Menu

Roma sa da che parte stare replica alla mozione della maggioranza comunale sui rapporti con Israele

Il Comitato Promotore della Delibera consiliare d’iniziativa popolare “Roma sa da che parte stare” (sottoscritta da oltre 15.000 cittadini) denuncia il tentativo della maggioranza capitolina di silenziare la volontà popolare attraverso una mozione sostitutiva di facciata.

La mozione, che porta il n. 189, è stata sottoscritta dai capigruppo di maggioranza Valeria Baglio (PD), Giovanni Caudo (Roma Futura), Alessandro Luparelli (Sinistra Civica Ecologista), Giorgio Trabucco (Lista Civica Gualtieri), Sandro Petrolati (Demos), Dario Nanni (Gruppo Misto), Ferdinando Bonessio (Europa Verde Ecologista) da Svetlana Celli (PD, Presidente dell’Assemblea Capitolina) e Riccardo Corbucci (PD, Presidente Commissione Statuto).

«Siamo davanti a un paradosso politico intollerabile», dichiara il Comitato. «La maggioranza usa i drammatici rapporti ONU sul genocidio a Gaza e la strage di bambini come una cortina fumogena umanitaria.

Ma una volta spenti i riflettori della retorica, nel dispositivo concreto azzera ogni misura sanzionatoria. Non si risponde a un genocidio organizzando rassegne culturali e festival cinematografici».

Il Comitato evidenzia i nodi politici e le gravissime contraddizioni che svelano la complicità dell’Amministrazione Capitolina:

a) La difesa dei profitti farmaceutici: Il Campidoglio si nasconde dietro formule burocratiche e non blocca la vendita dei prodotti del colosso israeliano TEVA nelle farmacie comunali, rifiutando di applicare clausole di esclusione etica già adottate da altri Comuni italiani.

b) ACEA-Mekorot: dieci anni di opacità e mancate risposte «Pretendiamo di vedere un formale atto scritto di recesso, non dogmi fideistici».

c) La speculazione immobiliare sugli Ex Mercati Generali: L’Amministrazione preferisce tutelare gli affari piuttosto che la coerenza sui diritti umani, ignorando che l’8% del fondo di rigenerazione urbana è in mano al colosso finanziario israeliano Menora Mivtachim, complice delle colonie illegali in Palestina.

d) L’ipocrisia sui beni comuni (Palazzo Sant’Ambrogio). La parola “pace” sbandierata dalla maggioranza stride violentemente con l’assegnazione fuori bando di Palazzo Sant’Ambrogio, ristrutturato grazie ai finanziamenti di Uri Polavich, faccendiere del gioco d’azzardo online e finanziatore di scuole ebraiche indirizzate all’arruolamento nell’esercito israeliano (IDF).

La richiesta politica del Comitato: La cittadinanza romana non si farà liquidare da una mozione d’aula autoassolutoria e scritta per salvare la faccia. Il Comitato esige la discussione e il voto palese della Delibera di Iniziativa Popolare in Aula Giulio Cesare. «È in corso uno strappo democratico gravissimo. La Capitale d’Italia ha il dovere etico di boicottare chi viola il diritto internazionale. Ogni singolo consigliere capitolino deve essere portato a decidere, davanti alla città, se stare dalla parte dei diritti umani o da quella degli affari con l’economia di guerra israeliana».

Come comitato “Roma sa da che parte stare” sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stato arduo far approvare la delibera di iniziativa popolare con la quale chiedevamo e chiediamo, con oltre 15 mila firme, la rottura di ogni rapporto commercial, istituzionale e culturale tra il Comune di Roma e Israele.

Un risultato, in ogni caso, lo abbiamo ottenuto perché improvvisamente vi è un fiorire di documenti in cui si prende atto del genocidio o del massacro in corso in Palestina, con lo scopo evidente di “rincorrere” le richieste che vengono fatte nella delibera di iniziativa popolare nell’inutile tentativo di neutralizzarne i contenuti.

La maggioranza ha deciso, proprio per questo, di presentare una propria mozione tesa a indebolire e annullare le richieste, senza compromessi di nessun genere, da noi fatte. Cominciamo da quelle che riteniamo essere le trappole dei “premessi” e “considerati”.

1. La retorica umanitaria La prima metà del documento è un capolavoro di retorica umanitaria. Cita i rapporti ONU sul genocidio, i 20.000 bambini uccisi, le posizioni di Ursula von der Leyen e le mozioni passate. L’obiettivo politico di questa valanga di citazioni è di creare una cortina fumogena. La maggioranza vuole dimostrare di essere “umanamente e politicamente” dalla parte giusta, così da rendere psicologicamente e politicamente più difficile, per l’opinione pubblica o per i consiglieri più sensibili, votare contro questa mozione.

