Ci è stato raccontato che il bando internazionale promosso dal Comune di Colleferro per l’attrazione di investimenti legati ai Data Center e ai Supercomputer, è “parte di una strategia di sviluppo orientata all’innovazione tecnologica” e ospitare un mega Data Center Hyperscale da 150 Megawatt (MW), non è altro che il biglietto d’ingresso della città nel futuro.
Ci hanno parlato di Intelligenza Artificiale, di Cloud, di “cavalcare l’avvenire” e di digitalizzazione del territorio. Nessuno di noi è un luddista, riconosciamo l’utilità civile delle nuove tecnologie, sappiamo quanto il calcolo avanzato serva alla medicina, alla gestione ospedaliera, alla ricerca universitaria e alla transizione energetica. Ma il nostro dovere, come cittadini consapevoli e custodi di questo territorio vasto, è sollevare il velo della propaganda e guardare la realtà fisica e geopolitica di ciò che si vuole realizzare.
La verità che questa amministrazione omette, supportata dalla minoranza accondiscendente, è che un Data Center Hyperscale di queste dimensioni non è una “nuvola impalpabile”. È un’immensa infrastruttura materiale, una fabbrica di calcolo pesante che, nel contesto internazionale in cui viviamo, smette di essere un ufficio digitale per trasformarsi in un obiettivo sensibile di prima grandezza. Installare questa struttura a Colleferro non significa proiettarci nel futuro, ma condannarci a una pericolosa regressione, saldando il calcolo virtuale alla storica e tragica vocazione bellica della città.
Per anni il mondo ha considerato i Data Center come semplici nodi tecnici. Questo inganno è crollato definitivamente il 1° marzo 2026, quando il cloud è diventato un target militare.
Come documentato dalle cronache internazionali e dalle analisi di settore, in quel giorno la “guerra invisibile” si è fatta materiale. Un attacco coordinato di droni ha colpito le strutture fisiche di Amazon Web Services (AWS) nella regione ME-CENTRAL-1 negli Emirati Arabi Uniti, provocando incendi, costringendo allo spegnimento dei sistemi di backup e paralizzando i servizi digitali di un intero quadrante geografico.
Quell’evento ha segnato un punto di non ritorno, i Data Center sono ufficialmente entrati nello spazio del conflitto come bersagli militari legittimi. In un’epoca in cui la superiorità tattica sul campo di battaglia si decide in millisecondi di latenza, una centrale di calcolo ad alte prestazioni non è diversa da un deposito di munizioni o da una raffineria. Venire colpiti non richiede un errore software, richiede solo un vettore fisico, un drone o un missile, capace di colpire il cuore materiale del cloud. Chi vuole paralizzare un Paese o un sistema di alleanze oggi non bombarda le caserme; spegne i suoi Data Center.
La vera cecità della scelta amministrativa e della politica tutta locale, risiede nel contesto geografico in cui questo impianto da 150 MW dovrebbe sorgere. Colleferro non è una pagina bianca, diventerà la trappola della concentrazione di siti sensibili. La Valle del Sacco e la zona industriale portano già sulle spalle il peso di una servitù ambientale e strategica pesantissima. Colleferro ospita ed è il motore di colossi dell’industria bellica e aerospaziale nazionale:
AVIO, Leader nella propulsione solida e nella creazione di vettori spaziali e sistemi missilistici;
NKGK, Azienda legata alla produzione di munizionamento ed esplosivi (nei pressi di Anagni è prevista una struttura di preparazione di nitrogelatina destinata a cariche propellenti per proiettili di medio e grosso calibro, da realizzare nella fabbrica principale di Colleferro. NKGK rientra nel quadro di Rearm Eu e specificamente del programma Act in Support of Ammunition Production dotato di 500 milioni di euro per garantire l’aumento a lungo termine della produzione di munizioni a beneficio dell’Ucraina e degli Stati membri dell’Ue.), recentemente teatro di una drammatica e preoccupante esplosione che ha ricordato a tutti il rischio costante che alberga a pochi metri dalle residenze civili;
LEONARDO, La multinazionale della difesa di cui la filiera locale è parte integrante e strategica.
