La Capitaneria di Porto di Trieste ha autorizzatol’imbarco di materiale d’armamento – definito “materiale tecnico NATO” – sulla nave Dardanelles Seaways, in partenza dal terminal HHLA-PLT.
Lo ha fatto con un atto ufficiale, non si tratta di indiscrezioni o ricostruzioni: è un provvedimento dello Stato che individua mezzi, container, data e modalità operative. Un documento che certifica in modo inequivocabile il ruolo del porto di Trieste come nodo logistico nelle catene di movimentazione militare. È un fatto politico rilevante che indica un passaggio chiaro: infrastrutture civili strategiche vengono utilizzate per operazioni legate ai dispositivi militari internazionali, dentro una fase di crescente tensione globale e di espansione dei conflitti.
L’USB ha proclamato lo sciopero dei lavoratori operanti presso il terminal HHLA-PLT, con riferimento esclusivo alle attività connesse alla movimentazione del materiale bellico.
Una scelta chiara, che mette al centro un principio altrettanto chiaro: il lavoro non può essere utilizzato per alimentare la macchina della guerra.
L’utilizzo del porto di Trieste per l’imbarco di armamenti apre una questione che riguarda il ruolo del sistema logistico italiano dentro gli equilibri internazionali e dentro una traiettoria che spinge sempre più verso l’economia di guerra.
Su questo punto si registra un silenzio totale. Nessuna comunicazione pubblica, nessun confronto con la città, nessuna assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni locali e nazionali. Tutto avviene sul piano amministrativo, come se si trattasse di ordinaria gestione portuale e non lo è.
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