2. Il paradosso del dispositivo sanzionatorio Siamo di fronte ad un paradosso: più le premesse sono gravi (si parla esplicitamente di genocidio e distruzione della continuità biologica del popolo palestinese), più diventa scandalosa l’assenza di provvedimenti sanzionatori nel dispositivo finale. Se c’è un genocidio in corso, la risposta non può essere “organizziamo un festival del cinema palestinese”.

3. Le omissioni temporali e legali A questo dobbiamo aggiungere un particolare che probabilmente è sfuggito ma che appare in tutta la sua evidenza. Nelle premesse che riguardano la Palestina si mettono date e atti approvati solo dopo l’11 settembre 2025. Si fa riferimento, senza mettere alcuna data, al fatto che presso la Corte Internazionale di Giustizia vi è un procedimento, su iniziativa del Sudafrica, nei confronti dello Stato di Israele per la convenzione sulla prevenzione dei genocidi del 1948, come attestato dalle ordinanze preliminari emesse dalla Corte nel gennaio 2024.

Pochi mesi dopo, a maggio 2024, la Corte ordina a Israele di interrompere immediatamente le operazioni militari nel Governatorato di Rafah, poiché le azioni condotte potrebbero sottendere un atto di genocidio. Insomma, se viene scritta la parola genocidio non è frutto di una loro scelta politica.

Riteniamo gravissimo che di fronte al pronunciamento della Corte di Giustizia Internazionale, massima autorità internazionale, che avrebbe dovuto comportare una pressione internazionale atta a fermare l’intento “presumibilmente” genocidario di Israele, ci sia stata l’inanità della stragrande maggioranza degli Stati, come l’Italia, che eppure quella Convenzione hanno sottoscritto e pertanto hanno l’obbligo, anche in assenza di una 1 sentenza definitiva, di porre in atto tutto quanto è in loro potere per prevenirlo.

Si è invece continuato a intrattenere rapporti diplomatici, istituzionali e affaristici con lo Stato di Israele, il che configura una complicità oggettiva che potrebbe diventare penale e che l’amministrazione non può più ignorare.

Ovviamente non si fa nessun riferimento ai mandati di arresto, attivi dal novembre 2024, emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant per il fondato sospetto di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Già da novembre 2023 il consiglio comunale si era espresso per condannare quanto accaduto il 7 ottobre a Gaza, invocando percorsi politici di pace.

Al contrario, per quanto riguarda la Palestina non vi sono stati atti chiari e concreti sino a tutto il 2024: un ritardo inaccettabile e una grave mancanza di coraggio politico. Non si poteva e non si doveva assistere in silenzio, tenuto conto della mobilitazione che in tutta Italia, e a Roma in particolare, aveva portato in piazza decine di migliaia di cittadini che chiedevano di intervenire contro il genocidio in corso.

Dopo un atto generico e l’esposizione per un paio di giorni della bandiera palestinese, accompagnata dal fiocco per gli ostaggi israeliani, si è preferito ignorare la cosa.

Se non ci fosse stata questa straordinaria mobilitazione delle/dei cittadine/i di questa città sulla Palestina, contro l’allargamento sempre più preoccupante dell’aggressione di Israele nei confronti degli Stati confinanti, non se ne sarebbe più parlato.

Di fronte ad un genocidio vi è una responsabilità etica: la Capitale di questo Paese non può esimersi dall’assumere un atteggiamento di forte condanna e di boicottaggio nei confronti di chi così sfacciatamente viola ogni più elementare forma del diritto internazionale. 4. Le prese d’atto e il caso Farmacap Passiamo alle prese d’atto; qui arriviamo al passaggio più trionfalista e autoassolutorio.

Si giunge all’inverosimile, affermando tranquillamente il falso. A volte le bugie hanno le gambe corte e chi ha scritto e firmato quella mozione dovrebbe saperlo molto bene, a cominciare da una banalità.

Si afferma che Farmacap avrebbe interrotto i rapporti “diretti” dal 2024 (esiste la possibilità di fare screenshot e noi ne abbiamo uno del gennaio 2026 in cui TEVA ancora compariva come uno degli sponsor di Farmacap). Detto ciò, per amore di verità, quello che si chiede nella delibera è tutt’altro: Stop alla vendita di farmaci, parafarmaci, attrezzature mediche e preparati cosmetici prodotti da aziende israeliane in tutte le farmacie comunali (come scritto nella delibera comunale, resa operativa nelle farmacie, di Sesto Fiorentino). Non si chiede l’interruzione dei rapporti “diretti” ma l’interruzione della vendita di tali prodotti se sostituibili.

In termini più generali, onde evitare tentativi di mistificazione, quello che la delibera chiede è la rottura di ogni rapporto economico con Israele per non favorirlo economicamente, diventando così, oggettivamente, complici del genocidio in corso.

