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A2A e i trucchi del mercato

Ci sono notizie che occupano per giorni le prime pagine e altre che sembrano destinate a scivolare via quasi senza lasciare traccia. Quella che riguarda A2A e la sanzione inflittale dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) appartiene purtroppo, almeno a Brescia, alla seconda categoria. Eppure non si tratta propriamente di una notizia secondaria. Della vicenda, peraltro, avevamo già parlato diffusamente su questo blog proprio un anno fa, non appena era scattata la procedura d’ inchiesta da parte dell’ Ente di controllo.

Con un provvedimento pubblicato il 30 luglio, ARERA ha inflitto ad A2A una sanzione amministrativa di 5 milioni di euro per violazione del regolamento europeo REMIT (Regulation on Wholesale Energy Market Integrity and Transparency), che tutela l’integrità e la trasparenza del mercato all’ingrosso dell’energia.

Cinque milioni sono la sanzione. Ma è soprattutto la motivazione a meritare attenzione.

Secondo l’Autorità, nel 2022 A2A avrebbe adottato, attraverso alcune proprie unità produttive a ciclo combinato, una strategia di offerta capace di determinare la formazione del prezzo dell’energia elettrica a un livello «artificioso», cioè diverso da quello che sarebbe risultato da una normale e concorrenziale interazione tra domanda e offerta.

Tradotto dal linguaggio tecnico, il meccanismo contestato è abbastanza comprensibile.

A2A disponeva di impianti in grado di produrre energia a costi inferiori al prezzo di mercato. Una parte di quella capacità produttiva venne però offerta a prezzi tanto elevati da restare fuori dal mercato per un numero considerevole di ore. Minore energia disponibile significa, a parità di domanda, maggiore pressione sui prezzi. E poiché il prezzo così formatosi si applicava anche all’altra energia che A2A riusciva a vendere, la società – secondo la ricostruzione dell’Autorità – finiva per beneficiare essa stessa dell’aumento.

Il documento che abbiamo esaminato riassume efficacemente il meccanismo con l’immagine di un fruttivendolo che esponga volontariamente una parte delle proprie mele a 100 euro al chilo, sapendo che nessuno le comprerà, contribuendo così a rendere artificialmente più scarsa l’offerta e a vendere più care tutte le altre.

Naturalmente questa è la ricostruzione di ARERA, non una verità giudiziaria definitivamente acquisita. A2A respinge, com’è ovvio, le conclusioni dell’Autorità.

La società sostiene che l’interpretazione del regolamento dell’Unione Europea REMIT adottata nel provvedimento non terrebbe adeguatamente conto delle caratteristiche dei mercati elettrici liberalizzati e delle circostanze specifiche del caso e ha già annunciato che impugnerà la sanzione davanti al TAR. È giusto ricordarlo. Altrettanto giusto, però, è leggere ciò che ARERA ha effettivamente scritto.

L’Autorità non contesta ad A2A il semplice fatto di avere cercato di massimizzare i propri profitti. Né afferma che un produttore debba necessariamente vendere energia al proprio costo marginale. Precisa anzi esplicitamente che non esiste un divieto assoluto di presentare offerte superiori a quel costo.

Il problema nasce quando quelle offerte risultano sistematicamente tanto elevate da non essere accettate e quando non esistono, secondo l’Autorità, adeguate giustificazioni economiche o tecniche per quella condotta.

E le conseguenze non riguarderebbero soltanto astratti equilibri di mercato.

ARERA afferma di avere tenuto conto, nel determinare la sanzione, della «rilevanza dei potenziali danni derivati ai consumatori di energia elettrica» provocati dalla condotta manipolativa di uno dei principali operatori del mercato.

Consumatori. Cioè famiglie e imprese.

Quel giorno che Benzoni disse che avremmo dovuto ringraziare A2A…

La vicenda assume a Brescia un significato particolare. Non molto tempo fa, discutendo di A2A in Consiglio comunale, il capogruppo di Azione – il partito estremista centrista di Calenda – Fabrizio Benzoni sostenne una tesi che su questo blog avevamo già avuto occasione di commentare: secondo lui, i Bresciani, in sostanza, avrebbero dovuto essere riconoscenti ad A2A perché beneficiavano delle tariffe più convenienti d’Italia.

Siamo andati a verificare anche questa temeraria affermazione. Ebbene, non abbiamo trovato una classifica ufficiale dell’ARERA che collochi Brescia fra le città italiane nelle quali i cittadini pagherebbero complessivamente le tariffe energetiche «più basse». Del resto, un confronto formulato in questi termini è già di per sé problematico.

Per luce e gas A2A opera su un mercato nazionale, nel quale il prezzo pagato dal singolo consumatore dipende dall’offerta sottoscritta, dalle condizioni contrattuali e dai consumi: non esiste dunque una generica «tariffa A2A dei Bresciani» che possa essere semplicemente confrontata con quella pagata dagli abitanti di Torino, Bologna o Firenze.

