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Roma. Contro l’urbanistica del decoro

Anche quest’anno è arrivato l’inverno, recitava il titolo dell’appello che ha convocato la partecipata assemblea a piazza Vittorio di sabato scorso. E con esso, i dibattiti attorno alla presenza indesiderata di persone senza fissa dimora che, per giunta, hanno l’ardire di ripararsi, e persino morire, sotto le finestre di chi, pandemia o non pandemia, non ha certo problemi a ‘restare a casa’ al caldo. In questi giorni, infatti si è fatto un gran parlare della diffida inviata da un gruppo di residenti di Piazza Vittorio per lamentare la permanenza indecorosa di persone senzatetto sotto i portici.

La diffida, e i successivi incontri convocati dal alcuni comitati, anziché concentrarsi sulla mancanza di infrastrutture adeguate (e persino di un ‘Piano Freddo’ minimamente congruo), invocano la polizia come vera e propria forza del decoro a cui demandare la soluzione di ogni problema (compresi quelli sanitari!), e l’AMA come società pubblica che dovrebbe ripristinare il decoro proprietario minato dalla presenza dei poveri, e persino dal gesto di chi porta una coperta per dare una mano.

Un modo di affrontare la questione che fa letteralmente rabbrividire, se si pensa che, nell’ultimo mese, ben 11 persone sono morte ‘di freddo’ in mezzo alla strada. 11 persone delle quali, nella stragrande maggioranza dei casi, non sappiamo nemmeno le generalità, “etern* ragazz*” a cui la povertà ha tolto anche il diritto di avere una identità, una storia, figuriamoci dei diritti sociali.

Persone morte di freddo, si dice. O forse morte di quella ideologia del decoro proprietario che mette il valore d’uso dello spazio urbano al di sopra di ogni cosa, e che bolla come degrado da punire, rimuovere e invisibilizzare chi non si può permettere di essere solvibile dentro una città dove, complice l’affastellarsi di crisi economiche e sindemiche, riuscire a rimanere a galla sopra la soglia di povertà è sempre più un’impresa.

Come dimostra il fatto che, già nel 2018, la stessa Associazione dei Costruttori e degli Edili di Roma contava ben 57.000 famiglie in condizione di disagio abitativo, mentre sono centinaia di migliaia i nuclei familiari che hanno fatto richiesta, perlopiù senza esito, di buoni spesa e buoni per l’affitto a Comune e Regione, e che in questi mesi si sono dovuti affidare alle realtà del mutualismo per riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.

Una situazione che chi vive dentro le occupazioni abitative, e i cosiddetti ‘inquilini senza titolo’ delle case ERP, d’altronde, conoscono fin troppo bene, essendo privati dal 2014 della residenza, e della ricognizione anagrafica, a causa dell’articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi. Tale norma, vale la pena di ricordarlo, priva chi è riconosciuto come ‘occupante per necessità’ del diritto alla residenza allo scopo di agire la ‘Lotta contro l’Occupazione Abusiva di Immobili’.

Anziché rimuovere le cause strutturali della crisi abitativa (ad esempio, utilizzando il patrimonio pubblico e privato vuoto per implementare nuovi alloggi popolari), l’articolo nega letteralmente il diritto di esistere a chi ha occupato per necessità.

Ciò significa che, dal 2014, migliaia di persone sono state escluse dall’accesso ai diritti di welfare fondamentali (sanità e scuola, ad esempio), sottoposte alla costante spada di Damocle del distacco di acqua e luce, penalizzate nel rinnovo dei titoli di soggiorno quando migranti, tagliate fuori dalle graduatorie ERP, nonché deliberatamente escluse dall’esercizio dei diritti civili (voto incluso) per il mero fatto di non potersi permettere un affitto, o meglio ancora un mutuo, ai canoni fissati dal mercato immobiliare.

La ‘cieca’ ostentazione del principio di legalità, quindi, ci vede benissimo quando bisogna tutelare ad ogni costo gli interessi della proprietà privata e della rendita. Una linea che non solo ha permeato dispositivi securitari e di ordine pubblico, ma che ha concretamente dato forma a quella ‘urbanistica del decoro’ che fa coincidere la ‘riqualificazione urbana’ con la rimozione dei soggetti urbani insolvibili e indesiderabili, anziché concepire il decoro come diritto alla città garantito per tutt*.

Già solo per questo l’articolo 5 dovrebbe fare inorridire qualunque sincero democratic@ che proclami la propria affezione per i diritti costituzionali. Ma è anche importante ricordare che l’articolo 5 rappresenta il ‘peccato originale’ che ha consentito la sistematica criminalizzazione della solidarietà (da quella in mare a chi porta una coperta a una persona senzatetto), la penalizzazione anagrafica di rifugiati e richiedenti asilo nei pacchetti sicurezza di Salvini, nonché i provvedimenti contenuti nel Pacchetto Minniti come i Daspo urbani che, in una logica del tutto conseguente alla invisibilizzazione della povertà e del dissenso, consentono di allontanare soggetti ‘indesiderabili’ anche da una specifica porzione dello spazio urbano (come un porticato, un mercato, o per l’appunto i giardini di piazza Vittorio).

In ultimo, l’articolo 5 continua a produrre conseguenze amministrative concrete e gravissime. Ha infatti sancito l’esclusione di migliaia di famiglie dalla regolarizzazione per gli ‘inquilini senza titolo’ delle case popolari aperta dalla Regione Lazio nel febbraio 2020. Durante la pandemia, continua ad impedire a decine di migliaia di persone di avere un medico di base, e quindi di poter accedere alla sanità territoriale e a qualsiasi meccanismo di monitoraggio. Ha inoltre determinato per molt* l’esclusione dai già magri, e insufficienti, provvedimenti tampone predisposti per affrontare le conseguenze più immediate della crisi (come i buoni spesa).

Infine, ci giunge notizia che l’articolo 5 stia letteralmente determinando la cancellazione anagrafica di chi non ha un titolo di residenza valido dai registri dell’Anagrafe Centrale. Privat* dei diritti e dell’identità, quindi, per l’unica colpa di aver scelto di mettersi un tetto sopra la testa, anziché rischiare di morire per strada di freddo. Di fronte a questo abominio, anche la meritevole solidarietà del mutualismo, e l’azione sussidiaria del Terzo Settore, non possono e non devono bastare.

Contro l’ideologia, e l’urbanistica, del decoro, è necessario mobilitarsi e pretendere risorse, e soluzioni, permanenti. Chiamando la città a costruire insieme un percorso di mobilitazione davanti all’Anagrafe e al Campidoglio, indicando senza sconti le responsabilità di quei ‘costruttori’ (o, sarebbe meglio dire, palazzinari) che stanno dentro le istituzioni e che, anziché affrontare le necessità di una città che soffre, semplicemente hanno scelto di stare dalla parte della rendita e della proprietà.

*Blocchi Precari Metropolitani

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