Infine, quanto evidenti siano le bugie si può facilmente dedurre dalla risposta (allegata) che il Direttore e il Presidente del CdA di FARMACAP diedero alle interrogazioni n. 36/2026 e 39/2026 in cui si smentisce chiaramente quanto dichiarato dalla maggioranza comunale. Pur di difendere l’indifendibile ci si inventa di tutto.

5. L’opacità del Memorandum ACEA-Mekorot Per quanto riguarda il memorandum firmato nel 2013, ai tempi del governo Letta, tra ACEA e Mekorot, affermano che l’azienda municipalizzata non avrebbe mai dato seguito a questo memorandum – di cui, tra l’altro, non si è mai saputo quali impegni contenesse –, che esso aveva una durata di soli 2 anni e alla sua scadenza, a dicembre 2015, non è stato rinnovato.

Se questo rapporto era davvero già morto e sepolto da undici anni, ci spieghi la maggioranza per quale motivo ha avvertito l’urgente bisogno di votare una mozione in Assemblea Capitolina, appena nel settembre 2025, per impegnare il Sindaco a “non dare seguito” a quello stesso protocollo? Perché Acea per una decina d’anni ha sempre rifiutato di rispondere in merito al Memorandum sia ad associazioni sia a giornalisti?

La mancanza di trasparenza di una municipalizzata non è accettabile e lascia sospettare che non esista alcun atto formale scritto di recesso. Se esiste, lo vogliamo vedere perché di fronte all’opacità mostrata da Acea nel corso degli anni non possiamo accettare fiduciosi e silenti tale dichiarazione, come fosse un dogma religioso.

6. I flussi finanziari agli Ex Mercati Generali Per quanto riguarda gli ex mercati generali, l’intervento di rigenerazione urbana a Roma non fa capo genericamente alla galassia mondiale di Hines, ma è inserito all’interno di un veicolo finanziario specifico, il fondo Hines European Value Fund 2 (HEVF 2) e, come attestato dalle dichiarazioni del CEO di Hines e dalle rilevazioni della piattaforma internazionale PitchBook (la fonte d’analisi finanziaria più accreditata e affidabile a livello globale), il fondo HEVF 2 ha una dimensione complessiva di 1,34 miliardi di euro (non 90 miliardi) e quindi la quota reale, rapportando i 108 milioni di dollari investiti da Menora Mivtachim alla reale dimensione del fondo europeo in cui è inserita, non è di poco conto. Parliamo di un investimento che muove una massa monetaria dal peso enorme.

7. Il nodo etico di Palazzo Sant’Ambrogio. Più volte si menziona la parola “pace”, ma la parola stride quando si pensa a Uri Polavich, uno dei finanziatori della ristrutturazione del palazzo Sant’Ambrogio, assegnato fuori bando alla Comunità ebraica romana per un progetto scolastico. Uri Polavich non è solo noto per essersi arricchito con il gioco d’azzardo online, cosa che già di per sé dovrebbe sollevare qualche sussulto etico, ma anche per essere un generoso finanziatore di scuole ebraiche in un percorso che dalle aule scolastiche dovrebbe condurre ad indossare una divisa dell’IDF.

Conclusioni del Comitato: Noi quindi non ci accontenteremo di una mozione di facciata ma chiediamo che la delibera di iniziativa popolare sia discussa in aula capitolina rispettando una richiesta dal basso che chiede a Roma Capitale di assumere una posizione ferma nei confronti di Israele interrompendo qualsiasi rapporto con esso. Vi ricordiamo che la delibera di iniziativa popolare chiede l’interruzione di ogni forma di relazione istituzionale, commerciale, sportiva e culturale tra il Comune di Roma e Israele e gli Enti o Istituzioni riconducibili ad esso.

Non ci accontentiamo di atti rabberciati con i quali cercate di “salvare la faccia”. Davanti ad un genocidio, lo ripetiamo, ci aspettiamo atti concreti. Portate in Consiglio, come atto dovuto, la delibera di iniziativa popolare e che ogni singolo consigliere dica pubblicamente se è d’accordo o no. State cercando con una semplice mozione (per altro autoassolutoria e piena di falsità come ampiamente dimostrato) di “cancellare” la delibera popolare ma così facendo state creando una rottura profonda nel concetto di democrazia partecipativa.

Non riuscirete certo in questo modo ad annullare la voce e la volontà espresse dalle cittadine e i cittadini che l’hanno firmata.

È vostro dovere rispondere in Aula alle richieste dei cittadini, è vostro dovere farlo sempre, è necessario farlo subito davanti al perpetuarsi di un genocidio.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

1 Commento


  • Gennaro Varriale

    se gente del genere mi viene a chiedere il voto li mando a fanculo senza se e senza ma

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *