degli anni, fosse trasformata secondo un progetto urbanistico le cui origini risalgono a quasi vent’anni fa.

Ci sono stati incontri con l’amministrazione, manifestazioni, proposte alternative e un presidio permanente. Quando quella opposizione ha impedito materialmente l’apertura del cantiere, la controversia ambientale è progressivamente entrata nel terreno dell’ordine pubblico: prima il dispiegamento delle forze dell’ordine, poi gli allontanamenti e le denunce, infine il ricorso alle misure di prevenzione.

Non è la polizia ad avere deciso che cosa costruire a Ospizio. Il progetto dispone dei titoli edilizi rilasciati dal Comune e deriva da un lungo iter urbanistico. Ma quando l’opposizione sociale ha impedito materialmente l’apertura del cantiere, l’esecuzione di quella decisione è diventata possibile attraverso l’intervento della forza pubblica. Ed è proprio questo passaggio a mostrare come un conflitto sulla città, sul consumo di suolo e sulla crisi climatica possa trasformarsi progressivamente in un problema di sicurezza.

Per ricostruire tutta la vicenda vedi su Osservatorio Repressione

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