Un confronto territoriale è più sensato per il teleriscaldamento, dove Brescia possiede una delle maggiori reti italiane. Anche qui, tuttavia, il quadro è assai meno categorico di quanto lasciasse intendere l’affermazione di Benzoni. In certi momenti il teleriscaldamento bresciano è effettivamente risultato più conveniente rispetto ad altre reti o ai parametri presi come riferimento. Ma da questo a sostenere che i Bresciani godano delle tariffe «più basse d’Italia» il passo è lungo.

Tanto più che proprio ARERA, negli ultimi anni, ha dovuto intervenire per rendere maggiormente omogenei e confrontabili i criteri tariffari delle diverse reti di teleriscaldamento. Il nuovo metodo transitorio di regolazione è entrato in vigore soltanto nel 2024 ed è stato prorogato nel 2025. Prima di allora le diverse reti adottavano criteri di determinazione dei prezzi che rendevano tutt’altro che semplice costruire classifiche nazionali nette e incontrovertibili. Insomma, non si trovano riscontri all’affermazione di quell’ estremista centrista di Benzoni.

Tornando allora alla sanzione comminata ad A2A, occorre ribadire che le tariffe praticate direttamente agli utenti bresciani e il funzionamento del mercato elettrico all’ingrosso sono due questioni diverse. Sarebbe quindi scorretto sostenere che la decisione di ARERA dimostri automaticamente che Benzoni aveva torto. Ma sarebbe altrettanto curioso fingere che tra le due vicende non esista alcun contrasto politico.

Da una parte abbiamo una rappresentazione rassicurante di A2A: grande azienda efficiente, fonte di dividendi per il Comune e, contemporaneamente, dispensatrice di condizioni particolarmente vantaggiose ai cittadini bresciani.

Dall’altra abbiamo oggi l’Autorità nazionale di regolazione che contesta alla medesima società una strategia attraverso la quale il prezzo dell’energia sarebbe stato portato artificialmente verso l’alto, con un beneficio per la stessa A2A e potenziali danni per i consumatori.

Forse, allora, più che ringraziare sarebbe stato opportuno controllare A2A.

Il vero problema è politico

Ed è questo il punto che rischia di perdersi se riduciamo tutta la vicenda ai cinque milioni della multa.

Per un gruppo delle dimensioni di A2A, cinque milioni rappresentano certamente una sanzione significativa, ma non tale da modificarne gli equilibri economici. La questione interessante per Brescia è un’altra.

A2A non è per la nostra città una società qualsiasi. È una società partecipata dal Comune, nata anche dalla storia dei servizi pubblici bresciani, capace ogni anno di riversare nelle casse comunali dividendi molto importanti. Una parte non trascurabile della capacità di spesa dell’amministrazione cittadina dipende dunque dalla redditività di quella società.

È qui che emerge una contraddizione che a Brescia viene affrontata troppo raramente. Il cittadino è contemporaneamente azionista e utente.

Come azionista, attraverso il Comune, ha interesse che A2A produca utili elevati e distribuisca dividendi consistenti. Come utente e consumatore, ha invece interesse che energia, riscaldamento e servizi essenziali gli vengano forniti alle condizioni migliori possibili.

I due interessi non necessariamente coincidono. E quando non coincidono, la politica dovrebbe avere il compito di stabilire quale venga prima.

Ma forse oggi occorre compiere un passo ulteriore. A2A è una società a controllo pubblico. Pubblica, allora, per chi?

La domanda posta da “Potere al Popolo!”, in un comunicato diffuso l’ 11 agosto, coglie il cuore politico della questione. Non basta infatti che una società sia controllata da amministrazioni pubbliche perché la sua funzione diventi automaticamente pubblica.

Se il criterio fondamentale attraverso il quale se ne misura il successo rimane la crescita degli utili, l’espansione sui mercati e l’aumento dei dividendi distribuiti agli azionisti, il rischio è che una partecipata pubblica finisca per comportarsi esattamente come una grande multinazionale privata.

E qui la vicenda contestata da ARERA acquista un significato che va oltre il singolo episodio.

Energia, acqua, rifiuti, trasporti e riscaldamento non sono merci qualsiasi. Sono servizi essenziali, cioè rispondono a bisogni dai quali le persone non possono semplicemente scegliere di prescindere quando i prezzi aumentano. È proprio per questo che affidarne la gestione esclusivamente alla logica della massimizzazione del profitto pone un problema politico prima ancora che economico.

Non si tratta di sostenere che un’azienda pubblica debba produrre perdite. Una società efficiente deve naturalmente mantenere equilibrio economico, investire, innovare e disporre delle risorse necessarie per garantire servizi di qualità.

Il problema è un altro: l’utile è il mezzo o è diventato il fine?

Se è un mezzo, deve servire a garantire servizi migliori, investimenti, sicurezza, sostenibilità e prezzi compatibili con le condizioni economiche delle famiglie e delle imprese. Se diventa il fine, allora il rapporto rischia di capovolgersi: non è più l’impresa a produrre utili per assicurare servizi alla collettività, ma sono i servizi essenziali e i bisogni della collettività a diventare strumenti per produrre utili.

