Milano. A meno di un mese dall’omicidio di Abderrahim Monsouri, le indagini hanno fatto emergere un quadro diametralmente opposto alla prima versione fornita dagli agenti di polizia in servizio il 26 gennaio.
Nella mattinata di ieri è arrivato, infine, l’arresto dell’agente Carmelo Cinturrino, mentre altri quattro colleghi, per il momento, restano indagati con l’accusa di favoreggiamento e omissione di soccorso. Interrogato, Cinturrino ha ammesso la messinscena costruita attorno all’omicidio di Abderrahim.
La giornata ha impresso una svolta decisiva, ribaltando settimane di depistaggi e dichiarazioni “senza se e senza ma” a difesa del poliziotto, ed è stata segnata anche dal presidio indetto da Potere al Popolo sotto il Consiglio comunale per denunciare che quanto accaduto a Rogoredo non poteva essere considerato un incidente di percorso, bensì il prodotto coerente di un modello di gestione delle periferie fondato su repressione, marginalizzazione e impunità.
In tal senso è stata ribadita con forza la richiesta di verità e giustizia per Abderrahim ma anche per Ramy.
Il quadrante popolare sud-est di Milano, schiacciato a nord dalla cementificazione di Scalo Romana, con il villaggio olimpico e Fondazione Prada, e a sud dalla riqualificazione di Santa Giulia e dalla nuova arena nata per ospitare le partite di hockey alle Olimpiadi invernali, è diventato un laboratorio in cui si materializza una linea politica: gestione del disagio sociale attraverso l’ordine pubblico, risposta securitaria alla marginalità prodotta dalle disuguaglianze.
Il bersaglio politico del presidio è stato esplicito: l’amministrazione guidata da Giuseppe Sala.
Secondo gli interventi dal megafono, il cosiddetto “modello Milano” – polarizzazione della ricchezza, gentrificazione, espulsione delle fasce popolari dalla città – produce impoverimento e marginalizzazione e, una volta creato il disagio, propone come soluzione l’aumento delle forze dell’ordine e la militarizzazione dei quartieri. Una dinamica che, nelle parole dei manifestanti, normalizza la “licenza di uccidere” come esito estremo ma coerente.
Potere al Popolo ha denunciato una convergenza sostanziale tra destra e “sinistra” sul terreno della sicurezza. Mentre esponenti della destra invocavano scudi penali per gli agenti e scendevano in piazza a Rogoredo contro il “degrado”, il consigliere regionale del Partito Democratico Pierfrancesco Majorino incalzava Matteo Salvini, accusandolo di non aver fatto abbastanza. Una gara a chi promette più pugno di ferro, senza mettere in discussione le cause strutturali della marginalità.
Nel presidio si è chiesto, inoltre, il ritiro dell’Ambrogino d’oro conferito dall’amministrazione Sala al nucleo radiomobile dei Carabinieri coinvolto nell’omicidio di Ramy Elgaml, nel novembre 2024 a Corvetto: un premio contestato fin dal primo momento, cui si sono aggiunte nell’ultima settimana la pubblicazione delle odiose chat razziste e classiste che auspicano la morte di “negri” e “zecche”, parole che si inseriscono in un clima culturale e operativo preciso. Un clima che già nel 2024 era stato oggetto di rilievi da parte di inchieste ONU sulle forme di razzismo presenti nelle forze dell’ordine italiane.
Infine, il presidio ha ribadito la necessità di un “NO SOCIALE” al referendum del 22 e 23 marzo e la partecipazione alla manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma, per opporsi allo spostamento verso uno stato di polizia condiviso, al di là delle appartenenze formali, tanto dalla destra quanto dalla sinistra.
Emblematicamente il presidio sotto il Comune di Milano si è svolto il giorno dell’anniversario dell’uccisione di Luca Rossi, un giovane militante di Democrazia Proletaria, da parte di un agente di polizia fuori servizio. Una conseguenza, allora, di quella Legge Reale che introdusse la licenza di sparare per le forze dell’ordine.
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