Quella abitativa non può più essere definita un’emergenza. È un problema strutturale che ci trasciniamo da oltre un decennio, frutto dell’assenza di una vera politica pubblica sulla casa e del progressivo arretramento dell’edilizia residenziale pubblica.
Negli ultimi anni gli affitti sul mercato privato sono aumentati, mentre salari, pensioni e redditi sono rimasti sostanzialmente fermi. Per molte famiglie trovare un appartamento a prezzi sostenibili è diventato sempre più difficile e, quando si perde il proprio alloggio, trovare una soluzione alternativa è spesso quasi impossibile.
A questo si aggiunge la scarsità di case popolari. Tra il 2025 e il 2026, nell’Ambito territoriale di Seriate, che conta oltre 78 mila abitanti, sono stati messi effettivamente a bando appena 13 alloggi SAP, a fronte di 426 domande complessivamente presentate nei tre avvisi pubblicati.
Allo stesso tempo esistono appartamenti pubblici che rimangono vuoti, anche per lunghi periodi, perché necessitano di manutenzioni o lavori di ripristino. Una contraddizione evidente: da una parte famiglie sotto sfratto o da anni in attesa di una casa, dall’altra patrimonio pubblico che non viene recuperato e rimesso a disposizione con la necessaria rapidità.
C’è poi la questione dei Servizi Abitativi Transitori, i SAT, previsti dalla normativa regionale proprio per dare una risposta temporanea ai nuclei familiari colpiti da procedure di sfratto o che si trovano in condizioni di grave disagio abitativo. Non sono la soluzione definitiva al problema della casa, ma rappresentano uno strumento fondamentale per evitare che tra uno sfratto e l’assegnazione di un alloggio pubblico una famiglia rimanga senza un tetto.
Eppure il Piano annuale 2026 dell’Ambito di Seriate prevede soltanto due alloggi SAT per tutti gli undici Comuni dell’Ambito: uno di ALER e uno del Comune di Brusaporto. Il Comune di Seriate non destina neppure un proprio alloggio a questo servizio.
Un dato che, per noi, dimostra quanto sia insufficiente la politica abitativa del territorio. La legge attribuisce ai Comuni un ruolo diretto nella programmazione e nella gestione delle politiche abitative e consente loro anche di incrementare la disponibilità dei SAT attraverso ulteriori immobili pubblici o convenzioni. Non si può quindi sostenere che davanti a una famiglia sotto sfratto l’unica risposta possibile sia l’invio ai servizi sociali.
Tra le situazioni che stiamo seguendo direttamente c’è quella di una donna di Seriate con un figlio adolescente che nelle prossime settimane rischia l’esecuzione forzata del rilascio dell’alloggio e, ad oggi, non ha una soluzione alternativa. La famiglia ha partecipato agli ultimi bandi per l’edilizia pubblica, ma non è riuscita a ottenere una casa popolare.
Questa non è una vicenda isolata. È una delle conseguenze concrete di un sistema nel quale una famiglia può arrivare alla porta dello sfratto senza che esista una soluzione pubblica immediatamente disponibile.
Nei mesi scorsi abbiamo incontrato il sindaco di Seriate per discutere proprio della questione abitativa. Da quell’incontro, però, non è arrivato alcun impegno concreto. La risposta ricevuta politica del Comune è quella di demandare le situazioni di sfratto ai servizi sociali.
È una risposta che respingiamo.
Le assistenti sociali non possono essere utilizzate come alibi per coprire l’assenza di una politica abitativa. Possono prendere in carico una famiglia, valutarne la condizione sociale, accompagnarla e sostenerla. Ma non possono costruire case popolari, decidere quanti alloggi destinare ai SAT, recuperare gli appartamenti pubblici vuoti, finanziare le manutenzioni, aumentare l’offerta SAP o stabilire le priorità di bilancio del Comune.
Queste sono scelte politiche. E di queste scelte rispondono il sindaco, la Giunta e l’Amministrazione comunale.
Demandare tutto ai servizi sociali significa trasformare un problema collettivo e strutturale in una somma di casi individuali: la famiglia sfrattata diventa un “caso sociale”, mentre scompare la vera questione, cioè perché non ci sono abbastanza case pubbliche e perché gli strumenti che potrebbero evitare che una famiglia finisca per strada non vengono adeguatamente utilizzati.
Questa impostazione non nasce oggi. Qualche anno fa l’allora sindaco di Seriate Cristian Vezzoli arrivò a definire la casa popolare “un regalo”. Una frase che, al di là delle persone che oggi amministrano la città, rappresenta bene una concezione che continuiamo a respingere.
La casa popolare non è un regalo concesso dall’Amministrazione a chi è fortunato abbastanza da riceverlo. È uno strumento di politica pubblica finanziato dalla collettività per garantire il diritto all’abitare a chi non può permettersi i prezzi del mercato privato.
Ed è proprio questa concezione che oggi chiediamo al Comune di Seriate di cambiare.
Non basta intervenire quando una famiglia è ormai a pochi giorni dallo sfratto. Servono una programmazione seria, il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, più alloggi SAP, più SAT, manutenzioni rapide e risorse adeguate.
Il Comune non può limitarsi ad amministrare le conseguenze della crisi abitativa: deve intervenire sulle sue cause e utilizzare tutti gli strumenti che ha a disposizione.
Per questo chiediamo al Comune di Seriate di assumersi fino in fondo la propria responsabilità politica sulla questione abitativa.
VENERDÌ 18 SETTEMBRE 2026 – ORE 18.00, PRESIDIO DAVANTI AL COMUNE DI SERIATE
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