Ed è precisamente questo capovolgimento che dovrebbe preoccupare una città proprietaria di una parte importante di A2A.

Potere al Popolo!” pone per questo una questione più generale: una partecipata pubblica dovrebbe essere “pubblica davvero”, sottoposta a controllo democratico, trasparente nelle proprie scelte e orientata prioritariamente all’interesse collettivo. Non basta possederne le azioni; occorre chiedersi quale missione le venga assegnata e a quali interessi debba rispondere.

La critica avanzata da “Potere al Popolo!”, peraltro, non si ferma alla politica dei prezzi e alla natura delle partecipate. Nel comunicato diffuso sulla vicenda, PaP torna a richiamare anche i rapporti e le collaborazioni intrattenuti da A2A con enti e aziende israeliane, chiedendo che società controllate da amministrazioni pubbliche interrompano tali relazioni alla luce di quanto sta avvenendo a Gaza e nei territori palestinesi.

È un capitolo diverso, che meriterebbe un approfondimento specifico e sul quale avremo occasione di tornare. Ma vale la pena ricordarlo almeno qui, perché pone in fondo la stessa domanda che attraversa tutta questa vicenda: il controllo pubblico di un’azienda deve limitarsi alla proprietà delle azioni e all’incasso dei dividendi, oppure deve tradursi anche in responsabilità politica ed etica sulle scelte economiche e sulle relazioni che quell’azienda intrattiene?

Per Brescia questa domanda ha un significato particolare. A2A affonda le proprie radici nella storia dell’ASM, l’Azienda Servizi Municipalizzati, nata per fornire servizi alla città. Nel passaggio dalla municipalizzata alla grande multiutility quotata in Borsa è cambiata inevitabilmente la dimensione dell’impresa, sono cambiati i mercati nei quali opera e sono cambiati i suoi obiettivi. Ma proprio per questo sarebbe necessario chiedersi se, lungo questa trasformazione, non sia cambiato anche il rapporto tra servizio pubblico e profitto.

Non basta allora ripetere che A2A è una grande azienda, che produce ricchezza, che finanzia indirettamente una parte dei servizi cittadini e che rappresenta un patrimonio per Brescia. Tutto questo può essere vero. La domanda è: come viene prodotta quella ricchezza e chi viene prima quando l’interesse dell’azienda entra in conflitto con quello dei cittadini?

Una società privata risponde innanzitutto ai propri azionisti. Una società controllata da amministrazioni pubbliche dovrebbe avere un obbligo ulteriore: rispondere alla collettività. E una collettività non può essere considerata soltanto come azionista che incassa dividendi. È composta anche da lavoratori, famiglie, pensionati, imprese e utenti che quei servizi li pagano.

E a Brescia?

Rimane infine un ultimo elemento.

La notizia è arrivata nel pieno di agosto ed è comprensibile che abbia avuto meno risonanza di quanta ne avrebbe forse ricevuta in un altro periodo dell’anno. Meno comprensibile sarebbe considerarla una vicenda puramente tecnica, destinata agli specialisti del mercato energetico.

Per Brescia non lo è. Perché Brescia è azionista di A2A. Perché incassa i suoi dividendi. Perché migliaia di cittadini bresciani sono utenti dei suoi servizi. E perché da anni qualsiasi discussione sul rapporto fra città e multiutility finisce inevitabilmente per scontrarsi con un argomento apparentemente definitivo: A2A produce utili, e quegli utili fanno bene alla città.

Ma il provvedimento ARERA e la discussione che ne è seguita ci obbligano a porre una domanda più radicale.

A che cosa serve il controllo pubblico di A2A se il Comune si limita a comportarsi come un azionista interessato soprattutto ai dividendi?

Controllo pubblico dovrebbe significare qualcosa di più. Dovrebbe significare capacità di indirizzo, trasparenza, vigilanza e soprattutto prevalenza dell’interesse collettivo quando questo entra in conflitto con la pura redditività aziendale.

È qui che la questione posta da “Potere al Popolo!” – “partecipate pubbliche davvero” –si rivela non uno slogan, ma una questione concreta per Brescia.

Non si tratta soltanto di chiedersi quanto rende A2A a Brescia, ma in che modo rende tanto.

E non soltanto quanto denaro entra ogni anno nelle casse della Loggia grazie ai dividendi, ma quale prezzo – economico e politico – siamo disposti ad accettare perché quei dividendi continuino a crescere.

Quando gli interessi dell’azionista e quelli del cittadino-consumatore non coincidono, da che parte deve stare il Comune di Brescia?

Per noi la risposta non dovrebbe essere difficile: dalla parte dei cittadini.

Cinque milioni di euro, per A2A, passeranno.

La domanda, invece, sarebbe bene che restasse fino a quando non riceverà risposta dalla Sindaca e dalla sua Giunta.

* da La Brescia del Popolo

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