Sappiamo perfettamente che molte delle tecnologie, dei propellenti e degli armamenti prodotti fisicamente in questi stabilimenti vengono inviati sul fronte ucraino a supporto del sanguinoso conflitto in corso. Siamo già, nella mappa geopolitica globale, un’area attenzionata dalle intelligence straniere.
In questo scenario di “pace armata” internazionale, aggiungere un Data Center Hyperscale da 150 MW — una struttura che inevitabilmente processerà, per conto dei grandi fondi globali o della difesa integrata, dati legati alla logistica militare e alla gestione di algoritmi di IA spinta — significa creare un super-obiettivo strategico. Stiamo concentrando nello stesso perimetro geografico il braccio armato (le fabbriche di munizioni e propellenti) e la mente cibernetica (l’Intelligenza Artificiale). Per qualsiasi potenziale avversario geopolitico dell’Occidente, Colleferro cessa di essere un comune della provincia di Roma e diventa la casella più vulnerabile e remunerativa da colpire sulla mappa.
I promotori del bando si sono venduti come innovatori. Ma quale innovazione c’è nel replicare lo schema della servitù bellica che ha caratterizzato il Novecento di questa città?
Assistiamo a una transizione perversa, passare dalla fabbrica fisica storica di armamenti alla fabbrica virtuale di operazioni bellicistiche è oltretutto una “regressione culturale”. Ieri si producevano esplosivi materiali che devastavano i corpi; domani si produrranno calcoli algoritmici avanzati che guideranno i droni sul fronte, che simuleranno scenari di guerra nucleare o che ottimizzeranno la catena di fornitura dei sistemi d’arma occidentali.
I profitti di questa immane macchina andranno ai grandi fondi speculativi esteri o ai cacciatori di silicio che hanno prenotato Gigawatt a Terna. A noi residenti rimarrà il rischio fisico quotidiano. Un Data Center di queste dimensioni non sviluppa il tessuto civile locale, non crea la stabilità occupazionale promessa, perché i server lavorano da soli, controllati da software automatici. Diventa invece uno strumento di guerra a bassa intensità.
Si consumano 76 ettari di suolo, si mettono sotto sforzo le reti ad altissima tensione (150 kV), si rischiano sversamenti di sostanze chimiche tossiche nella già martoriata falda della Valle del Sacco, il tutto per ospitare un’infrastruttura esposta alle minacce della guerra ibrida moderna.
La scelta del Comune di autoproporsi sul mercato dell’innovazione tecnologica, in questo campo, non è stato un atto di coraggio politico, ma un atto di irresponsabilità territoriale. Hanno spalancato le porte ai speculatori internazionali senza valutare l’impatto cumulativo del rischio. Se la continuità operativa di un Data Center oggi non si garantisce più solo con i generatori d’emergenza, ma richiede scudi militari, sistemi di difesa aerea e protezione perimetrale da scenario bellico, allora quest’opera non appartiene alla vita civile di una comunità.
Diciamo sì all’innovazione quando è distribuita, quando è dimensionata sui bisogni dei cittadini (come i piccoli e protetti nodi del Polo Strategico Nazionale da pochi MW), quando serve alle nostre scuole e ai nostri ospedali.
Diciamo un NO inflessibile e documentato a un mega-impianto da 150 MW che violenta un territorio già ferito, trasformandolo nell’avamposto cibernetico di un sistema di guerra globale. La nostra sicurezza, la salute dei nostri figli e il diritto a vivere in un territorio di pace non sono in vendita, né per gli oneri di urbanizzazione di un bilancio comunale, né per i profitti dei cacciatori di estensioni di terreni sui quali fare speculazione e replicare altri e potenti Data Center.
Abbiamo un dovere da compiere, quello della responsabilità.
*Comitato Alternativa Sostenibile
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